I conti nascosti del Pentagono
Il bilancio militare degli Stati Uniti è talmente enorme da sembrare quasi impossibile da aumentare ulteriormente. Eppure anche la cifra di 1.500 miliardi di dollari che l’amministrazione Trump si appresta a mettere sul tavolo per il prossimo esercizio rischia di essere un dato fortemente sottostimato. Il problema è che una parte consistente della spesa militare americana non compare nel bilancio del Pentagono, ma viene disseminata tra decine di altre voci e agenzie federali, fino a rendere il costo reale dell’apparato bellico statunitense molto più alto di quello ufficialmente dichiarato.
È questa la conclusione cui arriva un recente articolo di David Vine sul blog indipendente TomDispatch, basato anche sul lavoro del “Project on Government Oversight” (POGO), che ha provato a ricostruire il vero ammontare della spesa militare americana attraverso diverse metodologie. Il risultato è impressionante: già nel 2025, ultimo anno fiscale completo preso in esame, la spesa militare effettiva sarebbe stata compresa tra 1.500 e 1.800 miliardi di dollari. Con le richieste di Trump per il 2027, il conto potrebbe invece arrivare ad almeno 2.581 miliardi.
La ragione di una differenza tanto gigantesca rispetto ai numeri abitualmente citati è relativamente semplice. Negli Stati Uniti le spese per le forze armate e per le guerre non vengono contabilizzate tutte nello stesso posto. Oltre al Dipartimento della Difesa – che Trump ha ribattezzato “Dipartimento della Guerra” – centinaia di miliardi di dollari vengono iscritti nei bilanci di almeno altri 17 dipartimenti e organismi federali. Formalmente appartengono ad altre amministrazioni, nella sostanza finanziano attività direttamente collegate alla macchina militare.
Il caso più evidente è quello delle armi nucleari. Nel 2025 circa 33,5 miliardi di dollari destinati all’arsenale atomico statunitense sono comparsi nel bilancio del Dipartimento dell’Energia anziché in quello della Difesa. A questi si aggiungono altri 300 milioni distribuiti tra il “Defense Nuclear Facilities Safety Board” e l’“Army Corps of Engineers”. Quasi 34 miliardi di dollari che, osserva Vine, sono a tutti gli effetti una spesa militare, ma che il bilancio ufficiale del Pentagono non registra come tale.
E il nucleare è soltanto una delle voci. Una delle più consistenti riguarda i veterani: quasi 390 miliardi di dollari del Dipartimento per gli Affari dei Veterani vengono conteggiati separatamente, anche se pensioni, assistenza sanitaria e altri benefici a lungo termine sono parte integrante del costo necessario per reclutare e mantenere un esercito. Sommando anche le spese per il personale militare disseminate nei bilanci di altri dipartimenti, la cifra arriva a 393,3 miliardi.
Anche la Guardia Costiera contribuisce a questo gigantesco gioco contabile. Circa 14 miliardi di dollari delle sue spese, escluse le attività non militari, finiscono nel bilancio del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS), a cui si aggiungono altri costi relativi a programmi contro le armi di distruzione di massa, preparazione radiologica, cybersicurezza e altre attività riconducibili alla sicurezza militare. Totale: 16,8 miliardi.
La ricostruzione attraverso i dati di USAspending.gov – il portale creato proprio per rendere trasparente ai contribuenti l’utilizzo delle loro tasse – porta così a una spesa di 1.273 miliardi di dollari per il solo Dipartimento della Difesa nel 2025. Aggiungendo le altre voci individuate da POGO si arriva a 1.718 miliardi. Più del doppio, dunque, degli 850 miliardi di dollari normalmente indicati come bilancio militare per quell’anno.
