di Fabrizio Casari

Domenica prossima, 125 milioni di elettori brasiliani dovranno decidere se nel loro futuro non c’è posto per il passato. Se cioè Ignacio “Lula” da Silva, più semplicemente Lula, avrà la possibilità di completare il lavoro svolto o se, ricacciando indietro nel tempo speranze e aspettative, la parola dovrà tornare agli antichi predatori. Lula era considerato un intruso, una presenza scomoda. Rappresentava – e rappresenta – un blocco sociale che mai, nella storia dell’immenso paese sudamericano, aveva avuto voce in capitolo, ma ha cambiato la storia politica del Brasile. La sua elezione, nel 2002, per quanto prevista dai sondaggi e auspicata da buona parte del Paese, ha invertito il destino manifesto del Brasile che risultava – e ancora risulta – il paese dove alberga la forbice più drammaticamente grande tra ricchezza insultante e povertà estrema. Il 10 per cento della popolazione dispone del 46,7 per cento della ricchezza nazionale, mentre il 40 per cento della popolazione, la più povera, dispone solo del 7,7 per cento. Con una popolazione di 187 milioni di persone su un territorio di 8,5 milioni di chilometri quadrati, il Brasile é il paese campione del mondo delle disuguaglianze, secondo la Banca Mondiale, superato in questo poco nobile titolo solo dalla Sierra Leone.
Uno specchio fedele della dottrina liberista, che prevede per i ricchi sontuosità e lussi, consumi sfrenati e sprechi, mentre ai poveri assegna miseria, fame e favelas. Pur collocato tra le più grandi potenze industriali del mondo, il livello del suo debito, eredità del saccheggio dei militari golpisti e dei politici liberali succedutisi al governo, faceva tremare i polsi. L’avvento di Lula ha avuto il merito di ridurre le distanze sociali, grazie ad una politica economica a due facce. La prima, quella più cara alle elites economiche internazionali, ha garantito il rispetto degli impegni finanziari assunti con gli istituti creditori: il debito, pur in parte rinegoziato, è stato rispettato. Il tentativo di mandare il paese in default, che la destra brasiliana aveva accarezzato come immediata vendetta a seguito della sconfitta elettorale, è stato evitato. La credibilità economica del paese è stata dunque rispettata e il Brasile continua ad avere un grado di attrazione per i capitali internazionali degno delle sue potenzialità economiche. Nei primi quattro anni del governo Lula, il PIL del Paese ha raggiunto i 950 miliardi di dollari, con un tasso di crescita del 2,3 per cento e la moneta nazionale risulta più che solida, dopo la svalutazione del 1999.

Parallelamente, Lula ha dato inizio ad una serie di provvedimenti che hanno oggettivamente migliorato la condizione degli strati popolari ridotti in miseria dai governi precedenti, militari o civili che fossero. Non è probabilmente quello che era contenuto nel libro dei sogni di una sinistra che risulta bravissima a declamare in barba alla realtà, ma si tratta di risultati evidenti che fanno considerare i primi quattro anni del governo del Pt, un primo successo politico. In quattro anni è stata ridotta del 20% la miseria e del 40% la percentuale di bambini denutriti. Prova ne sia che i sondaggi che animano la vigilia del voto, infischiandosene delle critiche della sinistra radicale, vedono la leadership di Lula sostanzialmente intatta. Particolare significativo è che proprio la fascia più povera della popolazione, che magari non scrive su riviste, non anima dissensi e non passa il tempo a discettare sul livello tra aspirazioni e realtà, perché impegnata a sopravvivere, vede in Lula la sua unica speranza.

Speranza ben riposta, visto che nei primi quattro anni - che Lula disse sarebbero serviti per “rassettare la casa” - è stato varato dapprima il piano “Fame zero”, quindi integrato con quello denominato “Borsa famiglia”. Quest’ultimo ha consentito la distribuzione di alimenti di prima necessità alle famiglie con un reddito inferiore ai 120 Real (50 Euro circa) e di una somma in denaro proporzionata al numero dei componenti della famiglia. In cambio di questi contributi, i capi famiglia sono impegnati a far frequentare regolarmente a tutti i figli la scuola (dove ricevono a loro volta gratuitamente la merenda, uno degli alimenti considerati più necessari per i bambini brasiliani). Provvedimento di grande rilevanza, visto che l’11,4 per cento degli abitanti con più di 15 anni è analfabeta. Le famiglie che beneficiano di questi programmi sono più di 11 milioni, per un totale di 45 milioni di persone, un quarto della popolazione. Anche per questo i ricoveri dei bambini per denutrizione sono stati ridotti del 37,8 per cento. In totale, sei milioni e mezzo di famiglie sono uscite dalla fascia di “miseria assoluta” individuata dall’Onu. Tuttora 42 milioni di brasiliani vivono in una situazione di povertà, ma in quattro anni il loro numero è stato ridotto del 5,5 annuo. Certo, la fasce di miseria permangono, soprattutto nelle zone rurali e nelle cinture urbane, cioè le aree più devastate e dimenticate dell’immenso paese grande quasi come un continente. Per i primi è stato disposto il “microcredito agrario” e la cessione delle terre ha riguardato solo 260 mila famiglie, mentre per i secondi la scommessa di creare 10 milioni di posti di lavoro (dieci milioni i disoccupati) è stata realizzata solo parzialmente, visto che i nuovi impieghi sfiorano la cifra di 5 milioni.
Ma chi, prima di Lula, aveva raggiunto questi risultati? Lo stesso Joao Pedro Stedile, leader del movimento dei Sem Terra, critico nei confronti del Presidente, ha detto che “la maggior parte della gente nelle campagne tornerà a votare Lula, perché speriamo che con la pressione delle forze sociali ci possa essere un ulteriore spostamento a sinistra nel secondo mandato”.

I sondaggi sembrano confermare le parole del leader sindacale contadino, visto che assegnano a Lula il 51,1 dei consensi (cosa che gli consentirebbe, ovviamente, la vittoria già al primo turno) mentre al suo sfidante più agguerrito, Geraldo Alkimin, socialdemocratico alleato con la destra, non supera la soglia del 27,5 per cento. Se quindi la distanza appare incolmabile, nonostante le liste di disturbo di una parte dell’estrema sinistra, l’opposizione a Lula punta le sue aspirazioni su due elementi: la prima, meno probabile, é l’eventuale ricorso al doppio turno (previsto per il 29 Ottobre) che potrebbe vedere un’ammucchiata spuria cercare di contendere al sessantenne ex sindacalista metallurgico la vittoria. La seconda, molto più concreta, riguarda la composizione del Congresso, che per via di una legge elettorale folle, può modificare o addirittura ribaltare la vittoria del Presidente attraverso l’elezione di deputati che, indifferentemente quanto tradizionalmente, cambiano casacca a seconda delle convenienze. Proprio su queste pratiche venne smascherata una operazione di compravendita di voti gestita da una parte del gruppo dirigente del Pt, che portò ad uno scandalo che travolse l’intero partito. Lula si proclamò all’oscuro di tutto e sembra proprio che la gente gli abbia creduto, almeno a giudicare dai sondaggi. E non è detto che nel prossimo mandato non decida di separare maggiormente le sorti del governo da quelle del partito, tentando un governo di larghe intese che possa ottenere il sostegno del Congresso. Sostegno senza il quale, le leggi non vengono varate.

Saranno proprio le percentuali della eventuale vittoria e la composizione del Congresso che definiranno i margini possibili dell’iniziativa politica del secondo mandato di Lula. E’ bene che siano ampi, prima che per Lula, per le sorti del Brasile.



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