Il ricorso a operazioni di matrice apertamente terroristica contraddistingue il regime ucraino almeno fin dall’inizio della guerra con la Russia nel febbraio 2022. Il bombardamento di una popolare spiaggia in Crimea nel primo pomeriggio di domenica sembra però un’azione in grado di imprimere un’ulteriore svolta al conflitto, soprattutto per via del ruolo decisivo svolto dagli Stati Uniti. È possibile infatti che Mosca decida nel prossimo futuro una ritorsione direttamente contro le forze NATO o, quanto meno, qualche iniziativa che restringa in maniera drastica le manovre di queste ultime in appoggio alla strategia disperata di Kiev.

 

Si è parlato a lungo di “linee rosse” nelle ultime settimane a proposito delle ripetute provocazioni ucraine e occidentali contro la Russia e l’episodio del fine settimana è arrivato proprio all’indomani di svariate dichiarazioni da parte del governo USA e dei vertici del Patto Atlantico su una possibile escalation nucleare come risposta al fallimento dei piani messi in atto nel paese dell’ex Unione Sovietica. Il più recente e gravissimo attacco contro la Crimea segue inoltre il via libera anche formale della Casa Bianca all’utilizzo da parte ucraina di armi americane per colpire “in profondità” nel territorio russo.

Il comunicato ufficiale emesso dal ministero della Difesa di Mosca poco dopo i fatti di domenica non ha mancato di indicare il governo di Washington come co-responsabile della strage avvenuta sulla spiaggia del Mar Nero nella località di Uchkuevka, nei pressi di Sebastopoli. Proprio questa città era l’obiettivo dell’operazione ucraino-americana. Dei cinque missili USA ATACMS (“Army TACtical Missile System”), muniti di bombe a grappolo (“cluster bombs”), lanciati verso la penisola di Crimea, quattro sono stati intercettati dalla contraerea russa, mentre l’ultimo è esploso sopra la spiaggia affollata di famiglie, causando il panico oltre a 4 vittime, di cui almeno un bambino, e oltre 150 feriti.

Com’è accaduto molte altre volte nel corso della guerra, il regime di Zelensky opta per azioni contro obiettivi di nessuna utilità militare, anzi selezionando deliberatamente bersagli civili, nel tentativo di generare frustrazioni tra la popolazione verso il governo russo. A corto cioè di mezzi per contrastare in maniera efficace la superiorità militare di Mosca, l’Ucraina e i suoi sponsor occidentali continuano a dedicarsi a operazioni terroristiche che, però, finiscono per ritorcersi contro questi ultimi in almeno due modi: provocando azioni militari russe ancora più massicce contro infrastrutture e obiettivi militari in Ucraina e avvicinando una decisione critica da parte del Cremlino per colpire direttamente “asset” della NATO.

Verso questa seconda opzione potrebbe essere ora orientato il governo russo. Sempre il ministero della Difesa ha infatti sostenuto che poco prima e in concomitanza con il lancio dei cinque missili ATACMS era stata rilevata la presenza nei cieli sopra il Mar Nero di un drone americano da ricognizione RQ-4 Global Hawk. Questo velivolo senza pilota ha in sostanza raccolto informazioni sui potenziali obiettivi, poi passate ai militari ucraini che hanno proceduto al lancio degli ordigni.

Il bombardamento di una spiaggia affollata di civili è stato quindi possibile solo grazie all’assistenza fornita dagli Stati Uniti al regime di Kiev. La prima contromisura che potrebbe di conseguenza adottare Mosca, come viene richiesto in queste ore da molti analisti e politici russi, è l’imposizione di una “no-fly zone” totale sopra il Mar Nero. Ciò comporterebbe l’abbattimento immediato di qualsiasi velivolo NATO, a cominciare appunto dai droni che assistono le forze ucraine in materia di intelligence. Se un evento di questo genere dovesse verificarsi, le conseguenze sarebbero difficili da prevedere. La NATO potrebbe decidere di rispondere a sua volta con un’operazione diretta contro la Russia, rischiando di innescare una pericolosissima escalation.

Un’altra opzione per Mosca è quella di colpire i depositi o le località di lancio dei missili forniti dall’Occidente, potenzialmente anche al di fuori dei confini ucraini. Questo preciso avvertimento era peraltro già stato formulato recentemente da parte russa, ma l’amministrazione Biden ha di fatto deciso di ignorarlo e di dare il via libera a una nuova provocazione incredibilmente rischiosa, oltre che all’ennesimo atto di stampo terroristico.

