di Mariavittoria Orsolato

E' un autunno caldo quello che si prospetta dinanzi al mondo dell'editoria televisiva italiana. La messa in vendita dell'intero slot di trasmissione di Telecom Italia Media - che comprende i tre canali di La7, i sette di Mtv e ha estensione sia sul digitale terreste che sulla piattaforma satellitare di Sky, in quanto proprietaria di Mtv Italia al 51% con Viacom - ha messo in subbuglio i tycoon dell'etere che, nel corso dell'estate, hanno gareggiato a suon di proposte.

La più clamorosa di tutte è stata quella di Mediaset che, evidentemente non paga della crisi di idee e liquidità che avvince Cologno Monzese, aveva manifestato l'intenzione di fagocitare il polo televisivo concorrente. Una mossa in evidente spregio dell'Antitrust che ha subito fatto impensierire gli investitori e ha allarmato non di meno i commentatori per la pericolosa concentrazione proprietaria che un'acquisizione del genere avrebbe comportato, soprattutto nello sventurato caso in cui il “padrone del vapore” dovesse candidarsi per l'ennesima volta alla Presidenza del Consiglio.

Lo stesso Enrico Mentana, transfugo del Biscione e ora a capo del tg di La7, si è sentito minacciato a tal punto da annunciare pubblicamente la sua defezione nell'eventualità che Silvio Berlusconi torni ad essere il suo editore di riferimento. Alla fine però anche questa boutade ha seguito il destino degli innumerevoli ipse dixit dell'ex premier e l'infausto matrimonio Mediaset-La7 è andato in fumo. A porre il veto è stato il comitato esecutivo del Biscione che, per ovvie ragioni di concorrenza, si è visto rifiutare l'accesso ai dati sensibili del pacchetto in vendita.

Stando alla “catena alimentare” capitalista, per un magnate che getta la spugna ce n'è sempre un altro pronto a lanciarsi sulla preda e così, dopo il ritiro del network di Silvio Berlusconi, si è subito fatto avanti quello di Rupert Murdoch. News Corp, che in Italia controlla Sky e il canale in chiaro Cielo, ha infatti presentato una manifestazione d'interesse ed è tra le società cui, diversamente da Mediaset, è stata data la possibilità di “vedere le carte” da parte degli advisor.

Anche qui però, passata la prima parte del processo di vendita - quella che appunto consente di andare a visionare i dati confidenziali di Telecom Italia Media dopo aver firmato un accordo di riservatezza - l'affare è sfumato. Il colosso dell'infotainment del tycoon australiano ha deciso di non presentare alcuna offerta lasciando intendere velatamente che il gioco non vale affatto la candela.

Eppure, stando alla perizia conclusa il 19 luglio da Ernst&Young, gli slot televisivi messi in vendita da Telecom Italia Media hanno un valore di base di 81,3 milioni di euro un prezzo certo abbordabile  in visione di un investimento importante nel panorama televisivo italiano. Il problema del polo di La7-Mtv sono purtroppo i debiti che, secondo quanto scrive il Corriere della Sera, ammontano a circa 122 milioni di euro divisi rispettivamente tra operativi (85 milioni), finanziari (27,5 milioni) e 9,6 milioni di fondi per il rischio cause. La scadenza per la presentazione delle offerte è stata fissata per il prossimo 24 settembre e l'amministratore delegato Franco Bernabè ha già spiegato che l'eventuale compratore verrà scelto sulla base del prezzo e del piano industriale: almeno a parole, dunque, Telecom Italia Media non verrà svenduta.

Resta quindi da capire chi si farà concretamente avanti lunedì prossimo con gli advisor Mediobanca e Citigroup, i due consulenti finanziari scelti da Telecom Italia per cedere la controllata. Tra i soggetti in gara resta il gruppo telefonico 3 Italia, controllato dai cinesi di Hutchinson Whampoa: l'interesse, che inizialmente era soltanto per i multiplex di Telecom Italia Media, si sarebbe successivamente esteso anche alle reti televisive, cioè La7 e Mtv. Al momento sembra però difficile capire se la società telefonica guidata da Vincenzo Novari farà o meno un'offerta concreta.

In campo c'è poi Urbano Cairo, l'ex manager Publitalia che è il concessionario di pubblicità per La7 ed è oggi a capo del gruppo Cairo Communication. Restano da verificare le strategie di alcuni gruppi industriali stranieri, come Rtl e come la Discovery Channel posseduta dal colosso americano Liberty Media, che già da subito avevano individuato l'affare come una ghiotta occasione per attestarsi stabilmente nel mercato televisivo nostrano in chiaro senza rimanere relegati al satellite.

In tutto ciò non poteva mancare la polemica che, in questo caso, arriva per bocca di Alessandro Proto, amministratore delegato del gruppo finanziario Proto Organization che, a fronte di un'offerta da 200 milioni rifiutata, si è sfogato così su Milano Finanza: “L'impressione è che questa sia la solita vicenda all'italiana dove per poter acquistare qualcosa di potenzialmente strategico bisogna essere "amico" di qualcuno. Le manfrine di questi giorni fanno solo pensare che La7 sarà ceduta ad uno di questi amici, il fatto stesso che non vengano forniti tutti i documenti necessari ad una valutazione la dice lunga sul ruolo dell'advisor che sta curando la vendita. Anche le voci fatte circolare in questi giorni sembrano fatte apposta per depistare una decisione in realtà già presa”.

Senza per forza dare adito ai complottismi il dato di fatto di questa vicenda è uno e lo ha mirabilmente riassunto il manager televisivo Gregorio Paolini, affidando le sue convinzioni sull’affaire La7 a un interrogativo, retorico e suggestivo, diffuso via Twitter: “Ma La7 è come Isabella di Castiglia?”.


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