E anche questa cifra, avverte Vine, è probabilmente prudente. Restano fuori, a seconda dei criteri adottati, altri costi per la NASA, l’FBI, le attività di intelligence e una parte consistente del bilancio del Dipartimento per la Sicurezza Interna. Alcune metodologie arrivano inoltre a includere gli interessi sul debito pubblico riconducibili alle guerre e alla spesa militare del passato. Nel complesso, le voci escluse dalla stima principale potrebbero aggiungere altri 441,2 miliardi di dollari.
Ogni centinaio di miliardi destinato all’apparato militare è evidentemente denaro che non viene destinato all’istruzione, alla sanità, all’edilizia popolare, alla lotta contro la povertà o alla transizione climatica. Se Trump ottenesse l’intero aumento richiesto, secondo Vine la spesa militare arriverebbe a divorare circa il 75 per cento della spesa discrezionale federale.
La sproporzione appare ancora più evidente se confrontata con il dibattito politico americano sui cosiddetti “entitlements”, cioè i programmi di welfare e le prestazioni sociali che vengono sistematicamente presentati come una delle principali cause degli squilibri di bilancio. Vine si chiede cosa accadrebbe se si scoprisse che centinaia di miliardi destinati formalmente ad altri dipartimenti fossero in realtà spese aggiuntive per Medicaid, edilizia pubblica o programmi contro la fame. La stampa ufficiale e il mondo politico statunitense griderebbero allo scandalo, pretenderebbero spiegazioni e denuncerebbero immediatamente l’opacità dei conti pubblici. Quando invece la stessa pratica riguarda il Pentagono, sembra diventare quasi invisibile.
Non si tratta peraltro di una peculiarità dell’era Trump. La corsa al riarmo nucleare è stata ad esempio portata avanti da amministrazioni di entrambi i partiti, con stanziamenti molto importanti destinati formalmente al Dipartimento dell’Energia. Barack Obama, ben prima del ritorno alla Casa Bianca di Trump, aveva avviato il processo di sostituzione e modernizzazione dell’intera triade nucleare americana. Alla fine della sua presidenza, il Dipartimento della Difesa stimava in circa 270 miliardi di dollari il costo della modernizzazione nei due decenni successivi; nel 2017 l’Ufficio del Congresso per il Bilancio avrebbe quantificato in 1.200 miliardi di dollari, in valori di quell’anno, il costo complessivo delle forze nucleari previste dai piani dell’amministrazione Obama tra il 2017 e il 2046.
Si tratta quindi di un modello strategico che attraversa le amministrazioni democratiche e repubblicane e nel quale la superiorità militare globale degli Stati Uniti viene considerata una necessità permanente. La competizione per mantenere una posizione egemonica internazionale, modernizzare continuamente l’arsenale nucleare, finanziare centinaia di basi e operazioni all’estero e sostenere nuove guerre produce una domanda di risorse che sembra non avere mai fine. Di conseguenza, anche i numeri ufficiali del Pentagono, già enormi, finiscono per rappresentare soltanto una parte della realtà.
La questione del bilancio militare americano, allora, non è soltanto una questione contabile. Dietro quei trilioni di dollari ci sono priorità politiche precise e, soprattutto, le conseguenze concrete delle guerre che quelle risorse permettono di condurre. La guerra contro l’Iran rappresenta anche per questo una nuova voce del conto, mentre migliaia di persone pagano con la vita e la distruzione il prezzo delle decisioni prese a Washington.
Con Trump, peraltro, le ambizioni predatorie dell’imperialismo americano vengono esibite sempre più apertamente, con sempre meno bisogno della maschera retorica con cui per decenni Washington ha cercato di presentare le proprie guerre come difesa della democrazia e della sicurezza internazionale. Lo scandalo, in definitiva, non è soltanto che gli Stati Uniti spendano più di quanto dichiarino per la loro macchina militare. È anche che una parte enorme di quella spesa possa essere sottratta alla percezione dell’opinione pubblica proprio mentre a milioni di americani viene ripetuto che per scuola, sanità e welfare i soldi non ci sono mai.

