Il ristabilimento dei rapporti diplomatici tra Siria e Turchia potrebbe segnare una tappa decisiva nella soluzione del conflitto che sta lacerando il paese mediorientale. Per questo motivo, il primo incontro ad altissimo livello dal 2011 tra esponenti del governo turco e di quello del presidente Bashar al-Assad qualche giorno fa a Mosca rappresenta un punto di svolta non solo per Damasco e Ankara, ma anche per la Russia e gli Stati Uniti, sia pure per ragioni diametralmente opposte.

 

Dopo alcune recenti dichiarazioni pubbliche di Erdogan, nelle quali prospettava apertamente l’imminenza di un faccia a faccia con Assad, settimana scorsa si è tenuto un vertice tra i ministri della Difesa di Siria, Turchia e Russia. Il lavoro preparatorio era stato con ogni probabilità svolto da svariati incontri negli ultimi anni tra i numeri uno dei servizi di intelligence turco e siriano, con l’assistenza fondamentale del governo di Mosca.

I commenti di tutti e tre i protagonisti dell’evento di mercoledì scorso nella capitale russa sono stati sostanzialmente positivi e, anzi, i risultati che esso potrebbe produrre sembrano andare al di là delle più ottimistiche aspettative. È stato il capo della diplomazia di Ankara, Mevlüt Çavuşoğlu, a far conoscere una delle ipotesi più interessanti uscite dai colloqui. Cioè la possibilità di ritirare i militari turchi dalla Siria, anche se, ha aggiunto il ministro degli Esteri, la Turchia non “potrà in nessun modo accettare che il vuoto che verrà a crearsi sia riempito da organizzazioni terroristiche”, ovvero dalle milizie curdo-siriane appoggiate da Washington.

Un’altra potenziale iniziativa del tutto inedita è stata annunciata in seguito dal ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, secondo il quale Ankara, Damasco e Mosca starebbero lavorando alla pianificazione di pattugliamenti e operazioni anti-terrorismo congiunte in territorio siriano. Siria e Turchia si sono inoltre accordate per tenere aperto il dialogo, così da consolidare il processo di riconciliazione. È probabile che un eventuale esito soddisfacente dei negoziati bilaterali verrà suggellato da un incontro, forse già a gennaio, tra i rispettivi ministri degli Esteri e, in seguito, tra Erdogan e Assad, anche se il presidente siriano ha finora escluso che ciò possa accadere prima delle elezioni in Turchia del prossimo mese di giugno.

Di estremo rilievo sono state anche le parole del ministro della Difesa turco dopo il vertice di Mosca. Akar ha assicurato che la Turchia intende “rispettare l’integrità territoriale e la sovranità della Siria”, essendo la “lotta al terrorismo” l’unico obiettivo di Ankara. Queste posizioni esposte in maniera ufficiale dal governo di Erdogan indicano una rottura anche formale della Turchia con gli obiettivi di Washington in Siria, vale a dire il cambio di regime a Damasco e la frammentazione territoriale del paese per indebolire l’asse della “Resistenza” anti-americana e anti-israeliana.

L’impegno a ritirare le truppe turche dal nord della Siria è particolarmente importante, poiché arriva dopo settimane durante le quali Ankara aveva minacciato di lanciare una nuova operazione militare di terra contro le forze curde, bersaglio di una recente campagna di bombardamenti. Una decisione in questo senso dovrà evidentemente seguire una soluzione al “problema” curdo. Infatti, Siria e Turchia hanno espresso un punto di vista comune sulle milizie curde del YPG (“Unità di Protezione Popolare”), definite da entrambi i governi come “agenti di Israele e degli USA”, nonché una “grave minaccia sia per Ankara sia per Damasco”.

Una soluzione congiunta turco-siriana alla questione curda, anche se per il momento solo sulla carta, è sempre apparsa come la più logica alla luce della realtà del conflitto. Il ruolo più attivo di Damasco nel liberare dalle milizie curde l’area di confine con la Turchia implica inoltre il venir meno dell’appoggio di Ankara ai gruppi armati di opposizione, inclusi quelli riconducibili all’ambiente del fondamentalismo islamista, che controllano tuttora la regione settentrionale di Idlib.

Questa eventuale collaborazione, da implementare con la partecipazione della Russia, nella parte che riguarda i curdi comporta un ulteriore aggravamento delle tensioni tra Turchia e Stati Uniti. L’amministrazione Biden si oppone già in modo fermissimo a ogni forma di riconciliazione con il legittimo governo di Damasco e una prossima offensiva congiunta turco-siriana contro i propri alleati curdi rischia appunto di allargare la distanza tra Washington e Ankara. Di conseguenza, sia la posizione dei curdi in Siria sia la presenza illegale del contingente americano in questo paese resterebbero nodi irrisolti ancora per molto tempo.

