La giustizia della destra
Il cosiddetto disegno di legge “anti-maranza”, appena approvato dal Consiglio dei Ministri, è l’ennesima mossa (fintamente) securitaria – e quindi molto rassicurante – di un governo che in quasi quattro anni non ha portato a casa nessuna riforma efficace. In spregio al senso del ridicolo, il Ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha festeggiato l’arresto di un quattordicenne milanese ritenendolo il primo effetto proprio del “decreto anti-maranza”. Pover’uomo, ha scritto sui social “Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!”.
Poi qualcuno deve avergli spiegato che non si tratta di un decreto-legge, ma di un disegno di legge contenuto nell’ennesimo pacchetto sicurezza che la maggioranza deve approvare in Parlamento e che, perciò, non è ancora in vigore.
L’ennesima gaffe di un Ministro che letteralmente non sa di cosa parla è emblematica dell’inettitudine di una destra che ha fatto della sicurezza una delle proprie bandiere identitarie, salvo poi rincorrere farfalle. Infatti, nonostante le tante misure securitarie che la maggioranza meloniana ha approvato a partire dall’indimenticato decreto-legge del 2022 che vietava i rave-party, lacerante emergenza su tutto il territorio nazionale, la sicurezza delle città non è affatto migliorata. Tutt’altro.
D’altronde, tutti sanno che ai fini di una maggior sicurezza dei cittadini non conta nulla aumentare il numero dei reati introducendo fattispecie ai limiti della comicità come l’omicidio nautico, incrementare il massimo delle pene (ma non il minimo), introdurre palesi violazioni dei diritti civili come il fermo preventivo sulla base sostanzialmente dell’arbitrio delle forze dell’ordine, imboccare la direzione dello scudo penale per la polizia (si pensi alla norma che impedisce l’iscrizione automatica degli agenti nel registro degli indagati in presenza di possibili cause di giustificazione quali la legittima difesa o l’adempimento del dovere), fissarsi sulle stazioni ferroviarie come se le città non fossero pericolose in altri luoghi e dulcis in fundo facilitare l’imputabilità penale e il carcere per i minorenni, come fa appunto il ddl anti-maranza.
A questo proposito, fra le numerose e incomprensibili incongruenze di questa maggioranza, c’è che i minorenni fra i 14 e i 18 anni non sono ritenuti sufficientemente maturi e consapevoli per partecipare a lezioni di educazione affettiva a scuola, ma secondo il ddl anti-maranza lo sono per subire un fermo preventivo, essere considerati penalmente imputabili in quanto giudicati d’ufficio capaci di intendere e volere (si dovrà eventualmente provare il contrario, con una significativa inversione dell’onere della prova) e subire una condanna fino a cinque anni di reclusione nel caso di danneggiamenti commessi in gruppo.
La propaganda securitaria non guarda in faccia a nessuno, nemmeno a ragazzini che avrebbero bisogno di welfare, di assistenza psicologica e di condizioni socio-economiche dignitose molto più che della galera.
Del resto, la giustizia che vuole il governo di Giorgia Meloni non è uguale per tutti, ma apparentemente severa con la criminalità giovanile e di strada, mentre più che lassista nei confronti dei colletti bianchi, il che genera un corto circuito irrisolvibile, dal momento che i due orientamenti sono inconciliabili.
Per garantire l’impunità delle classi dirigenti, infatti, questa maggioranza ha introdotto l’interrogatorio preventivo cinque giorni prima dell’arresto, così da assicurare a chi deve essere arrestato la possibilità di fuggire e/o di inquinare le prove e ha limitato l’uso delle intercettazioni. Il Ministro della Giustizia Nordio ha perfino minacciato un giro di vite sull’utilizzo del trojan.
Inoltre, come se non bastasse, non sono state apportate modifiche, se non per i reati di mafia, all’inaudito istituto dell’improcedibilità, introdotto dalla legge Cartabia, approvata in extremis durante il governo Draghi allo scopo di far evaporare migliaia di processi penali perché troppo lunghi (laddove nulla si è mai fatto per velocizzarne davvero la durata).
È facile capire che queste misure spacciate per garantiste e grossolanamente impunitarie non possono valere solo per i colletti bianchi, quindi, finiscono per favorire l’impunità di tutti i criminali, di alto profilo e di strada.
Inoltre, il governo, ignorando le raccomandazioni europee, ha eliminato l’abuso d’ufficio e ha portato a termine una riforma della Corte dei Conti finalizzata a tutelare gli amministratori pubblici che d’ora in poi – se condannati – dovranno risarcire l’erario solo del 30% del maltolto. In pratica è come se il governo avesse esortato le classi dirigenti alle ruberie di denaro pubblico. Non a caso Nordio in persona ha avuto la sfrontatezza di reputare accettabile una “modesta quantità di mazzette”.
Alle scelte consapevoli di questa maggioranza si aggiungono poi quelle dovute all’ignoranza e all’incapacità, come ad esempio quella di non espungere dalla lista dei reati perseguibili non più d’ufficio ma solo su querela di parte, stilata dalla già menzionata legge Cartabia, crimini come il furto, la truffa, la violenza privata, il sequestro di persona e la violazione di domicilio.
Chiunque, mettendo insieme tutto, può capire senza difficoltà perché (anche) la sicurezza non può che ridursi a uno slogan senza alcun effetto pratico sulla vita dei cittadini. Anzi. Bisognerebbe far comprendere all’opinione pubblica che una politica impunitaria nei confronti delle classi dirigenti danneggia e impoverisce la collettività molto più della criminalità comune, perché sottraendo denaro pubblico, assottiglia le risorse che lo stato può stanziare per i servizi ai cittadini, per la sanità, per la scuola e via dicendo. Naturalmente il costo del welfare ricade molto più sulle classi sociali medie e basse, che non su quelle agiate.
Insomma, il governo Meloni ha complessivamente scelto di ispirare la sua politica sulla giustizia molto più a Silvio Berlusconi che a Paolo Borsellino, come del resto il fratello Salvatore ha avuto modo di ricordare pubblicamente in occasione dell’anniversario dell’attentato di via D’Amelio.
L’auspicio è che gli elettori se ne rendano conto prima delle prossime elezioni.

