I nuovi mostri
C’è un filo spinato, prima ancora che logico, che unisce le cancellerie della nuova destra globale alla spianata di Tel Aviv, e che attraversa l’Atlantico per saldarsi con le periferie incendiate d’Europa. Non è una trama occulta, non c’è bisogno di scomodare i servizi segreti; si tratta di un’architettura politica alla luce del sole, fondata sul più spietato e lucroso cinismo elettorale. Un patto transnazionale di mutuo soccorso dove la barbarie si fa dottrina e l’intolleranza diventa moneta di scambio.
Per decenni la destra identitaria, neofascista o populista che dir si voglia, ha dovuto fare i conti con lo scheletro nell’armadio dell’antisemitismo storico. Ma la geopolitica del terrore ha offerto loro la via d’uscita perfetta. In Europa, dai salotti del Rassemblement National francese fino alle piazze xenofobe dell’AfD tedesca o di Vox in Spagna, l’allineamento cieco e incondizionato con l’oltranzismo del Likud di Benjamin Netanyahu ha funzionato come una colossale lavatrice d’immagine. Una sorta di pulizia d’immagine: abbracciare Tel Aviv per ripulirsi la coscienza e, soprattutto, la fedina politica.
Il collante di questo matrimonio d’interesse non è certo l’amore per la democrazia, ma l’individuazione di un nemico comune: l’Islam. Nella narrazione tossica dello “scontro di civiltà”, Israele viene dipinto come l’avamposto dell’Occidente giudaico-cristiano che combatte la barbarie asiatica o mediorientale. Un frame ideologico che specularmente si ritrova in America Latina, dove i deliri teocratici degli evangelici brasiliani che sostenevano Bolsonaro o l’iper-sionismo da parata di Javier Milei in Argentina servono a giustificare la militarizzazione del controllo sociale e la distruzione dei diritti democratici. Appare ancora più conveniente la matrice economica e logistica di questo conveniente schieramento in campo: l’accesso agli enormi fondi a disposizione degli alleati fedeli e spregiudicati e l’enorme quantità di mezzi a disposizione delle big tech impiegati nella battaglia ideologica e non del sionismo moderno.
Non è infatti un mistero la profonda natura ideologica delle policy di colossi come meta e X, o come Larry Ellison e figli di siano scagliati contro quell’ultima sacca di resistenza fornita da tik tok; il risultato è una naturale espansione di un ecosistema perfetto per nascita e proliferazione dei nuovi fascismi, dai MAGA agli Incel al ritrovato fondamentalismo cattolico o evangelico, al caro e vecchio fascismo nazionale patriottico che misteriosamente però porta sempre in e con sé la sudditanza coloniale a poteri esterni.
Questo circuito chiuso di radicalizzazione non resta confinato nelle accademie o nei palazzi del potere. Quando la violenza geopolitica mediorientale viene deliberatamente importata nelle nostre società, il risultato è l’esplosione delle tensioni di piazza. Le periferie europee si trasformano così in un teatro di caccia all’uomo. squadracce di ultranazionalisti che utilizzano il pretesto della “difesa nazionale” per scatenare veri e propri pogrom xenofobi contro i quartieri a maggioranza musulmana o immigrata. È la frantumazione scientifica della convivenza civile, dove il trauma della guerra estera diventa benzina per il fascismo interno.
Ed è esattamente in questo solco, in questa melma ideologica che si nutre di paura e divisione, che si inserisce perfettamente il caso politico di Roberto Vannacci nel panorama italiano.
Il generale-eurodeputato, con il suo pamphlet “Il mondo al contrario”, non è un fungo nato dal nulla dopo una notte di pioggia. È la declinazione nostrana, in uniforme e con la prosa ruvida della caserma, dello stesso identico meccanismo identitario e divisivo che muove la destra transnazionale. La sua retorica sulla “patria da difendere”, sulla “normalità” minacciata dall’invasione culturale e demografica dello straniero, ricalca fedelmente lo spartito dello scontro di civiltà globale.
Vannacci rappresenta il terminale perfetto di questa narrazione: la militarizzazione del buonsenso trasformata in arma elettorale. Come i leader dell’estrema destra europea utilizzano Israele come scudo politico e l’Islam come spauracchio, così la destra italiana ha trovato nel generale l’interprete ideale di una crociata domestica contro il diverso, il migrante, il non-allineato. Non c’è differenza tra chi a Parigi o a Madrid strumentalizza i conflitti mediorientali per invocare muri e leggi speciali, e chi a Roma cavalca le provocazioni di un alto ufficiale per blindare il consenso sulla paura del futuro.
Il paradosso finale di questo schema, denunciato invano dalle frange più lucide dell’ebraismo europeo, è che questo “patto dei cinici” non protegge nessuno. Sdoganare l’estrema destra identitaria in nome di una comune battaglia geopolitica significa legittimare forze che, per loro stessa natura molecolare, rigettano il concetto di alterità. Oggi il bersaglio è il migrante o il musulmano, ieri era l’ebreo, domani chissà. Chi semina il vento della divisione e della purezza culturale finisce sempre per raccogliere la tempesta della violenza. E personaggi come Vannacci sono solo i meteorologi interessati di questo disastro annunciato.

