Hormuz, la guerra dei numeri
I numeri relativi al flusso di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz sembrano appartenere sempre più all’ambito della guerra di informazione, che sta accompagnando l’aggressione americana contro l’Iran, piuttosto che alla realtà oggettiva. Secondo la Casa Bianca, la quantità di greggio che transita dal collo di bottiglia più importante per i traffici energetici mondiali è pari ormai a quella che si registrava prima della guerra. Anche gli operatori del settore e analisti vari confermano una ripresa sostenuta delle esportazioni dal Golfo Persico, concludendo perciò che il controllo di Teheran su Hormuz si sarebbe a poco a poco allentato. Una parte di questi dati corrisponde in effetti agli sviluppi più recenti del conflitto mediorientale, ma la situazione attuale continua a essere eccezionale, non sostenibile nel lungo periodo e, soprattutto, molto onerosa per l’economia di praticamente tutto il pianeta.
Hanno fatto il giro del web nei giorni scorsi i rapporti dell’agenzia di stampa Reuters e della banca britannica Standard Chartered sulla ripresa delle esportazioni di petrolio dei produttori del Golfo. Entrambe valutano che si sia arrivati, per il mese di settembre, a circa 16,5 milioni di barili al giorno, pari all’83% di quanto veniva esportato prima del 28 febbraio. Di questa quantità, solo il 60% transita per lo stretto di Hormuz, mentre il resto viene trasportato in modo diverso, principalmente attraverso oleodotti, e in altre direzioni. La pubblicazione specialistica Oilprice ha spiegato a questo proposito che “gli esportatori si sono adattati”, ricorrendo a “oleodotti, porti alternativi e massicce operazioni di trasbordo da nave a nave”. Tuttavia, “la rete logistica appare sempre più onerosa, inefficiente e sotto pressione, appesantita dall’impennata dei costi dei noleggi e della sicurezza”.
Lo scenario normalizzato che Trump insiste nel dipingere pubblicamente è insomma illusorio. Si tratta infatti di alternative provvisorie che rallentano una traiettoria che continua a procedere verso una situazione di pericolosa carenza di petrolio e derivati. Oppure che limitano l’aumento delle quotazioni, le quali, comunque, stanno già provocando aumenti vertiginosi dei livelli di inflazione in moltissimi paesi. L’analisi di Standard Chartered rileva in definitiva pesanti inconvenienti logistici e costi moltiplicati, ma anche un’offerta insufficiente di imbarcazioni di dimensioni relativamente ridotte che caricano il greggio dai porti dei paesi del Golfo Persico per poi trasferirlo a petroliere molto più grandi nel Golfo di Oman, una volta superato Hormuz.
La maggior parte degli analisti avverte che questo modus operandi non può essere sostenuto a lungo e, oltretutto, non consentirebbe di avere spazi di manovra, ovvero ulteriori opzioni di export, in caso di una ripresa delle operazioni di guerra su vasta scala e un’interruzione dei flussi. La situazione di precarietà è incontestabile anche se si prendono per buone le rassicurazioni degli Stati Uniti circa le capacità delle forze navali americane di garantire il passaggio dello stretto alle imbarcazioni che trasportano greggio. Questi attraversamenti avvengono lungo la rotta meridionale, al largo della costa omanita, quasi sempre in piena notte, in silenzio radio e in assenza dei normali standard di trasparenza AIS. I mezzi che transitano, anche con la scorta USA, in violazione delle restrizioni imposte dalla Repubblica Islamica restano esposti al fuoco iraniano, cosa che continua ad accadere e, anzi, che ha registrato una frequenza in aumento durante questi primi giorni di ottobre.
Le coperture assicurative delle imbarcazioni che navigano lungo questa rotta lievitano così inevitabilmente, col risultato di impattare in modo molto pesante i prezzi del greggio. Un’altra difficoltà è quella di reperire fisicamente, oltre ai mezzi navali, il personale disposto ad assumersi il rischio di attraversare Hormuz. E quando ciò riesce, i compensi sono varie volte superiori a quelli di prima della guerra. Il Financial Times ha scritto ad esempio che i comandanti delle imbarcazioni che accettano di navigare lungo lo stretto vengono pagati anche 100 mila dollari al mese.
