La difesa non è sempre legittima
La baracconata mediatica intorno alla vicenda del gioielliere Mario Roggero, condannato in via definitiva a 14 anni e nove mesi di reclusione per l’omicidio di due rapinatori e il tentato omicidio del terzo, esemplifica alla perfezione il baratro culturale, umano e spirituale in cui è precipitata l’Italia meloniana.
Lo slogan “la difesa è sempre legittima” sulla bocca di Matteo Salvini, del generale Vannacci, nonché di una pletora di inopinati personaggi che popolano il sottobosco di alcune redazioni di giornale e programmi di intrattenimento mattutini, è una sonora sciocchezza. La difesa è legittima quando qualcuno mette in pericolo la vita di un altro, nell’attualità del pericolo stesso: Roggero ha inseguito e sparato ai rapinatori in fuga, accanendosi perfino su uno già a terra. Questa si chiama vendetta, non difesa.
Oltre all’urgenza del pericolo, la difesa per essere legittima deve essere proporzionata all’offesa: Roggero ha ucciso due persone e ha tentato di ucciderne una terza quando la rapina era finita e quindi non c’era rischio per la sua vita o per quella dei suoi familiari.
Diversamente da ciò che accadde nel 2005 al fidanzato della figlia e ai suoi genitori quando furono minacciati con una pistola proprio da Roggero durante una lite, ma evitarono di reagire. Se avessero ritenuto la difesa sempre legittima, Roggero sarebbe morto allora.
In Italia l’istituto della legittima difesa, disciplinato dall’art. 52 del codice penale, è stato modificato dalla legge n. 36 del 2019, voluta proprio dall’allora ministro degli Interni Salvini, durante il governo gialloverde. Questa legge ha allargato le maglie per chi usi un’arma regolarmente registrata contro un intruso nella propria abitazione, considerando la difesa sempre proporzionata, purché la minaccia alla propria o altrui incolumità sia attuale. Quindi, tecnicamente, Salvini protesta contro una legge a suo parere inadeguata, che però a suo tempo ha voluto e promosso lui.
I trombettieri dello sparo libero hanno perfino chiamato in causa il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, auspicando che conceda la grazia al gioielliere. Lo stesso Roggero si è inopinatamente rivolto a Mattarella invitandolo a “mettersi una mano sulla coscienza”. Perfino quell’impagabile cultore del diritto che è il ministro della giustizia Carlo Nordio ha avviato l’istruttoria per la richiesta di grazia, prima che Mattarella ricordasse a tutti che la Costituzione (art. 87) attribuisce la prerogativa di concedere la grazia esclusivamente al Presidente della Repubblica.
Non pago, Salvini ha ventilato l’ipotesi di candidare Roggero alle prossime elezioni politiche, poi qualcuno deve avergli spiegato che la condanna prevede l’interdizione dai pubblici uffici, perciò, il gioielliere non può né votare, né essere eletto. Ma si sa che la maggioranza di governo tracima di raffinati giuristi.
Il punto fondamentale della questione è che il diritto, dall’Illuminismo in poi, non può accogliere il principio che la vita umana sia paragonabile a un bene materiale, quand’anche la vita di un delinquente, né può consentire che i cittadini si facciano giustizia da soli.
Il contrattualismo sei e settecentesco ci ha insegnato che allo Stato viene attribuito il monopolio della forza allo scopo di tutelare la sicurezza dei cittadini, altrimenti portati per natura all’hobbesiano bellum omnium contra omnes. Un paese in cui fosse permessa la giustizia privata assomiglierebbe più al Far West che non a uno stato di diritto. La legittima difesa costituisce già una deroga all’attribuzione del monopolio della forza allo Stato ed è per questo che le norme devono essere rigorose.
I Salvini, i Vannacci e tutti quelli che blaterano a favore dell’uso indiscriminato della violenza considerata sempre legittima se esercitata contro un ladro di appartamento, non sanno che più o meno a partire dalla Rivoluzione francese, il principio di legalità, secondo cui la legge regola le norme del vivere civile di una società, ha sostituito la legge del più forte che vigeva nella società feudale. Ergo: quando si viene rapinati, ma la propria vita e quella dei familiari non sono nell’immediato pericolo, si denuncia il fatto alle forze dell’ordine.
Il fatto che poi oggi in Italia sia improbabile che la polizia trovi un rapinatore, che un giudice lo condanni e che si aprano per lui le porte delle patrie galere, è tutto un altro discorso, dal quale per ovvi motivi i mattatori della legittima difesa si tengono ben lontani.
Il dibattito pubblico dovrebbe riguardare i finanziamenti necessari alle forze dell’ordine, il funzionamento e i tempi della giustizia penale, la certezza della pena, non certo lo sdoganamento della violenza privata in assenza di rischi per la vita propria o altrui.
Peraltro, se la legge consentisse di sparare alle spalle a un ladro che scappa, si aprirebbero voragini di impunità per atti di violenza arbitrari, arginare i quali diventerebbe molto difficile. Ad esempio, perché allora non considerare accettabile che chi venga scippato spari per strada allo scippatore? O che chi subisca una truffa online, qualora ne sia in grado, rintracci autonomamente il responsabile del crimine e vada a ucciderlo?
Nel momento in cui si rinuncia al principio di legalità e a una disciplina serrata della legittima difesa, il passo verso la terra di nessuno è breve.
La sicurezza è il bisogno più originario dell’animo umano e quando non si è provvisti di un’adeguata capacità riflessiva, il rischio è che sull’elaborazione concettuale prevalgano gli istinti predatori più animaleschi: ecco perché speculare sugli impulsi viscerali delle persone per fare incetta di voti è un’operazione moralmente spregiudicata. Ma purtroppo efficace.

