E’ un sandinista della prima ora, Denis Moncada Colindres, ministro degli Esteri del Nicaragua. Ha partecipato al movimento di liberazione e poi alla rivoluzione che, nel 1979, ha posto fine alla dittatura di Anastasio Somoza dando il potere al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), che ha governato fino al 1990. Moncada è sempre rimasto nella direzione dell’FSLN, congedandosi con il grado di Generale di Brigata. In seguito, ha lavorato per il ritorno di Daniel Ortega al governo del paese.

 

Dopo la vittoria elettorale del Fronte sandinista, nel 2006, è stato per otto anni ambasciatore all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), poi assessore del presidente per le questioni internazionali e, da due anni, è ministero degli Esteri. Lo abbiamo incontrato a Roma in occasione del suo viaggio in Vaticano, compiuto con l’intento di ridar vita al processo di dialogo per riportare la pace nel paese dopo le violenze scoppiate ad aprile. “Al di là dell’incarico che si ricopre nelle diverse condizioni storiche, quel che conta - dice - è la lotta per portare avanti un progetto di emancipazione popolare”.

 

Secondo alcuni ex dirigenti, voi avete abbandonato il vero sandinismo. Una posizione condivisa anche da una parte della sinistra internazionale, che appoggia l’opposizione al governo Ortega. Cosa risponde?

Nei giorni scorsi, il presidente Ortega ha fatto riferimento a questo tema specifico, al perché alcuni di quelli che hanno avuto incarichi nel governo sandinista, siano passati all’opposizione quando si sono perse le elezioni. In questi anni abbiamo imparato a rispettare il parere di tutti, ma quando certe posizioni finiscono per coincidere con quelle del campo avverso, diventa inaccettabile. Il nostro progetto, la nostra visione, riguardano la vita dei settori popolari. Abbiamo lottato nel movimento di liberazione nazionale per conquistare la libertà politica, l’indipendenza economica integrale: per combattere la povertà, che è il nostro nemico principale, insieme all’assenza di istruzione, di sanità pubblica, di espressione artistica per quella maggioranza della popolazione tradizionalmente esclusa.

 

Purtroppo, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il pensiero degli intellettuali di sinistra è diventato molto fluttuante. C’è una crisi della sinistra mondiale. Più che guardare alla complessità della situazione e della lotta di classe in questo contesto globale, certi intellettuali si esercitano in elucubrazioni con cui è difficile interloquire. Il mondo non è un letto di rose, non siamo più in una fase di trionfo, ma quando si definisce una prospettiva che indichi un cammino di giustizia sociale, anche se si incontrano ostacoli inediti non ci si deve fermare. Certo, ci sarà un tempo per discutere di tutto e ascoltare il parere di tutti in merito alla direzione politica, al metodo e allo stile. In questo momento, però, la priorità è riportare la stabilità e la pace nel paese.

 

Qual è la posta in gioco in Nicaragua?

Siamo di fronte a un tentativo di rompere l’ordine costituzionale per far cadere un governo progressista che, pur tra mille difficoltà, ha portato avanti politiche a favore del popolo, come mostrano tutti gli indicatori economici. Perché si vorrebbe ridurre tutto questo a una parentesi da cancellare? Perché ciò che per noi è un buon esempio da seguire, per i settori della destra, nel paese e fuori, è un cattivo esempio da evitare.

 

Si vuole evitare che si consolidi un esperimento che ha saputo coniugare la democrazia rappresentativa con la democrazia diretta e partecipativa per migliorare la condizione delle grandi masse. Un esempio tanto più pericoloso perché poggia su antecedenti storici che hanno portato alla rivoluzione del 1979 che ha sconfitto la dittatura di Somoza, una delle più feroci dell’America Latina, e ha tolto agli Stati Uniti una pedina fondamentale in Centroamerica.

 

Quella rivoluzione ha ripreso il messaggio del generale Sandino che, negli anni 1920-’30 del secolo scorso, ha sconfitto l’ingerenza armata nordamericana. Il Frente sandinista, con Daniel Ortega continua a nutrirsi di quegli ideali anche nella realizzazione dei programmi attuali, e per questo rimane un cattivo esempio. Attraverso l’attacco al Nicaragua, si vogliono colpire i progetti di integrazione regionale che hanno preso forma grazie alla convergenza dei governi di sinistra con la vittoria di Hugo Chavez in Venezuela, e che cercano una seconda indipendenza per il continente: l’Alba, la Unasur, la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici, che comprende 33 paesi americani tranne Usa e Canada. Si vuole colpire la Celac, che è stata dichiarata zona di pace, per far spazio ad altri poli come quello del Gruppo di Lima, composto da paesi governati dalle destre.

 

L’Osa, che Fidel Castro ha definito il “ministero delle colonie”, continua ossessivamente ad attaccare il Venezuela e ora il Nicaragua. Qual è la vostra risposta sul piano diplomatico?

