Nel tentativo di recuperare uno spazio di manovra politica, Giuseppe Conte rischia di condannare se stesso e il Movimento 5 Stelle all’oblio. Lo strappo arrivato la settimana scorsa - quando i senatori M5S hanno abbandonato l’Aula al momento di votare la fiducia sul decreto Aiuti - sa tanto di mossa della disperazione, e non è affatto a rischio zero. In teoria, la prospettiva migliore per Conte sarebbe quella di uscire dalla maggioranza senza far cadere il governo. In questo modo, i pentastellati potrebbero recuperare consensi (ormai ridotti al lumicino) imitando Giorgia Meloni, ovvero con il posizionamento strategico all’opposizione.

Se Draghi rimanesse coerente con la linea tenuta fin qui, questo disegno sarebbe destinato al fallimento. Il presidente del Consiglio ha sempre detto di volere una maggioranza non politica, ma d’unità nazionale, ossia la più ampia possibile: in questa prospettiva, la defezione di Fratelli d’Italia è stata considerata tollerabile, ma di certo non può esserlo quella del partito più rappresentato in Parlamento.

 

Per questa ragione, dopo lo strappo al Senato, il Premier è andato al Quirinale con l’intenzione (apparente) di farsi da parte. Al Colle, però, è successo qualcosa che ha lasciato intuire la possibilità di un esito diverso. Il Presidente della Repubblica ha respinto le dimissioni di Draghi, che ora è atteso mercoledì in Parlamento per riferire sulla crisi e chiarire come intende affrontarla.

Gli scenari possibili sono tre. Del primo abbiamo già detto: il governo Draghi rimane in sella ma con un rimpasto, dovuto all’uscita dalla maggioranza del Movimento 5 Stelle. Il capo del Governo potrebbe smentire se stesso e accettare questo scenario sotto la pressione non solo di Sergio Mattarella, ma anche degli altri leader politici (che, a dispetto delle dichiarazioni, dal voto anticipato sono spaventati eccome) e soprattutto dei suoi veri referenti: Bruxelles, Washington e i grandi centri del potere economico e finanziario.

Nessuno dalle parti della Commissione europea, di viale dell’Astronomia e di Piazza Affari si fa grossi scrupoli di coerenza: a loro interessa che Draghi rimanga in sella per proseguire le riforme avviate (cioè i frutti di un vero e proprio commissariamento dell’Italia), per mettere in sicurezza i fondi legati alla realizzazione del Pnrr e per limitare gli attacchi speculativi sui mercati. Quanto agli Stati Uniti, è facile immaginare che vogliano tenere a Palazzo Chigi per tutto il tempo possibile il più obbediente e sollecito dei loro interlocutori europei.

Il secondo scenario è quello delle elezioni anticipate in autunno. Ci sarebbero delle difficoltà pratiche, perché in quel periodo arriverà probabilmente la nuova ondata di contagi Covid e bisognerà organizzare la campagna di vaccinazioni con i sieri aggiornati. Inoltre, in quei mesi il governo dovrebbe scrivere la legge di bilancio, mantenere la nuova tornata di impegni assunti con il Pnrr e, soprattutto, allestire nel dettaglio un piano per affrontare l’emergenza energetica, visto che, verosimilmente, il prossimo inverno dovremo fare i conti con il razionamento del gas.

Tutti questi ostacoli, comunque, di per sé non bastano a impedire le elezioni. Ben più dirimente potrebbe essere la scarsa motivazione dei partiti. In generale, bisogna tenere a mente che, dalla prossima legislatura, i posti in Parlamento saranno la metà, e quindi una buona fetta degli attuali deputati e senatori è praticamente già certa di essere all’ultimo giro di giostra della carriera. Questo discorso è tanto più vero per i parlamentari del Movimento 5 Stelle, che nei sondaggi sono sprofondati a meno di un terzo dei consensi ottenuti nel 2018. Non a caso, anche dopo la scissione di Di Maio, la compagine grillina è tutt’altro che compatta e il rischio di ulteriori fratture non è da sottovalutare.

L’idea di andare al voto in autunno non può piacere neanche al Pd, soprattutto per le modalità con cui si arriverebbe a questo esito. Se a staccare la spina di Draghi fossero i pentastellati, infatti, Enrico Letta vedrebbe saltare in modo irrimediabile quel progetto di “campo largo” a cui ormai da tempo rimane aggrappato con testardaggine. Ammesso che il segretario riesca a rimanere in sella dopo un errore di valutazione così macroscopico, a quel punto la sconfitta alle elezioni sarebbe non solo certa, ma anche di proporzioni umilianti.

A vincere sarebbe infatti il centrodestra, dove però esulterebbe solo Giorgia Meloni, che rischierebbe seriamente di diventare la prima presidente del Consiglio donna nella storia della Repubblica. Salvini, invece, dovrebbe accontentarsi della posizione di alleato debole, mentre Forza Italia rischierebbe di ritrovarsi con una rappresentanza parlamentare risibile.

Il terzo e ultimo scenario è quello gattopardiano: “Bisogna che tutto cambi, se vogliamo che tutto rimanga com'è”. In sostanza, Draghi potrebbe accontentare il Movimento su alcuni dei 9 punti proposti come ultimatum e Conte potrebbe fingere di farsi bastare le concessioni. A quel punto il governo resterebbe in piedi, ma il leader pentastellato potrebbe rivendicare una vittoria, seppure di Pirro, evitando allo stesso tempo il rischio di un’ulteriore spaccatura nel M5S.

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