di Cinzia Frassi


Kabul, ancora Kabul. Erano le 5.30 ieri ora italiana quando nel distretto di Chahar Asyab, nei pressi di Kabul, una esplosione ha provocato la morte del militare italiano Giorgio Langella, giovanissimo, di Imperia, e causato cinque feriti, di cui due gravi, ma fuori pericolo di vita. Tra i feriti una donna soldato, Pamela Rendina. E' rimasto ucciso anche un bambino afgano. E' atteso per oggi il rientro in Italia della salma del soldato italiano, nella sola giornata di ieri sono rimasti feriti anche tre alpini.
Il portavoce della Difesa ha comunicato che "i soldati viaggiavano in un convoglio a circa 10 chilometri a sud della capitale afghana quando è esploso un ordigno improvvisato, probabilmente azionato da un comando a distanza".
Quanto accaduto fa salire a 7 il bilancio degli italiani uccisi in Afghanistan, tre per attentati e i rimanenti a causa di incidenti. Dall'inizio dell'anno i militari stranieri caduti, per attentati o incidenti, salgono a 140.
Le prime reazioni del mondo politico italiano provengono da quei banchi che avevano dato filo da torcere pochi mesi fa alla maggioranza di cui fanno parte, quando si è trattato di votare il finanziamento della missione in Afghanistan, che passò solo grazie al voto di fiducia. Verdi, Rifondazione e Comunisti italiani si affrettano a dichiarare che se non ci fosse stato rifinanziamento oggi non ci sarebbero altri lutti. Parole e toni forti che ripropongono il ritiro al più presto delle truppe italiane. Per il Presidente della Commissione Giustizia al Senato, Cesare Salvi, della sinistra Ds, "in queste condizioni l'unica cosa da fare è il ritiro al più presto dall'Afghanistan e la creazione di una nuova missione internazionale di pace, che veda assieme davvero la comunità internazionale e che quindi riesca ad evitare il terribile spettro della guerra di civiltà tra 'Occidente e Islam'".

I Cobas hanno indetto una manifestazione per sabato 30 settembre prossimo a Roma per il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti in cui sono attualmente impegnate e parlano di "sangue italiano sul governo Prodi". Anche qui parole forti.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano, a Budapest per il suo mea culpa personale per la ricorrenza dell'invasione sovietica del '56, esprime il proprio cordoglio per il Caporal maggiore degli Alpini rimasto ucciso e aggiunge che la via della pace richiede sforzi che "possono comportare a volte anche il sacrificio di vite umane".


La Cdl e le poltrone delle fila non di sinistra dell'Unione confermano ancora il proprio sostegno alla missione italiana in Afghanistan.

Sarebbe d'obbligo una riflessione concreta circa la natura, le finalità e i mezzi delle equivoche missioni di pace. Basti pensare che la loro natura giuridica non è chiara, di conseguenza nemmeno il ruolo e l'efficacia concreta nella soluzione dei conflitti internazionali.
I nodi da sciogliere circa la natura giuridica e di fatto delle peacekeeping operations sono parecchi e andrebbero affrontati senza miopie di sorta. Emblematico il fatto che queste operazioni non siano riconducibili all'art 36 della Carta delle Nazioni Unite come soluzione pacifica delle controversie internazionali, dato che si svolgono per mano di un corpo militare armato. Proprio questo aspetto ci sposta inevitabilmente nella zona dell'uso della forza di cui si parla nel Capitolo VII.

Per parlare di missioni di pace sarebbe necessario, come molti chiedono, un vero e proprio impegno internazionale per la creazione di personale composto da esperti di cooperazione e di risoluzione pacifica dei conflitti internazionali, ed eventuali forze di pace armate dovrebbero avere l'unico mandato possibile, quello dell'ONU. Rappresentando in qualche modo non le pretese egemoniche di un paese, per potente che esso sia; piuttosto la volontà d'intervenire nella riduzione delle sofferenze ai civili dietro mandato della comunità internazionale.

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