Secondo l’ex diplomatico indiano e commentatore indipendente, M K Bhadrakumar, la normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Damasco avrà dunque “effetti sulla sicurezza mediorientale e, ancor più, sulla guerra in Siria, vista l’influenza turca su ciò che resta dell’opposizione” al governo di Assad. La già citata operazione militare di terra contro i curdi minacciata da Erdogan potrebbe così “non essere più necessaria” ed è evidente che una prospettiva simile produrrà effetti benefici per il presidente turco e il suo partito in vista delle prossime elezioni.

Dal punto di vista siriano, aggiunge Bhadrakumar, “la riconciliazione col vicino settentrionale avrà conseguenze ancora più significative rispetto al ristabilimento delle relazioni già avvenuto negli ultimi anni con alcuni paesi della regione”, primi fra tutti gli Emirati Arabi Uniti, in precedenza tra i più accaniti sponsor dell’opposizione armata. A differenza di questi ultimi, infatti, la Turchia continua a sostenere le formazioni militanti anti-Assad in Siria, così come conserva un contingente militare in territorio siriano e, solo per citare un altro fattore cruciale per la sicurezza di Damasco, ospita entro i propri confini più di tre milioni di rifugiati siriani.

Oltre a impattare la situazione siriana, il processo in atto tra Ankara e Damasco ha potenzialmente effetti dirompenti anche sullo status dei rapporti tra Turchia e USA, ma anche sugli equilibri regionali a favore della Russia e a discapito di Washington. La disponibilità di Erdogan a discutere con Assad la stabilizzazione della Siria, se dovesse portare a risultati concreti, segnerebbe il ribaltamento definitivo degli scenari venutisi a creare con l’inizio della finta rivoluzione del 2011.

Il tentativo degli Stati Uniti e dei loro alleati arabi di orchestrare il rovesciamento di Assad prevedeva un ruolo decisivo per una Turchia fino ad allora impegnata a rafforzare i rapporti con Damasco. Il coinvolgimento turco nelle manovre in Siria era stato ed è tuttora determinante, ma ha progressivamente imboccato una direzione e selezionato obiettivi diversi da quelli americani, spostando cioè il mirino dal regime di Assad alle milizie curdo-siriane, per Erdogan assimilabili al PKK. In questo quadro, il ritorno di normali rapporti sull’asse Ankara-Damasco costituisce la logica conclusione della parabola della politica siriana del presidente turco, oltre che una saggia scelta elettorale dopo oltre un decennio di guerra.

Come già anticipato, resta da misurare la risposta americana a questa nuova realtà. Davanti al fatto compiuto della riconciliazione di ormai numerosi paesi arabi con Assad, Washington ha opposto e oppone tuttora un’assoluta resistenza, come dimostrano le nuove recenti sanzioni imposte alla Siria con la scusa della battaglia al narcotraffico in cui sarebbe coinvolto il governo di Damasco. La posizione americana dipende anche dagli interessi di Israele, che intende continuare ad avere mano libera in Siria per impedire il ristabilimento a tutti gli effetti dell’asse della “Resistenza”, viste le ovvie implicazioni che avrebbe sulle vicende relative a Palestina e Iran.

La fermezza di Washington ha a che fare infine anche con l’imporsi della Russia come attore principale in Medio Oriente. La richiesta di mediazione con Damasco da parte di Erdogan è appunto un altro segnale in questo senso, per non parlare della proficua collaborazione tra Mosca e Arabia Saudita in sede OPEC, della partnership strategica con Teheran o, da ultimo, del ritorno al governo in Israele di Benjamin Netanyahu, tradizionalmente in ottimi rapporti con Putin.

La riconciliazione tra Erdogan e Assad, sebbene ancora in fase nascente, rappresenta in definitiva un ulteriore successo diplomatico per Mosca e, come spiega ancora Bhadrakumar sul suo blog Indian Punchline, “la posizione russa in Asia occidentale non si è incrinata in seguito al conflitto in Ucraina”. La versione ufficiale, conclude l’ex ambasciatore indiano, vuole che “gli interessi geopolitici di Russia e Turchia finiscano inevitabilmente per scontrarsi” per effetto delle conseguenze scatenate dalla crisi ucraina. Osservando i fatti di questi ultimi mesi, ciò che è accaduto è invece “esattamente il contrario”.

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