Melonismo, la svendita dell’Italia
C’è una faglia profonda, un abisso ideologico e materiale, che separa la retorica identitaria sbandierata in campagna elettorale dal neoliberismo alla carbonara con cui il governo Meloni sta gestendo gli asset strategici dell’Italia. Per anni, la destra sovranista ha costruito il proprio consenso, per non chiamarla propaganda, sulla difesa del “Made in Italy”, sull’orgoglio nazionale e sulla tutela dell’interesse pubblico contro le ingerenze della finanza globale. La realtà racconta invece una storia di sistematica svendita di sovranità che passa per privatizzazioni striscianti, esternalizzazioni opache della sicurezza informatica e una sudditanza servile ed esplicita ai grandi colossi finanziari statunitensi.
Il piano di privatizzazioni da 20 miliardi di euro – pur procedendo a rilento, con circa 4 miliardi effettivamente incassati – ha svelato la prima grande ipocrisia. Dietro la formula rassicurante delle “cessioni di quote di minoranza per fare cassa senza cedere la governance”, si nasconde l’erosione progressiva della ricchezza pubblica. Operazioni come il collocamento sul mercato di quote di ENI, i piani di riduzione della presenza statale in Poste Italiane ed ENAV e lo scorporo dei servizi commerciali (Alta Velocità) di Ferrovie dello Stato, rappresentano la rinuncia a flussi costanti di dividendi futuri in cambio di un incasso immediato, magari a disposizione dei più scaltri.
Ancora più allarmante è la parabola della cybersecurity: le modifiche normative del governo hanno di fatto aperto le porte dei contratti di sicurezza nazionale ad aziende extra-UE, determinando una forte dipendenza tecnologica da Israele. Il caso del software spia Graphite della israeliana Paragon Solutions, dimostra i rischi sistemici di questa esternalizzazione. Se il cloud della Pubblica Amministrazione (il Polo Strategico Nazionale) è rimasto formalmente in mani italiane, l’architettura logica e i software di sorveglianza e intelligence sono stati delegati all’estero.
Simbolo plastico di questa operazione di trasferimento netto di capitale pubblico in business per i fondi, è la centralità politica assunta da BlackRock e dal suo amministratore delegato, Larry Fink. Quello che una volta veniva dipinto dalla destra come somigliante a un “globalismo speculativo”, è oggi il principale interlocutore di Palazzo Chigi. I ripetuti incontri istituzionali hanno trasformato il fondo americano da investitore passivo a partner strategico della nazione.
BlackRock sta progressivamente estendendo i propri tentacoli sulle infrastrutture logistiche e dei trasporti del Paese. Attraverso trattative dirette e acquisizioni di quote indirette, il colosso statunitense sta ipotecando la gestione di asset critici come le autostrade e la rete ferroviaria.
Non solo: è stata invitata direttamente a partecipare ai tavoli istituzionali per la gestione finanziaria del Piano Mattei per l’Africa, progetto nato con l’ambizione di proiettare l’influenza geopolitica italiana e trasformatosi in un veicolo di investimento per il grande capitale multinazionale.
Ma se si vuole evidenziare come il governo Meloni stia garantendo la penetrazione del fondo guidato da Larry Flink nell’economia italiana, si deve prendere in esame una delle partite economiche e sociali maggiori, che riguarda la previdenza. Le riforme volte a incentivare in modo aggressivo il trasferimento delle quote del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) e delle pensioni private verso i fondi gestiti da entità come BlackRock aprono scenari inquietanti per la tenuta sociale del Paese.
Il TFR ha storicamente rappresentato una rete di sicurezza sociale per il lavoratore. Spostare queste risorse verso la previdenza complementare privata significa sottoporre il destino pensionistico delle classi lavoratrici alla volubilità dei mercati finanziari. In caso di crisi sistemiche o bolle speculative, il valore reale delle liquidazioni rischia di essere drasticamente diminuito, scaricando il rischio d’impresa direttamente sul cittadino.
