di Giuseppe Zaccagni

La scelta filoeuropea, filoccidentale e di rinuncia alla sovranità di Belgrado sul Kosovo è stata bocciata dagli elettori serbi, i quali hanno deciso di premiare - almeno con il voto - quelle forze nazionaliste sempre ancorate ai miti patriottici del passato e alle idee della “Grande Jugoslavia”. Il risultato della consultazione di queste ore (con 6 milioni e 600mila elettori, chiamati a scegliere tra 3.795 candidati ripartiti in 20 formazioni politiche, che si dividono i 250 seggi del Parlamento con il sistema proporzionale e con lo sbarramento al 5 per cento) lascia però aperte varie soluzioni, in quanto non c’è una maggioranza capace di gestire il nuovo governo. Tanto che si può dire che la vittoria è dei nazionalisti - orfani della Jugoslavia di un tempo - ma che il potere resta ai democratici. E non è un gioco di parole: parlano i dati usciti dalle urne. Risulta così che i nazionalisti del Partito Radicale (“Srs”) di Tomislav Nikolic riescono a conservare la maggioranza relativa - con il 28,5% dei consensi contro il 27,7 del 2003 - mentre i filoeuropeisti del Partito Democratico (“Ds”) di Boris Tadic, - pur avendo ottenuto un vero trionfo passando dal 12,5 per cento del 2003 - raggiungono la soglia del 22,9 %. La strada verso una vera e propria coalizione è quindi obbligata, ma difficile e densa di ostacoli. Tanto più che dalle urne è uscito un altro risultato che fa pensare. Quello del partito della destra - “Dss”, Partito Democratico Serbo - del premier Vojislav Kostunica che, con un onorevole 20%, potrebbe essere l’ago della bilancia.

La scena politica della Serbia mostra tutti i vari aspetti della sua complessità. Tra i partiti in campo, come si è visto ad urne aperte, quello denominato “Srs” raccoglie i voti dei nazionalisti più accesi e di quei settori che hanno sostenuto con tutti i mezzi le proteste sociali dell’intera società. Il leader di questa area è Tomislav Nikolic, un personaggio che un paio d’anni fa non raggiunse il seggio di Capo dello Stato per un pugno di voti. E sempre questo partito si trova a vivere in una situazione particolare, dal momento che uno dei suoi capi carismatici, Vojslav Seselj (Presidente del partito e capolista in questa recente consultazione elettorale) si trova nel carcere del Tribunale dell'Aja (Tpi) perché accusato di crimini di guerra che avrebbe commesso nella Jugoslavia degli anni '90.

Altra forza serba è quella dei “Ds”, formazione liberal-riformista che si riconosce nell'attuale presidente della repubblica - Boris Tadic - il quale si dichiara filo-europeo proponendo un mix di riforme di mercato e giustizia sociale. Quanto alla politica estera immediata della Serbia, Tadic si proclama contro la secessione del Kosovo. Ed è su questa linea di azione che cerca intese con varie forze moderate cercando di salvare i passato per servire il presente e il futuro. Suo candidato premier è Bozidar Djelic, un economista con master a Harvard, che promette di fare della Serbia “la tigre dei Balcani”. In pratica i “Ds” della Serbia non perdono occasione di richiamarsi al loro filoccidentalismo, sognando un paese proiettato nel futuro. Ma su un punto tengono fermo il timone della loro politica: sono pronti a consegnare al Tribunale dell’Aja quei serbi che considerano criminali di guerra, ricevendo in cambio l’ingresso nell’Unione europea e nella Nato.

Alle mire dei “Ds” di Tadic risponde il Partito democratico della Serbia: la formazione nazional-centrista guidata da Vojislav Kostunica. Questo partito (che potrebbe essere il vero ago della bilancia della politica serba) si dichiara favorevole all'integrazione euro-atlantica di Belgrado, ma nello stesso tempo si mostra sensibile alle tesi patriottiche e al tradizionalismo religioso, ortodosso.

Nell’arena politica del Paese c’è poi il Partito liberaldemocratico (“Ldp”) del giovane Cedomir Jovanovic, unica formazione che durante le elezioni si è dichiarata apertamente disposta ad accettare l'eventuale perdita della provincia del Kosovo in cambio di una più rapida integrazione della Serbia nell’Unione Europea e nella Nato. E stessa linea di azione è quella del partito “G17 Plus”, uno schieramento tecnocratico-liberista (guidato, non a caso, dall'ex ministro delle Finanze Mladjan Dinkic) che è sostenuto dal mondo del business e che invoca l'accelerazione del cammino d'avvicinamento della Serbia all'Ue. Si propone, inoltre, come possibile garante dell'auspicata ricucitura tra “Ds” e “Dss” e partner di governo dei due maggiori partiti democratici.

Ma a parte la complessità dell’arco più o meno costituzionale presente sulla scena serba il problema che domina e che accomuna tutti è quello del Kosovo. Su questo punto la Serbia è obbligata a scegliere tra passato e futuro. Proprio perchè la eventuale perdita del Kosovo, considerato culla della tradizione serba, sarebbe una ferita difficile da rimarginare. Non è un caso se la stragrande maggioranza dei partiti è contraria all’indipendenza della provincia albanese, che dal 1999 (dopo la guerra scatenata dalla Nato contro la Jugoslavia di Slobodan Milosevic) vive nel limbo del protettorato Onu.
Lo stesso Kostunica, in visita a Banja Luka durante la recente campagna elettorale, ha detto, ancora una volta, che Belgrado non accetterà l'indipendenza del Kosovo, ma solo l'autonomia della provincia a maggioranza albanese, ma all'interno della Serbia. Una presa di posizione dura e chiara che incontra subito una forte resistenza da parte degli albanesi. I quali non ammettono altre soluzioni al di fuori dell’indipendenza.

Ora c’è da attendere che il rappresentante dell’Onu, Martti Ahtisaari, si pronunci sul futuro status della provincia. E si sa che proporrà una sorta di «indipendenza limitata», che potrebbe scatenare nuove tensioni. Non a caso i soldati della Nato in Kosovo (ventimila, compresi quelli del contingente italiano) sono in stato di allerta e le riserve hanno ricevuto l’ordine di mobilitazione per intervenire in caso di proteste violente da parte degli albanesi. Proteste che ora potrebbero essere alimentate dalla vittoria elettorale dei radicali.

Un risultato, quello di Belgrado, che fa dire al vice premier albanese Lutfi Haziri: “Spero che questa sia l’ultima volta che i serbi del Kosovo partecipino alle votazioni della Serbia, perché da ora in poi dovranno votare per il loro parlamento di Pristina”. Un avvertimento che suona come una nuova minaccia e che dimostra che la situzione di Belgrado è sempre a rischio. Pesano sulla scena, oltre ai nostalgici di Milosevic, anche quei piccoli partiti delle minoranze etniche - ungheresi e croati di Vojvodina, rom, bosniaci musulmani del Sangiaccato e parte degli albanesi della valle di Presevo - che puntano a coalizzarsi per far sentire ulteriormente la loro voce...

Futuro difficile, quindi, reso ancor più complesso dalle tante e tante ferite e dalle forti rivalità personali. Per non parlare dei colpi inferti alla Jugoslavia e all’ossatura generale della società, dagli Usa e dalla Nato. Il voto attuale ha dimostrato, nonostante le diverse venature politiche ed ideologiche, che le popolazioni locali non hanno dimenticato il ruolo avuto nella distruzione della loro terra - la Jugoslavia - da paesi che si chiamano Usa e Germania. Con il plauso del Vaticano.


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