Il ritorno radicale al protezionismo non solo è possibile, ma necessario per un impero innegabilmente in declino. È una tesi denunciata da analisti “critici”, ma avallata da intellettuali di primo piano dell’establishment statunitense, come Zbigniew Brzeziński in un testo del 2012 e, successivamente, da diversi documenti della Rand Corporation. Il declino, o dissoluzione se si preferisce, è arrivato di pari passo con fattori interni critici: la crescita lenta dell’economia, la perdita di competitività nei mercati globali e il gigantesco indebitamento del governo federale. Se nel 1980 il rapporto debito/PIL del governo federale USA era del 34,54%, oggi ha raggiunto un livello astronomico del 122,55%. A ciò si aggiunge l’insostenibile bilancio del deficit commerciale, che continua a crescere e nel 2024 ha toccato i 131,4 miliardi di dollari, pari a circa il 3,5% del PIL. Il motivo è semplice: gli Stati Uniti consumano più di quanto producono.
A questa costellazione di fattori interni di indebolimento imperiale va aggiunto il deterioramento della legittimità democratica, emerso con l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e, più recentemente, con la grazia concessa da Trump a circa 1.500 rivoltosi condannati dalla magistratura americana. Invece del consenso bipartisan, oggi c’è una profonda frattura che mina il sistema politico, di cui il trumpismo è solo una delle espressioni.
A questo quadro già complesso si sommano i cambiamenti epocali nell’ambiente esterno degli Stati Uniti, trasformazioni che hanno modificato in modo irreversibile la morfologia del sistema internazionale e i suoi imperativi geopolitici. La crescita economica fenomenale della Cina e i significativi progressi di altri Paesi del Sud del mondo, come l’India e diverse nazioni asiatiche, sono diventati ostacoli oggettivi alle pretese di Washington. Per decenni, gli USA sono stati abituati a imporre le proprie condizioni a livello globale senza incontrare troppe resistenze. Ma per quanto Trump possa rimpiangerlo, quella “epoca d’oro” è finita per sempre, ormai relegata al passato a causa del rafforzamento economico e tecnologico dei Paesi del Sud globale.
Si è così creato uno scenario planetario in cui le spacconate di un tempo non sortiscono più lo stesso effetto – figuriamoci poi le guerre commerciali, dove l’aggressore finisce per diventare vittima delle proprie stesse decisioni.
E come se non bastasse, la scacchiera mondiale si complica ulteriormente con l’inatteso “ritorno” della Russia come contendente globale. Un evento che ha colto di sorpresa gli esperti ideologizzati dell’impero, ferventi sostenitori dell’eccezionalismo degli Stati Uniti come “nazione indispensabile”. A causa dei loro paraocchi ideologici, erano convinti che, dopo l’implosione dell’URSS, la Russia fosse condannata in eterno a un ruolo passivo negli affari mondiali, senza alcuna capacità di esercitare un minimo ruolo da protagonista. A tutto va aggiunto: la maggiore capacità di risposta militare di questi paesi (emersa chiaramente con la Russia nella guerra ucraina), i loro successi diplomatici, la formazione di ampie alleanze (come i BRICS). In questo contesto si comprendono le ragioni per cui l’equilibrio geopolitico mondiale si è spostato in direzione contraria agli interessi statunitensi. Il multipolarismo è arrivato ed è qui per restare.
Non deve sorprendere che, di fronte a questi cambiamenti minacciosi – evidenti fin dall’inizio del frustrato “nuovo secolo americano” – alcuni studiosi, opinionisti e consulenti governativi abbiano lanciato appelli accorati affinché la leadership statunitense eserciti il potere nella sua forma più cruda, abbandonando ogni convenzionalità o rispetto della legalità internazionale. Uno di questi, Robert Kagan, ha formulato un monito simile in un lungo e influente articolo pubblicato l’anno dopo gli attacchi dell’11 settembre. A differenza dell’Europa, sosteneva, la guida americana deve essere consapevole che il paese opera in “un mondo anarchico e hobbesiano, dove le leggi e le norme internazionali sono fragili e incerte”. In uno scenario del genere, “la vera sicurezza, la difesa e la promozione di un ordine liberale dipendono dal possesso e dall’uso della forza militare”.
