La visita di questa settimana in tre paesi europei del presidente cinese, Xi Jinping, si inserisce nel quadro della competizione globale sempre più accesa tra Washington e Pechino, che vede nel vecchio continente uno dei terreni di scontro più importanti. Con Francia, Ungheria e Serbia sulla sua agenda europea, il leader della Repubblica Popolare ha operato una scelta strategica ben precisa, a cui si ricollega anche la recente trasferta del cancelliere tedesco Scholz in Cina. Tra polemiche sulle questioni commerciali e di “sovracapacità” industriale, nonché sul conflitto russo-ucraino, la presenza di Xi in Europa potrebbe riaccendere le tensioni tra quei paesi meglio disposti verso le opportunità offerte da Pechino e quelli più ostili. Il tutto nel pieno del processo di arretramento in Occidente dei principi del libero mercato a favore della costruzione, sia pure ancora nelle fasi iniziali, di vere e proprie economie di guerra.

 

I numeri in gioco rendono perfettamente l’idea dell’importanza dei rapporti tra UE e Cina, in particolare se messi nella prospettiva degli oltre due decenni seguiti all’ingresso di Pechino nel WTO. Gli scambi commerciali sono cresciuti del 900% dal 2001, toccando i 927 miliardi di dollari nel 2022. Un incremento ancora maggiore lo ha fatto segnare il deficit della bilancia commerciale europea, arrivato, nello stesso anno, a 429 miliardi. I principali partner commerciali della Cina in Europa sono Germania, Olanda e Francia. Parigi, ad esempio, ha importato merci dalla Cina per 42 miliardi nel 2022, esportandone invece per 25.

L’Europa insiste nell’accusare Pechino di inondare con beni a basso costo il continente grazie a illegittimi aiuti governativi alle proprie aziende. La polemica negli ultimi anni ha riguardato soprattutto le auto elettriche, con la Cina che sta rapidamente diventando il leader mondiale delle vendite in questo settore. La Commissione Europea pubblicherà a breve un rapporto specifico sulla questione ed è molto probabile che i toni saranno minacciosi e alcune anticipazioni ipotizzano la proposta di imporre dazi tra il 15% e il 30%.

L’aspetto singolare della vicenda è che, secondo varie analisi specializzate, anche con tariffe doganali di questo livello le auto elettriche cinesi potrebbero essere comunque più competitive di quelle europee. In realtà, aiuti e sussidi statali, pur avendo evidentemente un peso, non sono gli unici fattori a favorire i prodotti cinesi. A risultare decisivi sono piuttosto altri elementi, come l’implementazione di tecnologie industriali d’avanguardia ed economie di scala.

Oltretutto, l’indignazione europea per l’intervento dello stato cinese nelle dinamiche industriali interne lascia il tempo che trova, essendo una pratica ampiamente diffusa anche in Occidente. Basti pensare, solo per citare uno dei casi più recenti, alla legge approvata l’anno scorso negli Stati Uniti (“Inflation Reduction Act”), che prevede massicci sussidi e sgravi fiscali per le compagnie che investono nelle “tecnologie sostenibili” e che anche Bruxelles ha bollato come provvedimento protezionistico.

La minaccia nemmeno troppo velata di imporre restrizioni commerciali contro la Cina, espressa dalla presidente della Commissione Europea von der Leyen nel corso dell’incontro tra Xi e il presidente francese Macron, implica comunque seri rischi per l’Europa. Le capacità di Pechino di rispondere con misure di ritorsione sono molteplici e riflettono un ribaltamento radicale degli equilibri economici avvenuto in questi anni, con il PIL cinese oggi superiore a quello dell’intera UE.

La perdita di quote del mercato cinese e lo stop o gli ostacoli all’importazione di beni difficilmente reperibili altrove non fanno insomma dormire sonni tranquilli al business europeo, anche perché l’elenco delle scelte autolesioniste e irrazionali della classe politica del vecchio continente è molto lungo e il precedente della gestione della crisi russo-ucraina freschissimo. Riguardo alla Cina, si può inoltre ricordare l’imposizione nel 2013 di dazi sulle importazioni di pannelli solari dalla Cina, salvo poi cancellarli alcuni anni dopo per l’impossibilità di rimpiazzare questi prodotti con quelli realizzati in Europa.

