Campo Largo: come uscire dai blocchi reciproci?
Investimenti nella sanità e nell’istruzione pubblica, riforma del fisco in senso progressivo, lotta all’evasione fiscale, ripristino del reato di abuso d’ufficio e abrogazione delle riforme Nordio che – a detta del procuratore di Napoli Nicola Gratteri – favoriscono più i colpevoli che le vittime dei reati, istituzione del salario minimo e revoca immediata degli impegni assunti dal governo Meloni sul riarmo e sul 5% del PIL alla Nato: ecco i pochi punti fondamentali che gli elettori del campo largo (e forse anche molti astensionisti) si aspetterebbero di sentire da un fronte di opposizione coeso e battagliero.
E invece – sembra incredibile – ma di fronte a un governo disastroso come quello di Giorgia Meloni, i leader dell’opposizione rincorrono farfalle. Soprattutto il PD, nemmeno a dirlo. Elly Schlein, infatti, pur di tenere insieme un partito dilaniato dalle correnti si è ingaggiata da anni in un faticoso processo di veltronizzazione senza ritorno. Ormai è tutta un “sì, ma anche”: è diventato quasi penoso sentirla affannarsi in sproloqui dai contenuti per lo più evanescenti giocati tra la retorica e il cerchiobottismo, quando basterebbero poche e semplici parole d’ordine come “pace”, “salari” e “welfare”.
Senza contare la pervicace e masochista convinzione di imbarcare Matteo Renzi nell’alleanza antimeloniana, sapendo che Italia Viva è valutata meno del 3% nei sondaggi e soprattutto conoscendo il personaggio. Ma non basta: ora invece che prendersela con Meloni, il suo bersaglio preferito è diventato Giuseppe Conte, reo di essere leader di un partito che ha un programma chiaro, condiviso dalla sua base e soprattutto di sinistra. Conte ha anche la terribile colpa di aver proposto con grande generosità un passo indietro reciproco, per trovare un terzo candidato premier del campo largo. Schlein gli si è rivoltata contro nemmeno fosse il suo peggior nemico.
La segretaria dem vorrebbe ciò che non può avere, cioè un’investitura divina a leader unica del campo largo. Anche sulle eventuali primarie di coalizione, infatti, nicchia. Probabilmente perché suo malgrado sa che Conte sarebbe favorito. Peraltro, mentre la maggior parte degli elettori del PD non avrebbe problemi a votare una coalizione il cui candidato premier sia Conte, molti elettori cinque stelle ne avrebbero a votare una coalizione guidata da lei. Poverina, le deve sembrare inspiegabile.
C’è poi l’elefante nel salotto, cioè la politica estera, che rischia di mandare tutto all’aria. Il PD – spiace ricordarlo – in Europa continua a votare invii di armi all’Ucraina, esecrando qualsiasi forma di negoziato perché “con Putin non si tratta” (come se i negoziati si facessero con gli alleati e non con i nemici); sul genocidio a Gaza Schlein ha cinguettato, mentre molti esponenti dem – da Del Rio a Fiano – sostengono apertamente Israele e anzi hanno perfino caldeggiato il ddl antisemitismo in corso di approvazione bipartisan alla Camera e il cui scopo è censurare le critiche allo stato di Israele; per non parlare del riarmo europeo che gran parte del PD difende a spada tratta.
Il M5S, reduce da Nova, un lungo processo di rinnovamento interno avvenuto coinvolgendo gli iscritti, ha una posizione opposta su tutti i fronti: è favorevole all’interruzione del sostegno militare all’Ucraina e all’avvio di negoziati con la Russia, vorrebbe sanzionare Israele e riconoscere lo stato di Palestina, e infine è ferocemente contrario sia alla politica europea di riarmo, sia alla concessione del 5% del PIL alla Nato. Difficile trovare una sintesi, quando si parte da così lontano.
Oltretutto Conte, contrariamente a Schlein, non può infischiarsene del mandato ricevuto dai suoi elettori, quindi non può ritrattare su nulla, altrimenti la sua leadership verrebbe delegittimata. Il motivo è che il M5S è un partito che raccoglie voti di opinione, privo tanto di una precisa connotazione ideologica – si chiamano “progressisti” ma guai a definirli “di sinistra” – quanto di una tradizione politica radicata nella storia del secolo scorso. Insomma, se gli iscritti hanno votato un determinato programma, Conte non può fare giravolte. Tantomeno in nome dell’alleanza col PD.
Insomma, a pochi mesi dalle elezioni politiche, che probabilmente si terranno poco prima o poco dopo la prossima estate, il campo largo esiste solo sulla carta: nei fatti, fra i due partiti più importanti, PD e M5S, non c’è accordo sulla scelta del leader, né su un programma condiviso.
A questo punto, converrebbe forse presentarsi separatamente, sperare che la destra non ottenga il premio di maggioranza assicurato dalla legge elettorale ipermaggioritaria voluta da Meloni, ed eventualmente, dopo le elezioni, valutare se sia possibile trovare tre o quattro punti comuni – che potrebbero essere sostegno all’Ucraina ma solo se viene avviato un negoziato, salario minimo, riforma del fisco e riduzione degli stanziamenti destinati al riarmo – sui quali costruire un governo.
Schlein ne trarrebbe i vantaggi di tenere unito il partito continuando a barcamenarsi tra idee progressiste e scelte più che moderate, di evitare un probabile bagno di sangue alle primarie di coalizione, nonché di mettere a tacere tutte quelle vecchie volpi dem che, come Giorgio Gori, stanno brigando per proporre nuove candidature (dalla sindaca di Genova Silvia Salis all’ex capo della polizia Franco Gabrielli) per ostacolarla nella corsa alla Premiership.
Conte, dal canto suo, si toglierebbe dall’imbarazzo di appartenere a una coalizione di cui il M5S non condivide idee, valori e punti programmatici, guadagnando completa libertà d’azione in campagna elettorale. Del resto, sa bene che gli elettori cinque stelle non hanno l’indulgenza degli elettori dem e che una campagna elettorale condotta in nome del compromesso ideale con il PD rischierebbe di finire in una débâcle. Insomma, vincerebbero tutti. Chissà che Schlein e Conte non ci pensino su.

