L’Iran e il vicolo cieco americano
Il recente attacco iraniano “a sorpresa” contro una base americana in Giordania ha segnato un ulteriore cambio di passo nella strategia militare di una Repubblica Islamica che continua a mantenere il controllo dell’escalation dello scontro, nonostante le vuote minacce di Donald Trump. Molti osservatori indipendenti rilevano il tentativo dell’Iran di spingere gli Stati Uniti verso il limite, così da costringere il presidente americano a intensificare una guerra che deve fare i conti con scorte di armamenti in rapido esaurimento e con un’economia mondiale sull’orlo del baratro, oppure a provare un’invasione di terra. Opzioni entrambe che assomigliano a un fallimento annunciato e che, proprio per questo, Teheran sembra quasi auspicare per forzare una sorta di resa dei conti finale. Anche perché, al di là degli annunci sui negoziati, a detta di Trump ancora in corso, la classe dirigente iraniana sembra essere sempre più convinta della sostanziale impossibilità di arrivare a una soluzione diplomatica con Washington.
I missili iraniani sulla Giordania hanno colpito almeno in parte gli obiettivi prestabiliti, anche se fonti militari di Amman e le stesse forze americane hanno affermato che gli ordigni sono stati tutti intercettati e distrutti. L’attacco dell’Iran sarebbe stato la risposta del blitz precedente, condotto da USA e Arabia Saudita, contro alcune postazioni in Iraq delle Forze di Mobilitazione Popolare, le milizie sciite filo-iraniane in larga misura integrate nell’esercito regolare.
A sua volta, Trump ha rotto la tregua di fatto che durava da qualche giorno con l’Iran bombardando di nuovo alcune località soprattutto nel sud del paese. Il solito elenco di obiettivi militari strategici colpiti proposto dal Comando Centrale USA (CENTCOM) è però apparso subito inverosimile. Simili obiettivi scarseggiano o sono almeno in parte fuori portata per gli americani, mentre nella realtà danni e vittime sono per lo più civili. Un attacco portato a termine nella notte di giovedì ha ad esempio distrutto un edificio residenziale nella località di Qeshm, uccidendo tre membri della stessa famiglia: i genitori e il loro figlio di due anni.
La citata operazione americano-saudita in Iraq rischia di aprire un capitolo esplosivo del conflitto che si sta allargando in Medio Oriente. In maniera relativamente curiosa, Washington e Riyadh hanno motivato l’incursione con la necessità di punire i responsabili dei recenti attacchi con droni contro installazioni petrolifere saudite. Questi ultimi sono stati però opera delle forze di Ansarallah (“Houthis”) in Yemen, le quali avevano anzi rivendicato l’iniziativa ed espresso la propria disapprovazione per il mancato riconoscimento di ciò. È abbastanza evidente che il regno wahhabita abbia deciso di astenersi dal provocare una nuova immediata escalation con Ansarallah, proprio per evitare altre ritorsioni dirette contro impianti energetici vitali.
Come già accennato, tuttavia, le bombe sull’Iraq hanno scatenato il caos a Baghdad. Il pesante bilancio di una ventina di vittime tra miliziani sciiti e consiglieri militari iraniani ha dato l’occasione alle forze anti-americane per chiedere al governo del neo-premier, Ali Al-Zaidi, di prendere una posizione ferma contro gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Zaidi ha da parte sua cancellato la visita in programma in questi giorni a Riyadh. Da più parti è arrivata inoltre la richiesta di mettere fine definitivamente alla presenza americana in territorio iracheno. La Resistenza attiva in questo paese ha infine promesso una dura risposta, probabilmente contro la stessa Arabia Saudita, che aveva valutato invece un attacco in Iraq meno rischioso rispetto allo Yemen.