Tradizionalmente, il TFR lasciato in azienda (o gestito dall’INPS) funge da preziosa fonte di autofinanziamento a basso costo per le piccole e medie imprese italiane o per investimenti pubblici strutturali. Canalizzare questa enorme massa di liquidità – quantificabile in centinaia di miliardi di euro – verso i mercati azionari e i fondi esteri, significa sottrarre ossigeno all’economia reale del Paese per alimentare le dinamiche del grande capitale internazionale. Il passaggio penalizzerà in modo strutturale le giovani generazioni, caratterizzate da carriere frammentate, precariato e bassi salari. Chi ha maggiore discontinuità lavorativa non riuscirà a cumulare un risparmio sufficiente nei fondi privati, ritrovandosi al momento del ritiro della pensione con numeri del tutto insufficienti, alimentando una nuova e vasta sacca di povertà senile.
A certificare la gravità di questa operazione sono i dati ufficiali della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (COVIP), tramite l’Indicatore Sintetico di Costo (ISC). Mentre i fondi negoziali di categoria (senza scopo di lucro) trattengono una media dello 0,29% su base annua lungo una carriera di 35 anni, i fondi aperti (gestiti da Sgr, banche e fondi internazionali come BlackRock) balzano a una commissione media annua dell’1,24%. La situazione peggiora drasticamente con i PIP (Piani Individuali Pensionistici) di stampo assicurativo, dove lo Stato spinge i cittadini senza tutele contrattuali, che registrano un prelievo medio dell’1,81% annuo.
Come avverte formalmente la stessa autorità di vigilanza, una differenza apparentemente minima nelle commissioni di gestione si traduce in un danno catastrofico a lungo termine. Pagare una commissione attorno al 2% rispetto all’1% o meno, riduce il capitale accumulato dopo 35 anni di oltre il 30%. In termini pratici, decine di migliaia di euro versati dai lavoratori tramite il proprio TFR non andranno a finanziare l’assegno pensionistico, ma verranno trattenuti come margini di profitto e commissioni dalle società di gestione finanziaria privata.
L’influenza del capitale americano sul sistema dei servizi e delle infrastrutture pubbliche italiane non si limita così alle sole iniziative speciali, ma si configura come una presenza virale e strutturale. Insieme, BlackRock, Vanguard e State Street controllano quote determinanti dei principali attori strategici nazionali:
Il settore energetico, che definire strategico è poco, risente direttamente dell’invasione. Enel, Eni, Snam detengono partecipazioni incrociate che superano frequentemente i tetti del 3-5% del capitale flottante. Ogni parziale privatizzazione, come la recente cessione del 2,8% di ENI da parte del MEF, vede questi fondi assorbire le quote pubbliche, posizionandosi come azionisti privati di riferimento e condizionando di fatto le politiche di transizione energetica ed approvvigionamento strategico del Paese.
C’è poi il caso di poste Italiane, che Meloni difendeva come ultimo bastione intoccabile della PP.AA. e contraria a qualsiasi privatizzazione. Ebbene, mentre il governo avvia il piano per scendere fino al 51% di proprietà, i fondi indicizzati di Vanguard e State Street e i comparti azionari di BlackRock si preparano a incamerare i dividendi di una rete che gestisce i risparmi e la logistica di milioni di cittadini. Inoltre la forte penetrazione nei servizi bancari collaterali (da MPS a Unicredit) permette ai Big Three di orientare indirettamente i flussi di credito del Paese.
Anche il settore industriale della difesa e della sicurezza, teoricamente protetto dal Golden Power per la sua natura critica, vede una presenza costante dei Big Three nei propri libri soci. Vanguard e State Street detengono fette significative delle azioni sul mercato, beneficiando direttamente delle commesse militari e delle committenze pubbliche legate al riarmo europeo.
La dipendenza non è solo azionaria, ma debitoria. State Street e BlackRock gestiscono i più grandi fondi obbligazionari del pianeta. Con l’aumento delle emissioni di debito pubblico per finanziare la spesa corrente, questi colossi agiscono come i veri regolatori dei tassi di interesse dei nostri BTP, esercitando un potere di veto silenzioso ma micidiale sulle scelte della politica economica nazionale. Per questo l’invasione di questi fondi nei settori strategici dell’economia italiana costituiscono un’ipoteca molto più estesa e profonda di quanto dicano le percentuali di quote in loro possesso.
Il governo Meloni non sta proteggendo l’Italia; sta ridefinendo il suo ruolo all’interno del capitalismo globale, agendo come facilitatore per l’ingresso di capitali stranieri nei gangli vitali dello Stato. Tra un selfie e una smorfia, sta trasformando l’Italia in un mercato di saldi, l’ultima e definitiva pagina di privatizzazioni destinate a ridurre il nostro Paese in un protettorato a stelle strisce.