I rapporti citati di Reuters e Standard Chartered offrono, secondo alcuni, delle stime troppo ottimistiche sui livelli che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita sono tornate a toccare. Il regime di Riyadh si sarebbe avvicinato ai numeri precedenti il 28 febbraio, grazie in primo luogo al dirottamento dei carichi verso il porto di Yanbu, terminal dell’oleodotto “Est-Ovest” situato sul Mar Rosso. Questa valutazione sembra non tenere conto dei danni causati dai bombardamenti delle scorse settimane contro la stessa infrastruttura da parte delle forze del governo yemenita di Ansarallah (“Houthis”) nel quadro della guerra riesplosa con l’Arabia Saudita. Dopo pochi giorni, le autorità saudite avevano annunciato che l’oleodotto era stato interamente ripristinato, ma in molti erano apparsi scettici e, oltretutto, le agenzie di stampa internazionali questa settimana hanno scritto di nuovi attacchi dallo Yemen contro una o più stazioni di pompaggio dello stesso oleodotto.
Il giornale iraniano in lingua inglese Tehran Times, alla luce della situazione attuale a Hormuz, sostiene in maniera piuttosto corretta che la definizione di “aperto” non riflette la realtà marittima nello stretto, ma rappresenta una dichiarazione politica. Trump, in altre parole, insiste nell’ostentare il controllo sul transito e il normale movimento di greggio in primo luogo per calmare i mercati. Fin dall’inizio della guerra di aggressione, il presidente americano ha cercato di limitare l’impatto dello shock energetico che ne è seguito, manipolando la realtà dei fatti attraverso dichiarazioni pubbliche con tempistiche attentamente studiate. In questo modo, la Casa Bianca è riuscita finora a scongiurare il panico, anche se il contenimento dei costi dei carburanti e dei livelli di inflazione è stato solo parziale.
In secondo luogo, spiega ancora il Tehran Times, la pretesa trumpiana che le cose all’imbocco del Golfo Persico siano tornate più o meno alla normalità ha un carattere strategico cruciale. Washington intende cioè avvertire Teheran che “la carta di Hormuz è bruciata”, ossia che “la leva principale nelle mani dell’Iran è stata neutralizzata dalle forze navali USA”, così che la leadership della Repubblica Islamica “non ha altra scelta che capitolare e accettare le condizioni [di resa] americane”.
La versione dei fatti proposta da Trump potrebbe essere contraddetta infine anche da un’altra questione controversa e discussa in questi giorni soprattutto nei circuiti di media e commentatori indipendenti. L’input era arrivato in realtà da una fonte tutt’altro che “alternativa”, vale a dire da un’ipotesi espressa da un’analista della società di consulenze strategiche Kpler, ampiamente citata dalla stampa ufficiale in queste settimane. A suo dire, la spiegazione per l’aumento dei flussi di greggio da Hormuz non è da ricondurre alla perdita del controllo militare iraniano sull’area, quanto a un accordo segreto stipulato tra Teheran e i regimi arabi del Golfo che prevede la possibilità di esportare determinate quantità di petrolio in maniera indisturbata in cambio del versamento di una sorta di pedaggio alla Repubblica Islamica.
La stessa analista di Kpler ha tenuto a precisare che si tratta di una sua supposizione, ma l’accademico di origine iraniana Trita Parsi ha scritto di avere avuto conferma dell’accordo di transito da fonti iraniane. Quest’ultimo invita a sua volta a prendere con le molle la notizia, anche se spiegherebbe l’aumento dei passaggi navali a fronte della retorica minacciosa delle autorità governative di Teheran. In ogni caso, chi detiene realmente il controllo sullo stretto e, di conseguenza, determina gli effetti economici globali del conflitto, al di là delle sparate di Trump, lo si potrà con ogni probabilità accertare nel momento in cui la guerra dovesse riesplodere, come suggerisce lo stallo persistente delle trattative diplomatiche.