Abbiamo invitato la Commissione interamericana per i diritti umani, rappresentanti della Unione Europea e altri organismi a venire in Nicaragua per constatare la situazione dei diritti umani. L’Osa ha però deciso di convocare il Consiglio permanente per una serie di riunioni con un chiaro intento di ingerenza negli affari interni del Nicaragua. In questo siamo stati molto chiari, anche con gli organismi invitati: il Nicaragua non è territorio di nessuno, ma uno stato libero che ha le proprie istituzioni legittime. Non siamo un paese a sovranità limitata, non permetteremo a nessuno di metterci sotto tutela. I problemi che ci sono, si risolvono all’interno del nostro paese.

 

Riproposizione del Nica Act, fondi della Cia erogati per “difendere la democrazia” in Nicaragua, appoggio esplicito all’opposizione interna da parte degli anticastristi presenti nel congresso Usa. Contro il Nicaragua sembra riproporsi lo stesso copione messo in atto per far cadere il governo Maduro in Venezuela. Fin dove può arrivare tutto questo?

I meccanismi utilizzati dagli Stati Uniti per sottomettere o debilitare governi che vogliono essere indipendenti, sono sempre gli stessi: pressione sugli organismi di cooperazione internazionale, blocco economico e cospirazione prolungata come stiamo vedendo nei confronti del Venezuela. E’ noto che gli Usa si considerano i più grandi paladini dei diritti umani: come in Iraq, in Libia, in Siria… Noi dobbiamo fare l’impossibile per evitare che si arrivi a quelle estreme conseguenze, all’instaurazione di governi di destra, da sempre alleati degli Usa. Il nostro sforzo principale è il dialogo nazionale, essenziale per riportare la stabilità e quindi la pace.

 

A quali condizioni e con quali mediatori? L’opposizione vuole che Ortega se ne vada e che si indicano elezioni anticipate.

Il dialogo si è arenato anche per l’azione di alcuni settori della Conferenza Episcopale, che hanno parteggiato apertamente per l’opposizione. Il dialogo si deve ristrutturare con quella parte dei vescovi che ha mantenuto un atteggiamento equanime. Anche per questo ci siamo recati in Vaticano. Dobbiamo trovare la via migliore per definire un nuovo dialogo e risolvere la situazione interna, senza ingerenze internazionali. La grande macchina mediatica, certi organismi per i diritti umani, certe istituzioni internazionali hanno creato l’immagine di un governo repressivo, mettendo sul conto della “repressione” anche i morti per incidenti stradali, per infarto, per errore medico…

 

Un atteggiamento irresponsabile che non aiuta certo a risolvere una situazione complessa in cui ogni morte pesa, e le cui cause stiamo indagando nella Commissione per la verità. In questa visita, ci sembra che abbiamo ottenuto ascolto, che abbiamo potuto spiegare le nostre ragioni. L’Onu ha promesso di accompagnarci in questo nuovo tentativo. Ovviamente tutto deve avvenire nel pieno rispetto della costituzione, si deve ripristinare la stabilità, riportare la pace e il rispetto per la vita delle persone, poi si può discutere di come rafforzare la democrazia, di come far avanzare le cose nel modo migliore.

 

Il progetto di riforma della previdenza è stato ritirato. Nel nuovo progetto di dialogo, la questione è ancora sul piatto?

La riforma dell’Istituto di Sicurezza Sociale (INSS) viene considerata la causa scatenante delle proteste violente, e quel progetto è stato ritirato. La questione, però, non è mai emersa nel tentativo di dialogo che si è arenato e in cui la posta in gioco era evidentemente politica: togliere di mezzo il governo sandinista calpestando la costituzione, che impedisce di cancellare la vita sociale ed economica basata sul progresso dei settori popolari.

 

Da tempo, gli argomenti di alcuni settori molto minoritari vengono usati e diffusi in modo strumentale: come la questione dell’incendio della Riserva Biologica Indio Mais. In quell’occasione si è accusato il governo di non aver fatto abbastanza per spegnere l’incendio: per spianare la strada a interessi legati alla costruzione del Canale. Invece, è stato fatto tutto il possibile fin da subito, e si è riusciti a spegnere l’incendio anche con la collaborazione dei governi del Messico, del Salvador e dell’Honduras.

 

Il progetto del Canale ha contato su molti e titolati studi di impatto ambientale, con tutte le garanzie e ha come obiettivo quello di sostenere la domanda commerciale e internazionale e quella di un’adeguata circolazione degli scambi. Una situazione che il canale di Panama non è in grado di sostenere. Il Canale è parte del futuro e non colpisce né la vita del lago, né la sicurezza dell’ambiente.

 

Quello che non viene detto è che il Nicaragua procede da tempo nel cambiamento del modello produttivo dando la preminenza alle energie alternative. Grazie all’apporto economico di paesi solidali come il Venezuela, ma anche all’intervento di imprese private, per esempio europee, e di un finanziamento della Banca Mondiale, le stiamo impiegando all’80%. E contiamo di arrivare presto al 90%.

 

fonte: www.farodiroma.it

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