di Rosa Ana De Santis

La tanto attesa enciclica di Ratzinger, Caritas in Veritate, apre la dottrina sociale della Chiesa cattolica, con maggiore sistematicità rispetto al passato, sui tanti problematici risvolti del mondo globale. La cronaca è fitta. Dalla crisi finanziaria, al tema della cooperazione e delle sue colpevoli lacune, alla questione dei migranti, fino al tema della dignità del lavoro, per poi passare alla grande questione dello sviluppo tecnologico in ogni campo dello scibile umano e al suo legame, carico di tensione e incoerenze, con il linguaggio della morale. La storia del pensiero della Chiesa sui temi sociali, cui Ratzinger si ispira con continue citazioni, è quella che inizia nel 1891 con la Rerum Novarum di Leone XIII, per poi arrivare alla Popolorum progressio di Paolo VI, e ai due importanti precedenti lasciati da Wojtyla con la Sollecitudo Rei Socialis e la Centesimus Annus. Il tema della crisi sociale, con tutte le cause e gli effetti che la riguardano, nell’enciclica diventa tema della crisi antropologica. Non sono divisi i due ambiti, nemmeno nell’indagine speculativa. La crisi della società è la crisi dell’uomo, Benedetto XVI non ha dubbi e in un lineare continuum argomentativo può passare dall’uno all’altro per deduzioni che rischiano di sembrare fin troppo semplici. Dai mercati irresponsabili, alla mancanza nella politica globale di responsabilità internazionale, fino alla crescita esuberante e priva di moralità della scienza sulla vita umana, che risponderebbe a uno smarrimento esistenziale profondo dell’uomo dei nostri tempi.

Il tema fondamentale è quello della carità. Virtù e capacità dell’anima che adombra una morale volta al trascendente, a Dio. La giustizia, che pure è riconosciuta come un pilastro ineludibile e forse prioritario alla stessa libertà, rimanda a una relazione tra gli uomini di tipo immanente. Non serve la fede religiosa per vivere secondo giustizia, per organizzare in modo equo la relazione all’interno della grande polis umana tra i cittadini. La carità invece fa saltare il banco. Rompe l’idea del compenso e della biunivocità dello scambio. È dono, è amore purissimo e oblativo che, inevitabilmente, rimanda alla metafisica e al paradigma dell’Amore Assoluto, quindi di Dio.

Perché poi questo sia per necessità il dio dei cristiani-cattolici, rimane un tipico esempio di peccato di superbia da buon monoteismo. Secondo l’analisi storico-politica dell’Europa, dalla nascita degli stati nazionali ad oggi, l’assenza di carità viene interpretata come l’inadempienza della storia moderna al concetto di fratellanza. Riappropriandosi di questo concetto, come prossimo alla carità, Ratzinger seppellisce ogni possibilità di argomentare in chiave non religiosa questo importante valore morale-politico.

Ma è davvero impossibile declinare la fratellanza secondo la categoria della sola giustizia umana? E’ davvero necessario un Padre Celeste per sentirsi fratelli in terra? O forse, cosa molto più probabile, la fratellanza cristiana non è l’unico modo di essere fratelli nel diritto e nei doveri? La Rivoluzione Francese in fondo non era madre di questa filosofia? Casualità diretta tra carità e verità assoluta significa dire che solo un mondo cristiano-cattolico è un mondo di carità, ovvero massimamente giusto. Così la giustizia si assottiglia fino al punto, non detto, di essere compresa nella carità. Un dramma per il futuro della filosofia morale.

Nessuno poteva aspettarsi un epilogo diverso da un manifesto di fede qual’è un enciclica papale, ma certamente dalla mente di un filosofo e teologo come l’attuale Pontefice era lecito attendersi un’analisi che fosse più articolata. Intanto sul tema della giustizia. Perché mai l’opposto dell’irresponsabilità diffusa, del profitto come unico idolo della società, deve essere l’amore cristiano? Perché assorbire totalmente la giustizia, che ha un suo specifico valore e un’autonoma sostanza, nell’elogio della carità? La sintassi del ragionamento quasi si dissolve e al linguaggio della filosofia della religione subentra quello della preghiera. Strano per un Papa-filosofo.

Strano, non fosse che l’enciclica vuole essere, alla fine dei conti, un libello di convincimento, un manifesto programmatico semplice e vicino alla sensibilità comune. Una sintesi di catechismo e nulla di più. Così al logoramento del rigore morale l’unica alternativa “possibile” diventa quella della morale cattolica come unico sistema universale possibile. Era lecito attendersi che un’enciclica che ufficialmente apre la Chiesa a una riflessione sul mondo globale ragionasse sulla faticosa costruzione di una morale generale, se non universale, senza confondere una propaganda di evangelizzazione con il rigore di un ragionamento morale. Invece la lezione, o presunta tale, ha sostituito - per finta - l’oratoria della testimonianza religiosa. E si spaccia per dimostrazione di verità l’afflato del credo religioso.