Per Kagan, il bisogno mondiale di un “gendarme globale” – una versione aggiornata del Leviatano di Hobbes – era indiscutibile, e Washington era l’unica ad avere sia la volontà che la capacità di ricoprire quel ruolo cruciale. Di qui la proclamazione, da parte di George W. Bush poco dopo l’11 settembre, della dottrina della “Guerra Preventiva”: stabiliva che i Paesi o i governi che, secondo i parametri della Casa Bianca, “si pongono al di fuori della legge” vanno neutralizzati o distrutti. Naturalmente, si trattava degli Stati che non accettano l’ingannevole “ordine mondiale basato su regole”, concepito per favorire gli Stati Uniti e i loro vassalli.
Kagan completa la sua proposta ricorrendo al cinico ragionamento di un alto diplomatico britannico, Robert Cooper. Questi sosteneva che, nel rapportarsi al mondo al di fuori dell’Europa (o della “Anglosfera”, o dell’Occidente in declino), “dobbiamo tornare ai metodi più spicci di un’epoca passata – la forza, l’attacco preventivo, l’inganno, tutto ciò che è necessario per affrontare chi ancora vive nel mondo ottocentesco del ‘ognuno per sé’”. E aggiungeva: “Tra di noi rispettiamo la legge, ma quando operiamo nella giungla, dobbiamo applicare le leggi della giungla”.
La “giungla”, ovviamente, è tutto il resto del pianeta al di fuori del Nord Atlantico, in particolare le periferie dell’impero. Esattamente vent’anni dopo, Josep Borrell, Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’immoralissima Unione Europea, si sarebbe ispirato a queste parole quando, con monumentale arroganza, paragonando il “giardino europeo” al resto del mondo, descritto come una “giungla” da affrontare con i metodi brutali della giungla stessa.
Eppure, già alcuni anni prima della pubblicazione dei testi di Kagan e Cooper, esponenti più avveduti del conservatorismo americano come Samuel P. Huntington avevano messo in guardia circa i limiti degli Stati Uniti come “sceriffo solitario” e, più in generale, sulla sostenibilità dell’unipolarismo, che molti credevano sarebbe durato per tutto il XXI secolo. Secondo Huntington, il caos del panorama internazionale dopo il crollo dell’URSS obbligava Washington, ormai unica superpotenza, a esercitare il potere globale con spietatezza, poiché in un mondo hobbesiano prevale solo il più forte. Tuttavia, avvertiva che, col tempo, questo comportamento avrebbe potuto accelerare la formazione di una vasta coalizione anti-USA, comprendente non solo Russia e Cina, ma anche molti altri Paesi – ciò che oggi chiamiamo “Sud Globale”. Non a caso, era questo l’incubo che turbava il sonno di Brzeziński già nel suo libro del 1997, “La grande scacchiera”.
Inoltre, nel ruolo di gendarme del capitalismo mondiale, Washington è obbligata, secondo Huntington, a compiere azioni spregiudicate come “pressioni sugli altri paesi affinché adottino i valori e le pratiche americane; impedire a paesi terzi di acquisire capacità militari in grado di contrastare la superiorità militare statunitense”; imporre l’oltraggiosa e illegale extraterritorialità di tutte le leggi americane; promuovere gli interessi commerciali degli Stati Uniti dietro gli slogan del libero mercato e dei mercati aperti; plasmare le politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per servire quegli stessi interessi corporativi; e anche etichettare certi paesi come “stati sponsor del terrorismo” (come ha fatto Trump con Cuba in uno dei suoi primi ordini esecutivi) perché rifiutano di piegarsi al volere americano.
Di conseguenza, avvertiva, sarebbe stata solo questione di tempo prima che, in reazione a queste politiche, si formasse un ampio fronte contrario agli Stati Uniti e l’impero fosse sempre più sfidato da nuovi e potentissimi attori internazionali. In campo militare, lo “sceriffo solitario” è stato sconfitto in Corea, alla Baia dei Porci, in Vietnam, Iraq e Afghanistan; non è riuscito a superare l’eroica resistenza di Cuba nonostante sessantacinque anni di un embargo criminale, né a rovesciare il governo del Venezuela dopo oltre dieci anni di aggressioni di ogni tipo. A peggiorare le cose, questo guardiano del capitalismo mondiale non solo è più debole ma deve anche affrontare una scena internazionale molto più complicata e intrattabile rispetto a un quarto di secolo fa.