È ovvio comunque che l’Europa resti di primaria importanza per la Cina sia dal punto di vista economico-commerciale sia strategico e, anzi, la rivalità con gli Stati Uniti e il peggioramento delle relazioni con questi ultimi e, ad esempio, con il Regno Unito, rende il “file” UE ancora più rilevante per Pechino. Xi e il suo governo, nonostante il riallineamento transatlantico seguito al ritorno del Partito Democratico alla Casa Bianca e alla guerra in Ucraina, continuano così a lavorare per impedire l’appiattimento completo dell’Europa sulle posizioni americane. O, da un altro punto di vista, per incoraggiare l’indipendenza economica e strategica europea.

Quest’ultimo aspetto è apparso chiaro appunto dalla scelta delle destinazioni del viaggio di questa settimana del presidente cinese. La Francia resta infatti e almeno in teoria la potenza europea maggiormente in grado di esprimere una politica estera autonoma. Ancora di più lo è l’Ungheria, pur avendo un peso specifico decisamente inferiore rispetto a Parigi. Fuori dal blocco UE, la Serbia è infine la destinazione più logica, visto il rapporto privilegiato con la Russia, salvaguardato da Belgrado nonostante le enormi pressioni (e minacce) occidentali. Ungheria e Serbia vantano inoltre importanti progetti industriali, energetici e infrastrutturali in collaborazione con la Cina. Per via dell’approccio alle dinamiche geo-strategiche delle rispettive leadership e delle posizioni geografiche che occupano, i due paesi offrono anche altrettante basi cruciali per la proiezione degli interessi cinesi in Europa.

In breve, il tour di Xi Jinping, il primo in Europa nell’era post-Covid, è da ascrivere all’impegno cinese per evitare un compattamento dell’UE contro Pechino sotto la spinta di Washington. Uno sforzo che incontra risposte contraddittorie, inasprite dal radicalizzarsi delle posizioni dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Oltre ai paesi visitati questa settimana da Xi e, evidentemente, altri ancora, il focus cinese resta anche sulla Germania, cioè il paese più penalizzato dall’offensiva anti-russa diretta dagli Stati Uniti.

Come accennato in precedenza, alcune settimane fa il cancelliere Scholz era stato in Cina per un vertice che ha assunto un’importanza particolare anche alla luce delle dinamiche interne al governo di Berlino. Il riferimento è in questo caso all’occupazione del ministero degli Esteri dell’ultra-atlantista Annalena Baerbock, del partito dei Verdi, decisa a sganciare il più possibile la Germania dalla Cina malgrado i super-consolidati rapporti economici tra i due paesi.

Le minacce di imporre dazi alle importazioni cinesi da parte della von der Leyen sono da ricondurre a queste tendenze e si intrecciano alle pressioni che l’Europa, così come gli USA, stanno facendo sulla Cina per convincere Pechino a far venire meno il sostegno alla Russia nella guerra in corso. Anche in questo caso si è in presenza di una richiesta senza nessun senso logico. La Cina continua a mantenere un atteggiamento formalmente neutrale nel conflitto e, in ogni caso, non intende incrinare i rapporti con un partner a tutto tondo come Mosca nel clima internazionale odierno, segnato dalla crescente ostilità e aggressività dell’Occidente e soprattutto degli Stati Uniti.

Non è comune solo la spinta di Washington o gli istinti filo-atlantisti dei leader europei a determinare gli equilibri sempre più precari sull’asse Bruxelles-Pechino. In azione ci sono anche dinamiche oggettive che, come accennato all’inizio, stanno determinando un ripensamento delle dottrine liberiste che hanno fin qui permesso alla Cina di beneficiare della divisione del lavoro su scala globale. Alla luce delle rivalità crescenti tra le potenze internazionali e regionali, gli aspetti economici e commerciali stanno sempre più saldandosi a quelli della “sicurezza” dei singoli paesi o blocchi di alleanze, così da richiedere appunto una protezione per i rispettivi sistemi industriali, in un futuro non troppo lontano chiamati a sostenere un possibile sforzo bellico.

La scommessa e, assieme, la sfida cinese, evidenziata dalla visita europea di Xi Jinping, sarà quindi di provare a frenare queste tendenze distruttive, promuovendo, tra enormi pressioni, un modello alternativo che rispetti i legittimi interessi e l’autonomia delle scelte strategiche di tutti gli attori coinvolti.

Pin It

Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy