L’assassinio dell’ex primo ministro giapponese, Shinzo Abe, è avvenuto ad appena due giorni dalle elezioni per il rinnovo della camera alta del parlamento di Tokyo. A sparare al più longevo capo del governo della storia nipponica è stato un 41enne residente della città di Nara, dove era in corso un comizio in vista del voto. Erede di una dinastia politica di primissimo piano, Abe ha esercitato per quasi un decennio un’influenza profonda sulla realtà del suo paese. Il bilancio della sua esperienza di governo resta tuttavia in forte chiaroscuro, anche se segnata, sul piano internazionale, dall’impegno per la normalizzazione delle relazioni con la Russia e dalla ricerca di una relativa autonomia strategica dall’alleato americano.

 

Abe è stato colpito alla schiena e al collo, riportando gravissimi danni al cuore e a un’arteria. Finito immediatamente in arresto cardio-respiratorio, l’ex premier è stato dichiarato morto all’ospedale di Nara senza mai avere ripreso conoscenza. La polizia ha arrestato il presunto responsabile dell’assassinio, un ex militare giapponese che, secondo quanto riportato dalla rete NHK, “voleva uccidere Abe per ragione non legate alle sue opinioni politiche”. I leader del governo liberal democratico giapponese (LDP), incluso il primo ministro Fumio Kishida, si sono detti sconvolti per la morte del compagno di partito, ma hanno confermato che il voto di domenica si terrà regolarmente.

Nel 2006, Abe era diventato a 52 anni il più giovane primo ministro giapponese del dopoguerra, anche se avrebbe finito per dimettersi già l’anno successivo, ufficialmente per motivi di salute. Nel 2012 guidò i liberal democratici a una nettissima vittoria elettorale, approfittando dell’impopolarità del governo del Partito Democratico (DPJ) di centro-sinistra. La seconda fase della sua carriera di governo è durata fino al 2020. Stando alla versione ufficiale, le dimissioni furono ancora una volta motivate dal peggioramento del suo stato di salute. Il clima politico a Tokyo stava però cambiando e, sotto il peso di una serie di scandali, la stella di Abe sembrava essersi definitivamente offuscata. L’ex primo ministro aveva in ogni caso mantenuto una certa influenza sul suo partito, rimanendo di fatto a capo della più importante fazione del LDP.

L’attività di governo di Abe era stata segnata principalmente da due obiettivi: la rottura del lunghissimo ciclo di stagnazione economica grazie allo strumento delle cosiddette “Abenomics” e lo scioglimento dei vincoli pacifisti imposti dopo la Seconda Guerra Mondiale, così da fare del Giappone una potenza regionale, se non globale, a tutti gli effetti. Il primo scopo avrebbe dovuto essere raggiunto attraverso un mix di politiche espansioniste in ambito monetario e fiscale e di “riforme” in senso liberista per il mercato del lavoro. Il secondo con la modifica della costituzione ultra-pacifista per creare un esercito non solo “difensivo” e assicurare la possibilità di intervenire militarmente in scenari di guerra anche in assenza di un attacco diretto al territorio del Giappone. Inoltre, Abe aveva cercato di modellare una nuova architettura per la sicurezza nel continente asiatico, basata sulla cooperazione e l’equilibrio dei rispettivi interessi strategici.

I risultati delle sue politiche economiche sono stati alla fine inadeguati, come dimostra l’ulteriore aumento del debito pubblico giapponese durante il governo Abe, anche se sul giudizio complessivo devono essere considerati gli effetti devastanti della prima fase della pandemia di “Coronavirus”. Sul fronte estero, la stabilizzazione dei rapporti con la Russia, per mezzo di un trattato di pace mai sottoscritto dopo la fine del secondo conflitto mondiale, è rimasta anch’essa incompiuta a causa del mancato accordo sulla disputa territoriale delle isole Curili.

La concezione strategica di Shinzo Abe implicava appunto una distensione definitiva con Mosca, soprattutto per bilanciare le ambizioni cinesi ed evitare una stretta mortale tra le due super-potenze che avrebbe annientato sul nascere le ambizioni da grande potenza del Giappone. In questo quadro, Abe aveva costruito un rapporto più che amichevole con Putin, testimoniato dai ben 27 incontri tenuti con il presidente russo durante gli anni di governo.

La trattativa attorno allo status delle Curili, occupate dall’Armata Rossa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, era il nodo centrale della questione e la disponibilità di Abe ad andare fino in fondo è dimostrata ad esempio dalla temporanea rinuncia nel 2019 alla rivendicazione della sovranità giapponese sulle isole contese. Il calcolo di Abe si basava sulla presa d’atto del relativo disimpegno americano in Estremo Oriente che, nel medio e lungo periodo, avrebbe richiesto un’assunzione di responsabilità totale da parte di Tokyo per la propria sicurezza e per la promozione dei propri interessi.

Questa impressione si sarebbe rafforzata in seguito all’approdo di Trump alla Casa Bianca. Abe fu in realtà il primo leader straniero a incontrare il nuovo presidente repubblicano, ma i rapporti non decollarono mai, a causa, tra l’altro, delle frizioni attorno alla questione della spesa militare americana per la sicurezza giapponese e alla ricerca di un accordo di pace tra Washington e la Corea del Nord. Alla fine, il fallimento di Abe nel cercare un nuovo approccio alla Russia fu dovuto più all’ostilità degli Stati Uniti che a una mancanza di coraggio dello stesso primo ministro.

Nonostante un’attitudine da autentico “falco” sulle questioni militari e di politica estera, guidate sempre da un’inclinazione ultra-nazionalista, l’impegno di Abe nel cercare un punto di incontro con la Russia stride fortemente con la decisione dell’attuale governo del premier Kishida di abbracciare in pieno l’offensiva contro Mosca dell’amministrazione Biden. Una scelta che, a differenza di quella perseguita senza successo da Abe, comporta non solo maggiori rischi in caso di escalation del conflitto, ma anche un netto ridimensionamento delle ambizioni nipponiche di autonomia strategica.

Per quanto la deriva e il degrado della politica interna ed estera giapponese odierna metta in una luce quasi positiva la figura di Shinzo Abe, va ricordato che la sua lunga permanenza al potere si è contraddistinta per lo più da iniziative di natura profondamente reazionaria. In ambito economico hanno prevalso ad esempio le misure regressive, dall’aumento delle tasse sui consumi alla precarizzazione del mercato del lavoro. I vari scandali in cui era finito evidenziano poi una concezione nepotistica e corrotta del potere. Decisamente ignobile fu infine l’atteggiamento revisionista verso gli aspetti più cupi della storia recente del suo paese, illustrato alla perfezione dalle visite provocatorie fatte al Santuario scintoista Yasukuni, dedicato ai caduti in combattimento, tra cui svariati criminali di guerra, e considerato il simbolo stesso del passato militarista, colonialista e dittatoriale nipponico.

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