Il danno di questo infelice scambio diventa ancor più visibile proprio nelle pagine dove il Pontefice tocca i grandi drammi dell’ingiustizia internazionale. La voce di condanna non è rotta dallo scandalo. C’è invece un linguaggio clemente e raccolto, come la preghiera vuole. C’è sì denuncia generale e generica, ma manca un’accusa diretta. Manca il nome proprio dell’ingiustizia e di chi ne governa gli effetti, se la giustizia non è analizzata dal bisturi del filosofo. Si rimane a parlare come in chiesa, a bassa voce, se la chiesa esporta la liturgia nelle piazze vendendola come ragione pubblica. Prendiamo tutto il male della fede, senza avere più la libertà di essere credenti.

Eppure le possibilità di chiamare le cose con il loro nome non mancherebbero. Le cronache dell’ultimo orrore legislativo del governo sul tema dell’immigrazione – ad esempio - hanno scatenato l’anima sociale di tanta Chiesa. Con l’investitura ufficiale di un’enciclica l’analisi delle ingiustizia diffusa, e quindi della giustizia, avrebbe potuto avere un ruolo ben più forte e di maggiore penetranza culturale piuttosto che l’elogio, scontato vorremmo aggiungere, della anime sante e caritatevoli. Sarebbe stato giusto non offrire scuse al potere, non dare sconti di santità ai peccatori. Questa poteva essere la finestra della chiesa sul mondo, senza togliere nulla all’omelia del credo e alla raccolta delle anime. È una questione di linguaggio e di lievi spostamenti concettuali, lievi quanto basta per trascurare importanti passaggi filosofici e per concedersi il lusso di non entrare ufficialmente in piazza, nella protesta all’ingiustizia. Ci entrino pure i preti di strada. Quelli che non spostano il potere.

Quando Ratzinger parla di smarrimento esistenziale dell’uomo contemporaneo, vede nella trascendenza l’unica soluzione. La teologia insegna che l’essere e la libertà dell’uomo sono dati nell’atto della creazione. Non c’è piena libertà di sé e su se. Non è un limite per il credente, ma un indizio di salvezza. Per chiunque non credesse in questo percorso obbligato, necessario secondo il ragionamento religioso, la sfida è quella di ragionare di morale, di rintracciarne un valido fondamento comune. Quello del resto che ispira le carte delle Nazioni Unite e che tanto ancora cambierà, nel corso dei mutamenti storici. E’ anche questo un modo per uscire da sé, per trascendersi, in certa misura, senza bisogno di spostarsi dalla terra al cielo. La spiritualità non ha bisogno, per necessità, di dio. Per necessità ha bisogno dell’uomo.

Il passaggio finale dell’enciclica è dedicato ai controversi sviluppi della scienza sulla vita umana. Aborto e “religione dell’eutanasia” sono sul banco degli imputati, colpevoli di una futura umanità disumana, senza anima, invasa dalla violazione dei diritti e della dignità umana. Una diretta casualità fondata sul monito della prudenza e sui fantasmi della paura, più che su una lucida analisi dei fatti e delle riflessioni morali. Perché mai una donna che ricorre a una fecondazione con diagnosi pre impianto per risparmiare al proprio figlio una malattia genetica dovrebbe per questo essere meno umana di quella che accettasse la provvidenza della malattia, è tutto da chiarire. Non viene data una spiegazione che non sia riconducibile al discrimine della fede. Bisogna credere per essere umani? O forse, al fondo di tante sofisticherie dialettiche, semplicemente non c’è tolleranza per una sapienza globale e multicentrica se corre il rischio di essere umana, troppo umana? Relatività di alcune posizioni e relativismo non hanno lo stesso DNA.

Avremmo preferito un Papa più filosofo, come il suo curriculum vorrebbe, meno afflitto dal dramma delle chiese vuote e più generoso nell’analisi filosofica. Capace di provocazioni e capace soprattutto di collocare la Chiesa nel tema della giustizia. In pieno centro di umanità. Continuerà a perdere anime, nel mondo globale, una Chiesa che, come sempre nella storia, alza la voce solo nel privato (di tutti) e che nel pubblico non fa che dare il fastidio di un solletico ai potenti. Tra l’altro, sedersi dall’altra parte della storia, è quello che la carità dovrebbe fare nel mondo globalizzato. Nel mondo globale avremmo sperato in una Chiesa disposta a perdere un po’ di dio, per ritrovare il valore altissimo di ogni persona. Capace di smentire la cultura dell’emotività religiosa come medicina della rassicurazione, per non perdere del tutto la propria anima. Avremmo immaginato una Chiesa che fosse capace di insegnare e imporre persino la giustizia, anche senza la carità. Prima la giustizia. Ma è chiaro che l’errore è nostro. Abbiamo sognato una Chiesa troppo vicina a dio.


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