Nell’Italia di Vannacci si lavora a 14 anni
Il nazionalismo razzista, la xenofobia, il patriarcato mediterraneo – qualsiasi cosa voglia dire – l’ostilità verso i diritti civili, lo stato confessionale… non bastavano. Il programma politico dell’ex generale Vannacci prevede perfino il lavoro minorile a partire dai 14 anni. L’europarlamentare e leader di Futuro Nazionale ha infatti dichiarato: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, non sul bivacco, non sul reddito di cittadinanza, non sui sussidi, non sulle indennità. Vogliamo che la gente vada a lavorare anche a 14 anni”.
Al momento, la normativa europea stabilisce che l’età minima per lavorare non può essere inferiore a quella dell’obbligo scolastico. In Italia la Legge n. 977/1967 vieta il lavoro minorile al disotto dell’obbligo scolastico – all’epoca fissato a 14 anni, oggi a 16 – e istituisce rigide tutele per il lavoro fra i 16 e i 18 anni.
Bisogna ammettere, in ogni caso, che l’ex generale ha imparato in fretta la comunicazione politica: l’auspicio di far lavorare gli adolescenti viene infatti giustificato sul piano morale tramite il ben noto slogan efficientista contro il tanto vituperato assistenzialismo, ingannevolmente identificato con il welfare.
Le affermazioni di Vannacci ricordano la propaganda destrorsa contro il Reddito di Cittadinanza, istituito dal governo Conte 1 ed eliminato dal governo di Giorgia Meloni, proprio in base all’inganno secondo cui gli ammortizzatori sociali favoriscono gli scansafatiche. Come se ci fossero persone felici di vivere con poche centinaia di euro al mese pur di “stare sul divano”.
In effetti, questo è il grande capolavoro comunicativo delle destre: essere riuscite a persuadere l’opinione pubblica che la povertà sia una colpa individuale e che lo stato sociale sia una spesa inutile, anzi uno sperpero a danno della collettività e a vantaggio di pochi sfaccendati.
Come se non esistessero lo sfruttamento, il lavoro povero, le disuguaglianze sociali… E soprattutto come se non ci fosse l’articolo 3 della Costituzione, quello che al secondo comma recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Cioè teorizza l’esatto contrario, attribuendo allo stato il compito di intervenire a sostegno dei cittadini in difficoltà, allo scopo di combattere le disuguaglianze favorendo la realizzazione personale e l’integrazione nella vita socio-economica del paese di tutti i cittadini.
Vannacci nell’invocare il lavoro minorile ha fatto riferimento esattamente alla propaganda neo-turbo-liberista che vorrebbe un mercato del lavoro deregolamentato, privo di tutele e garanzie, abbandonato alle feroci leggi della domanda e dell’offerta. Senza guardare in faccia a nessuno, nemmeno agli adolescenti.
D’altronde, il governo Meloni si è opposto al salario minimo, ha riformato il codice degli appalti deregolamentando i subappalti e di fatto restringendo garanzie e tutele per i lavoratori, ha reintrodotto i voucher per il lavoro occasionale e stagionale, ha rifiutato qualsiasi dialogo sul congedo paritario, e naturalmente ha lasciato in vigore la disciplina dei licenziamenti stabilita dal Jobs Act renziano che aveva eliminato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ossia il reintegro obbligatorio dei lavoratori ingiustamente licenziati.
In questo desolante quadro etico-politico rientra perfettamente la concezione della scuola pubblica tipica della destra, vale a dire una sorta di agenzia professionalizzante finalizzata a formare non cittadini critici e responsabili, ma per lo più bravi tecnici, iper-specializzati, inconsapevoli dei propri diritti, in competizione uno con l’altro, disorganizzati sul piano collettivo e sindacale, immaturi sotto il profilo della coscienza politica e civile. La formazione delle classi dirigenti, in questo contesto, spetta senz’altro a poche scuole d’élite, private, rigidamente precluse ai più, e ideologicamente orientate.
Non a caso, il governo Meloni nel 2024 ha introdotto la sperimentazione del modello “4+2” nella filiera tecnico-professionale (4 anni di scuola superiore + 2 anni di specializzazione, durante i quali il 35% del monte ore complessivo viene svolto direttamente in azienda senza retribuzione obbligatoria), auspicando che possa progressivamente estendersi a tutta la scuola secondaria superiore di secondo grado, e ha stanziato abbondanti fondi per l’istruzione privata, in barba all’articolo 33 della Costituzione.
La sortita di Vannacci sui quattordicenni che invece di studiare, crescere e maturare una coscienza civile, dovrebbero lavorare appena finita la terza media, così da introiettare fin da subito il modello di un lavoro presumibilmente povero e sfruttato, si inserisce appieno nella visione di società delle estreme destre mondiali, da Trump a Milei, dal partito spagnolo Vox all’AFD tedesca, fino a Meloni e Salvini. A noi cittadini non rimane che domandarci se questo modello di società sia ciò che vogliamo.