La morte di militari iraniani in Iraq ratifica in ogni caso il progressivo allargamento della guerra, con il regime di Riyadh che torna a provocare la Repubblica Islamica e ad allinearsi agli interessi americani dopo l’atteggiamento più cauto delle scorse settimane. Le decisioni che i leader sauditi sembrano essere intenzionati a prendere rischiano di creare molti più problemi piuttosto che contribuire a risolverli abbassando le tensioni. Il coinvolgimento delle milizie sciite irachene è uno dei fattori da considerare. L’altro è la spirale dello scontro che minaccia di accendersi definitivamente sul fronte yemenita. In qualche modo, l’Arabia appare legata all’illusione delle capacità di difesa offerte da Washington, sia pure essendo già scontratasi con una realtà ben diversa nel caso dell’Iran e di Ansarallah.
La relativa calma che regnava da qualche anno nella penisola arabica è stata rotta da un bombardamento saudita mentre un aereo iraniano stava atterrando in territorio yemenita in occasione dei funerali della guida suprema Ali Khamenei, eludendo il blocco imposto dai sauditi. Da quel momento, attacchi e contrattacchi hanno incendiato anche quest’area e tutte le indicazioni suggeriscono una probabile ulteriore intensificazione della crisi. Mercoledì, infatti, Riyadh ha annunciato l’ennesima coalizione anti-Houthis nel Mar Rosso, destinata però a fallire miseramente come quelle già tentate da Biden nel 2024 e un anno dopo da Trump poco dopo il suo ritorno alla Casa Bianca. L’annunciato blocco dello stretto di Bab el-Mandeb, dopo quello di Hormuz, minaccia d’altra parte di chiudere le rotte dell’export di greggio saudita, costringendo la casa regnante a provare un nuovo disperato approccio militare.
Lo scenario che si sta delineando sembra così precludere una soluzione diplomatica in tempi brevi della guerra di aggressione scatenata da USA e Israele. L’allontanarsi, uno dopo l’altro, degli obiettivi fissati più o meno apertamente da Trump ha lasciato la Casa Bianca senza opzioni chiare per trovare una via d’uscita, ad esclusione di quelle che comporterebbero un’umiliazione di portata storica. Questo stallo prospetta una possibile lunga serie di bombardamenti da una parte e dall’altra, anche se per Washington risulta già chiara l’impossibilità di mantenere questo ritmo sul fronte militare.
Svariati giornali americani hanno rivelato che venerdì scorso a convincere Trump a fare un passo indietro, sospendendo i bombardamenti sull’Iran dopo tredici notti consecutive e alla vigilia di quella che era stata anticipata come un’offensiva di vastissima portata, erano stati i pareri allarmati espressi dai vertici militari. Il presidente era stato informato che un’intensificazione degli attacchi avrebbe portato le scorte di missili a livelli troppo bassi e, oltretutto, altri bombardamenti, in particolare nelle regioni adiacenti allo stretto di Hormuz, non avrebbero generato nessun vantaggio strategico per gli Stati Uniti.
L’atteggiamento americano ha comunque compattato i vari centri di potere in Iran, tutti o quasi concordi nel ritenere non fattibile un nuovo accordo o “memorandum d’intesa” con Washington. Il pessimismo che circola a Teheran è ormai un dato di fatto e a contribuire al consolidamento di queste opinioni è stato in primo luogo il boicottaggio deliberato del “Memorandum” che era stato siglato a giugno. Il governo iraniano non ha incentivi a entrare in nuovi estenuanti negoziati, condotti dalla controparte in malafede e che, nella migliore delle ipotesi, potrebbero sfociare in un altro elenco di condizioni che la Casa Bianca non intende o non ha la forza politica di implementare.
È del tutto plausibile ipotizzare, di conseguenza, che l’Iran punti a piegare gli Stati Uniti incrementando la pressione militare, così da far salire ancora di più il tasso di utilizzo di missili difensivi e offensivi, fino a raggiungere un livello tale da mettere in serio pericolo le operazioni in corso o quelle future negli altri scenari internazionali di crisi. Oppure fino al punto di fare esplodere definitivamente la crisi economica su scala globale, mettendo Trump di fronte all’alternativa tra accettare la sconfitta e distruggere definitivamente la sua presidenza.

