Il caso Khan e i confini del diritto internazionale
La rimozione di Karim Khan dalla guida della Procura della Corte Penale Internazionale (CPI) rappresenta molto più di una controversia interna a un organismo giudiziario internazionale. Al di là delle a dir poco controverse accuse personali che hanno portato alla sua sospensione e successiva destituzione, la vicenda apre una questione più ampia, ovvero quale sia oggi il reale spazio di autonomia di una giustizia internazionale ormai sul letto di morte quando le sue indagini arrivano a coinvolgere le grandi potenze o governi protetti da solide alleanze geopolitiche con queste ultime.
La CPI nacque nel 2002, con l’entrata in vigore dello Statuto di Roma, come promessa di superamento dell’impunità dei responsabili dei crimini più gravi: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione. Ma fin dalle origini ha portato con sé una contraddizione strutturale. La Corte pretende una vocazione universale, ma opera in un sistema in cui molte delle principali potenze mondiali non ne riconoscono pienamente la giurisdizione. Stati Uniti, Russia, Cina, India e Israele non sono membri dello Statuto di Roma, mentre la capacità concreta della Corte di agire dipende dalla collaborazione dei singoli stati.
Per molti anni questa contraddizione è rimasta nascosta dietro una prassi giudiziaria che ha visto la CPI concentrarsi soprattutto su leader africani, signori della guerra e governi di paesi privi del peso politico necessario per contrastarne le iniziative. La Corte veniva presentata come il simbolo di un nuovo ordine internazionale fondato sul diritto, ma il suo raggio d’azione coincideva quasi sempre con i limiti imposti dagli equilibri di potere globali. La crisi è così esplosa quando la stessa logica è stata applicata a un alleato strategico dell’Occidente, come appunto lo stato ebraico.
Nel maggio 2024 Karim Khan annunciò la richiesta di mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e dell’allora ministro della Difesa, Yoav Gallant, accusati di responsabilità per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel contesto del genocidio palestinese a Gaza. La decisione provocò una reazione senza precedenti: Israele respinse categoricamente le accuse, gli Stati Uniti denunciarono l’iniziativa come illegittima e numerosi esponenti politici occidentali misero in discussione la legittimità stessa della Corte. Da quel momento, il bersaglio non è stato soltanto il procuratore, ma l’intero meccanismo giudiziario che aveva osato estendere la propria azione a un paese tradizionalmente protetto dal sistema occidentale.
Secondo quanto sostenuto in un recente editoriale dal direttore della testa online Middle East Eye, David Hearst, “la vera misura della credibilità della giustizia internazionale non è il modo in cui tratta i deboli, ma ciò che accade quando viene manipolata dai ricchi e potenti”. La sua ricostruzione dimostra come la campagna contro Khan abbia rappresentato il punto culminante di una lunga pressione politica volta a neutralizzare l’inchiesta sui crimini sionisti nella striscia.
Al centro della vicenda vi sono le accuse di condotta “sessualmente inappropriata” rivolte a Khan. Le contestazioni, che riguardano il presunto comportamento personale del procuratore, sono state oggetto di un’indagine condotta dall’Office of Internal Oversight Services (OIOS) delle Nazioni Unite, l’organo di controllo interno che si occupa di frodi, sprechi e abusi. Il rapporto completo non è mai stato reso pubblico, ma secondo quanto riportato da Middle East Eye e da altre ricostruzioni giornalistiche, il successivo esame affidato a un collegio di tre giudici internazionali avrebbe concluso che gli elementi raccolti non fossero sufficienti a configurare una violazione disciplinare tale da giustificare la rimozione del procuratore.
Questo elemento rappresenta la prova principale a sostegno delle accuse di una procedura politicamente orientata. Secondo Hearst, il Bureau dell’Assemblea degli Stati Parte della Corte Penale Internazionale (ASP), anziché attenersi alle valutazioni dei giudici incaricati, ha modificato il percorso procedurale fino ad arrivare alla sospensione e alla destituzione di Khan. Le accuse personali sono state in altre parole trasformate in uno strumento per colpire un procuratore diventato politicamente scomodo per il regime di Netanyahu e i suoi alleati.
La decisione finale è arrivata attraverso la stessa Assemblea degli Stati Parte, l’organo politico di governo della Corte. Khan è diventato così il primo procuratore nella storia della CPI a perdere anticipatamente il proprio incarico. Formalmente i mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant restano validi, dal momento che soltanto i giudici della Corte possono revocarli. Ma il messaggio politico prodotto dalla vicenda è evidente: un’istituzione priva di una propria forza coercitiva può essere efficace solo finché gli stati più influenti accettano di rispettarne l’autorità.