A giudicare dalla prudenza evidenziata da Putin e il suo governo negli ultimi due anni, non è comunque scontato che vengano implementate a breve misure drastiche come una “no-fly zone” sul Mar Nero. Il continuo superamento di USA e Ucraina delle “linee rosse” fissate da Mosca comporta però la necessità di agire prima che la situazione sfugga di mano e i malumori sul fronte interno superino il livello di guardia. Quasi certo è ad ogni modo che nel brevissimo periodo la Russia intensificherà le operazioni contro le strutture nevralgiche ucraine, prime fra tutte quelle energetiche, già oggetto di pesantissime incursioni nelle ultime settimane che hanno causato il tracollo quasi totale della rete elettrica del paese.

Come anticipato all’inizio, la futilità dal punto di vista militare di operazioni che non cambiano di una virgola gli equilibri strategici del conflitto è uno dei sintomi della disperazione del regime di Zelensky e dei governi che lo sostengono o, più correttamente, che lo stanno sfruttando. Anche e soprattutto grazie alla propaganda dei media ufficiali, iniziative come quella di domenica a Sebastopoli vengono spacciate come una dimostrazione di forza e della determinazione con cui la NATO intende continuare a sostenere lo sforzo bellico ucraino.

Il fatto poi che ancora una volta sia stato scelto un obiettivo in Crimea rivela il carattere simbolico di simili operazioni. La penisola sul Mar Nero è stata il primo territorio a passare alla Federazione Russa dopo il golpe appoggiato dall’Occidente a Kiev nel 2014. Qui erano emersi precocemente i primi segnali di resistenza alla presa del potere di forze di ispirazione nazista e ferocemente russofobe. Come hanno fatto notare inoltre alcuni commentatori russi, l’attacco di domenica coincide tristemente con l’avvio dell’invasione nazista dell’URSS nel 1941, quando Sebastopoli fu una delle prime città sovietiche a essere bombardata dalle forze tedesche.

Ci sono accese discussioni al di fuori dei circuiti dei media “mainstream” sull’insistenza dell’amministrazione Biden nel mettere in atto, tramite l’Ucraina, provocazioni che avvicinano un possibile scontro diretto tra Russia e NATO. Secondo alcuni, il coinvolgimento americano nel progetto Ucraina è tale, così come la posta in gioco, che un passo indietro e il riconoscimento della sconfitta di Kiev avrebbero conseguenze devastanti per la posizione strategica di Washington in Europa e non solo, se non per la tenuta della stessa Alleanza.

Di fronte alla prospettiva del baratro e con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, la Casa Bianca ritiene perciò di non avere altre alternative che alzare il livello delle provocazioni, sia per proiettare un’immagine di forza sia per convincere Mosca a desistere dall’offensiva militare e acconsentire alle trattative di pace sulla base delle assurde condizioni poste dal regime di Zelensky. Ipotesi anche peggiore è che gli Stati Uniti stiano cercando di provocare una risposta militare russa proprio contro obiettivi NATO, così da giustificare una mobilitazione che segnerebbe l’ingresso diretto dell’Occidente nel conflitto. In entrambi i casi si tratta di progetti illusori che implicano l’esplosione di una guerra aperta che gli Stati Uniti e la NATO semplicemente non saranno in grado di vincere.

Se, in ogni caso, Washington e Kiev intendono continuare a impiegare metodi terroristici, la Russia appare determinata ad adottare misure adeguate e, quindi, senza i limiti autoimposti finora. L’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov, in una dichiarazione rilasciata poco dopo i fatti di Sebastopoli ha parlato apertamente di sostegno americano al “terrorismo internazionale”. Lunedì, inoltre, la rappresentante diplomatica USA a Mosca, Lynne Tracy, è stata convocata dal ministero degli Esteri russo dove le è stata presentata una protesta ufficiale per la collaborazione americana nella strage.

Lo spettro del terrorismo si è manifestato peraltro sempre domenica nella repubblica meridionale russa del Dagestan. In due località della regione a maggioranza musulmana si sono verificati attacchi contro sinagoghe e chiese ortodosse. Complessivamente, le vittime civili sono state una ventina, incluso un noto sacerdote 66enne nella città di Derbent. Le autorità di polizia hanno fatto sapere di avere identificato alcuni dei responsabili, che includono individui legati agli ambienti politici locali.

Anche se non sono al momento chiare le ragioni degli attentati, in quest’area della Russia ci sono precedenti storici recenti che riconducono al sostegno americano agli ambienti del fondamentalismo islamista. Il riesplodere del terrorismo in questa regione potrebbe non essere dunque una coincidenza e, in parallelo al collasso ucraino, è lecito attendersi nel prossimo futuro altri episodi di violenza come quelli del fine settimana.

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