Nella sua disperazione, Trump cerca di fermare il tempo e di travestirsi da sceriffo, appellandosi alla forza bruta e facendo del bullismo il suo principale argomento diplomatico (“pace attraverso la forza”, come ha detto Marco Rubio) per far rivivere la “età dell’oro” dell’imperialismo: la diplomazia delle cannoniere e, invano, il tentativo di resuscitare un “ordine mondiale basato su regole” morto alcuni anni fa. Trump è solo il becchino, non il boia, di quell’ordine mondiale parziale. Si è ritirato dagli Accordi di Parigi sul clima e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha tagliato i finanziamenti all’Organizzazione Mondiale del Commercio, creata sotto la leadership di Washington, e ha minacciato di abbandonare le Nazioni Unite e i suoi numerosi organismi globali (l’UNESCO sarebbe un obiettivo speciale di questo cambiamento di politica). Ha anche definitivamente cancellato un gran numero di trattati internazionali che, secondo il suo mediocre staff di consulenti, impediscono agli Stati Uniti di “tornare grandi”. Nella sua crociata di restaurazione, Trump brandisce l’arma della guerra commerciale, aggrappandosi ai dazi doganali, il cui effetto boomerang è stato più volte sottolineato da economisti di ogni estrazione.
Nel loro delirio imperiale in ritardo, gli Stati Uniti minacciano di imporre la loro volontà su qualsiasi avversario: da chi sostiene che la Groenlandia non è in vendita, o che il Canada non diventerà il 51° stato dell’Unione, o che il Canale di Panama non può essere ripreso con la forza perché controllato dai cinesi (il che è una colossale menzogna). E ancora: chi si oppone a ribattezzare il Golfo del Messico come “Golfo d’America”, chi rifiuta di considerare i cartelli della droga “organizzazioni terroristiche” (il che, secondo le leggi USA, autorizzerebbe interventi militari sul territorio messicano), e, ovviamente, chi contrasta l’inasprimento delle aggressioni contro Cuba e Venezuela.
Trump aveva promesso di chiudere la guerra in Ucraina entro 24 ore dal suo insediamento, ma due mesi dopo, quelle parole sono svanite nel nulla, perché Vladimir Putin non ha alcuna intenzione di gettare nella spazzatura la sua vittoria militare contro la NATO in Ucraina in cambio di nulla. E nonostante le presunte pretese pacifiste di Trump, ridotte al caso ucraino, egli prosegue la politica dei suoi predecessori, sia repubblicani che democratici, di finanziare, armare e avallare il genocidio che il regime terroristico israeliano sta perpetrando a Gaza e ora in Cisgiordania.
Finora, Trump e la sua ristretta cerchia di oligarchi, che hanno dirottato la democrazia negli Stati Uniti, hanno limitato le loro pretese restauratrici a gesti e parole, o a iniziative a costo zero come l’abbandono dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma sul “Campo di Marte” delle relazioni internazionali, dove si scontrano molteplici e potentissimi attori e interessi, finora poco o nulla è stato ottenuto. A peggiorare le cose, Trump ha un fronte interno in cui una fetta crescente della popolazione americana disapprova già il suo operato alla Casa Bianca – il 50%, secondo un sondaggio dell’Economist del 27 marzo.
Tuttavia, in America Latina e nei Caraibi dobbiamo restare in allerta, perché, come ripetutamente avvertivano Fidel e dal Che, quando le cose non vanno bene agli Stati Uniti in altre parti del mondo, Washington si ritira nella sua retroguardia strategica – appunto, l’America Latina e i Caraibi. Non esiterebbe a scatenare un’offensiva politica, mediatica, d’intelligence e persino militare per instaurare nella regione “governi amici” – se necessario, feroci dittature – per scoraggiare potenze rivali come Cina, Russia, India, Iran e altri Paesi del Sud Globale. È accaduto in passato, e potrebbe ripetersi anche oggi.
Fonte: Globetrotter Media