Il “Giorno della Liberazione” proclamato da Trump con il lancio mercoledì di una vera e propria guerra commerciale globale finirà molto probabilmente per creare una serie di effetti contraddittori sul piano economico e geo-politico negli Stati Uniti, in ogni caso con un esito molto diverso da quello prospettato dal presidente repubblicano. Di rilevanza storica potrebbero essere in effetti i cambiamenti che le nuove politiche tariffarie innescheranno, se confermate nel medio e lungo periodo. Ma, in assenza di una pianificazione economica, industriale e sociale di vasta portata – al momento nemmeno lontanamente nelle intenzioni e nelle capacità della Casa Bianca – i soli dazi a tappeto appena annunciati faranno poco o nulla per la “rinascita” degli Stati Uniti. Ciò che potranno quasi certamente provocare è invece un’intensificazione delle rivalità sul piano globale, con il rischio di un aumento vertiginoso di tensioni e conflitti.

Quelle appena introdotte sono misure basate sul principio di “reciprocità” e vanno ad aggiungersi ai dazi già imposti nelle scorse settimane contro alcuni paesi. Esse sono il risultato di uno studio che, almeno in teoria, ha tenuto in considerazione non solo le barriere doganali che gli altri paesi applicano alle merci importate dagli USA, ma una serie di altri meccanismi, come sussidi, “manipolazione” delle valute e regolamentazioni varie, che Trump ritiene rappresentino una discriminazione verso il suo paese e i suoi prodotti.

In conseguenza del calcolo dell’amministrazione Trump, ad ogni paese è stato assegnato un numero che dovrebbe corrispondere alla percentuale media complessiva delle tariffe che gravano sui beni americani in ingresso. I dazi decisi da Trump sono pari alla metà di questo numero. Ad esempio, per l’UE il numero stabilito è 39, così che i dazi che peseranno sull’export verso gli Stati Uniti sarà del 20%. Per le merci cinesi sarà invece del 34%, a cui si deve però sommare il 20% già ordinato di recente da Trump, per un totale quindi del 54%.

In molti casi, come hanno fatto notare alcuni osservatori la percentuale decisa è il risultato di un calcolo apparentemente senza senso, ottenuto dividendo il surplus commerciale di un determinato paese con Washington per il totale del suo export verso gli Stati Uniti. L’invettiva di Trump contro i paesi che si sarebbero approfittati degli USA, esportando quantità enormi di merci e nel contempo erigendo barriere doganali contro i prodotti americani, è inoltre il frutto di un’analisi superficiale e fuorviante degli scambi commerciali.

L’UE, ad esempio, nel 2023 ha esportato merci negli USA per un valore di 503 miliardi di euro, mentre ne ha importate per 347 miliardi, con un attivo quindi pari a 156 miliardi. Nello stesso anno, però, gli Stati Uniti hanno esportato in Europa 427 miliardi di euro in servizi, contro un export europeo in questo settore di 319 miliardi. Qui il disavanzo europeo è di 108 miliardi, che riduce perciò il positivo della sua bilancia commerciale con gli USA a 48 miliardi, pari ad appena il 3% degli scambi complessivi tra le due sponde dell’Atlantico.

Tornando alle quote dei dazi, fortemente colpiti sono anche alcuni paesi del sud-est asiatico, dove molte aziende cinesi si sono spostate per eludere i dazi americani contro Pechino. La Malaysia dovrà così subire un extra del 24% sulle esportazioni verso gli USA, la Thailandia del 36% e il Vietnam del 46%. I due principali alleati di Washington in Estremo Oriente, Giappone e Corea del Sud, avranno invece dazi rispettivamente del 24% e del 25%, mentre l’India del 30%. I paesi non inclusi nell’elenco di quelli per cui è stato considerato il fattore della “reciprocità” si vedranno comunque imporre dazi del 10%, per scoraggiare parzialmente il trasferimento verso di essi delle attività produttive delle aziende dei paesi più colpiti dalle decisioni di Trump.

Dal Rose Garden della Casa Bianca, Trump ha quindi annunciato l’imminente inizio di una nuova “età dell’oro” per gli Stati Uniti, grazie a un’iniziativa che dovrebbe dare un impulso straordinario alla “base industriale” americana e far crollare le barriere commerciali dei paesi stranieri, così che, alla fine del processo, i consumatori vedranno prezzi più bassi. Se anche questo improbabile scenario dovesse verificarsi, ciò accadrà come minimo tra molti anni se non decenni.