La rimozione di Khan è stata dunque il risultato di una vera e propria offensiva messa in atto da Israele. In particolare, il ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar, ha svolto un ruolo diretto nel coordinamento degli sforzi per ottenere il consenso degli Stati Parte della CPI alla destituzione del procuratore. Sa’ar ha supervisionato una “task force” dedicata e condotto un’intensa attività di pressione diplomatica nei confronti dei paesi membri della Corte in vista della decisione finale. Dopo la rimozione di Khan, il ministro israeliano avrebbe inoltre ribadito la richiesta di cancellazione dei mandati di arresto emessi contro Netanyahu e Gallant, confermando la centralità politica attribuita da Israele alla battaglia contro la Corte dell’Aia.
Questa campagna non rappresenta peraltro un episodio isolato, ma il proseguimento di una lunga storia di pressioni israeliane nei confronti della CPI. Il precedente più clamoroso è quello della procuratrice capo Fatou Bensouda, che guidò l’ufficio della Procura dal 2012 al 2021 e che aveva avviato l’esame della situazione nei territori palestinesi occupati. In un’intervista rilasciata ad Al Jazeera, Bensouda raccontò di un incontro con l’allora direttore del Mossad, Yossi Cohen, durante il quale le sarebbe stato “chiesto” di interrompere le indagini sulla Palestina e sarebbero state evocate possibili conseguenze sulla sicurezza sua e della sua famiglia.
La pressione contro la Corte non è arrivata in ogni caso soltanto da Israele. Gli Stati Uniti hanno storicamente contestato il potere della CPI sui propri cittadini e negli ultimi anni hanno adottato misure punitive contro funzionari della Corte. Dopo l’apertura dell’inchiesta sull’Afghanistan e successivamente dopo i mandati contro i dirigenti israeliani, Washington ha intensificato la propria opposizione, arrivando a minacciare ulteriori misure contro l’istituzione dell’Aia.
Il caso Khan si inserisce dunque in una crisi più ampia della giustizia internazionale. La domanda centrale non riguarda soltanto la condotta di un singolo procuratore, ma il principio stesso dell’universalità del diritto. Se una Corte può perseguire con relativa facilità leader di stati deboli, ma viene sottoposta a pressioni straordinarie quando indaga su governi sostenuti dalle grandi potenze, allora il problema non è soltanto giudiziario, ma politico.
Anche nel cosiddetto Sud Globale questa percezione ha progressivamente rafforzato la sfiducia verso la CPI. Paesi africani e latinoamericani hanno più volte accusato la Corte di applicare una giustizia selettiva, mentre alcuni stati hanno annunciato o avviato procedure di uscita dallo Statuto di Roma. L’accusa ricorrente è che il diritto internazionale venga invocato con fermezza contro gli avversari geopolitici dell’Occidente e relativizzato quando riguarda gli alleati.
Gli sviluppi degli ultimi mesi sembrano perciò segnare un passaggio decisivo nella crisi di legittimità della Corte Penale Internazionale. La rimozione di Karim Khan, le pressioni diplomatiche esercitate attorno alla sua vicenda, le contestazioni provenienti da diversi stati e soprattutto l’offensiva aperta degli Stati Uniti indicano il rischio di un’ulteriore delegittimazione dell’intero organismo. La questione non riguarda più soltanto il destino di un singolo procuratore, ma la sopravvivenza stessa della già più che traballante idea di una giustizia internazionale indipendente dai rapporti di forza geopolitici.
A rendere ancora più evidente la portata dello scontro sono state le recenti dichiarazioni dell’amministrazione Trump. Il segretario di Stato Marco Rubio ha definito la CPI un’istituzione che minaccia la sovranità degli Stati Uniti e ha dichiarato l’intenzione di contrastarla con ogni mezzo disponibile, arrivando a parlare della necessità di smantellarla “pezzo dopo pezzo”. Washington ha già adottato sanzioni contro funzionari della Corte e ha annunciato ulteriori misure contro magistrati, collaboratori e soggetti ritenuti responsabili di sostenere le indagini nei confronti di cittadini americani o israeliani. Questo attacco frontale si collega direttamente alle modalità con cui gli Stati Uniti e i loro alleati intendono sempre più condurre gli affari di politica estera, vale a dire guidati unicamente dal principio del più forte, senza nessun vincolo o scrupolo per le norme del diritto internazionale
In questo scenario, la Corte rischia di entrare in una fase di sopravvivenza solo formale. Potrebbe cioè continuare a esistere, con bilanci, riunioni e procedure burocratiche, ma perdere ancora di più quella funzione di autorità morale e giuridica universale che ne aveva giustificato la nascita. La vicenda Khan potrebbe essere così ricordata non come una semplice crisi interna, ma come il momento in cui è diventata finalmente evidente a tutti l’incapacità della giustizia internazionale di sottrarsi al peso della politica di potenza.