Per il momento, l’effetto generato sarà un’impennata dei prezzi delle merci provenienti dall’estero e, in particolare, di quelle che gli USA importano dai paesi con i dazi più alti. Questi ultimi, poi, hanno già promesso di applicare a loro volta ritorsioni contro Washington. Quindi ci saranno ulteriori dazi sulle merci americane esportate e, di conseguenza, Trump potrebbe ritoccare nuovamente al rialzo le tariffe appena stabilite, nel più classico meccanismo delle guerre commerciali.

Lo stimolo alla reindustrializzazione dell’America è l’altro elemento chiave delle politiche commerciali dell’amministrazione repubblicana. Anche in questo caso, Trump ritiene che agendo solo su un elemento della questione si possano ottenere risultati complessi e, oltretutto, in tempi relativamente rapidi. A livello teorico, la probabile riduzione della quantità di beni in entrata dall’estero, dovuta all’impennata dei prezzi per via dei dazi, può stimolare la produzione domestica di questi stessi beni.

La ricostruzione di un tessuto industriale simile a quello americano precedente alla finanziarizzazione dell’economia è tuttavia un processo che richiede interventi in diversi ambiti e una visione chiara dei fattori in gioco. I processi da considerare sono molteplici e richiedono una pianificazione sul lungo periodo che includa, come minimo, investimenti sulla ricerca e la formazione, ma anche e soprattutto sulle infrastrutture, creando sinergie che l’amministrazione Trump non ha mai dimostrato di voler prendere in considerazione.

Il presidente americano, quando ha discusso delle implicazioni delle sue politiche commerciali, ha piuttosto citato l’abbassamento delle tasse come possibile effetto benefico. In altre parole, le centinaia di miliardi di dollari che i dazi potrebbero generare consentiranno, nella sua visione, di tagliare il carico fiscale degli americani, ma il risultato, sempre se il piano dovesse concretizzarsi, sarà ancora una volta un regalo ai super-ricchi e lo svuotamento delle casse federali, rendendo impraticabile il lancio di un progetto di spesa a sostegno della reindustrializzazione. A pagare maggiormente il peso dei dazi saranno cioè gli americani a reddito più basso, mentre a beneficiare degli ipotetici tagli alle tasse, come già avvenuto nel primo mandato di Trump, saranno appunto in pochi.

Un altro problema per il presidente è poi legato al fatto che l’auspicio di incrementare l’attività industriale domestica e dare un impulso alle esportazioni si basa da un lato sulla crescita dell’economia globale, necessaria per assorbire le merci americane, e dall’altro su un dollaro debole che favorisca la competitività di queste ultime. La guerra commerciale che sta scatenando produrrà al contrario una contrazione della crescita economica nel pianeta, già oltretutto in fase di rallentamento. Inoltre, l’elemento fondante della supremazia americana sul piano internazionale, ovvero lo status di valuta di riserva mondiale del dollaro, dipende dalla forza della moneta americana.

Da questa considerazione deriva un altro aspetto che contraddice le tesi di Trump sulla natura ingannevole, ai danni dell’America, dei rapporti commerciali con gli altri paesi. Le politiche volte a tenere basse le barriere doganali sono state applicate deliberatamente dalla classe politica USA per favorire, in primo luogo, i liberi traffici di merci a livello globale, denominati appunto in buona parte in dollari e che quindi rafforzavano la posizione dominante della valuta americana.

Da ultimo, va considerato il legame tra le politiche commerciali trumpiane e i risvolti militari connessi alle crescenti rivalità internazionali. In un futuro prossimo nel quale si assisterà al consolidamento delle posizioni globali delle grandi potenze, la prospettiva di una guerra su vasta scala, con ogni probabilità tra USA e Cina, appare sempre più reale. Nei calcoli americani, la dipendenza degli Stati Uniti dall’importazione di beni cruciali per il settore militare da altri paesi, siano essi nemici o alleati di oggi, risulta pericolosa e inaccettabile.

Da qui la necessità di stimolare la produzione industriale domestica, sganciando le esigenze tecnologiche moderne da attori terzi che, in scenari di crisi, potrebbero tagliare determinate forniture agli USA, con conseguenze catastrofiche sul piano militare e strategico. Che poi i risultati corrispondano alle aspettative è tutto da verificare e, come spiegato in precedenza, non ci sono indicazioni che facciano pensare alla preparazione di piani di vasta portata diretti a sviluppare tutti gli aspetti che implica una “rivoluzione” di questo genere.

Simili considerazioni sono però al centro delle analisi dell’amministrazione Trump, il quale, infatti, nel rivendicare la facoltà di imporre dazi a virtualmente tutto il mondo, ha fatto appello a una legge degli anni Settanta del secolo scorso che assegna poteri speciali al presidente, anche in ambito commerciale, in presenza di una “emergenza economica nazionale”.

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