La guerra bussa a Riyadh
La guerra di aggressione americana contro l’Iran ha riaperto un fronte che Riyadh sperava di avere ormai archiviato, trasformando nuovamente lo Yemen in uno dei punti più pericolosi della crisi mediorientale. Gli attacchi di Ansarallah (“Houthis”) contro gli aeroporti sauditi, le offensive aeree del regno e la minaccia di un intervento diretto degli Stati Uniti indicano che la tregua degli ultimi anni è ormai un ricordo, mentre la battaglia per il controllo delle coste yemenite e delle rotte energetiche regionali rischia di produrre conseguenze ben oltre i confini della penisola arabica. La nuova escalation mette inoltre in luce i limiti della strategia militare saudita e la difficoltà di separare il conflitto yemenita dalla guerra contro Teheran.
Nelle ultime ore, gli attacchi si sono susseguiti da entrambe le parti. L’aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh, già colpito sabato da un attacco che secondo le autorità saudite aveva provocato almeno 13 morti e oltre 300 feriti, è stato nuovamente raggiunto domenica da un proiettile, causando un’altra vittima e undici feriti. Lunedì, mentre lo scalo rimaneva chiuso e numerose compagnie sospendevano i collegamenti, sono arrivate inoltre notizie di un nuovo bombardamento saudita contro l’aeroporto di Sana’a, nella capitale yemenita controllata da Ansarallah. Il movimento ha rivendicato da parte sua attacchi contro l’aeroporto di Dammam e installazioni petrolifere saudite, mentre Riyadh ha continuato a colpire obiettivi in Yemen.
Il bilancio della nuova offensiva saudita è già pesante. Secondo i dati dello Yemen Data Project riportati l’11 ottobre, nel solo mese di settembre i bombardamenti del regno hanno ucciso almeno 66 civili, compresi otto bambini, e ne hanno feriti altri 90. Tra gli episodi più gravi figurano il bombardamento di un carcere nella provincia di al-Jawf, che ha provocato 35 morti, l’attacco a un mercato nella provincia di Taiz e quello contro un’abitazione civile nella città portuale di Mocha. Nel primo caso, gli esperti yemeniti hanno identificato frammenti riconducibili a una bomba statunitense guidata da circa una tonnellata. Washington, del resto, non è estranea alla ripresa delle operazioni: secondo le informazioni disponibili, gli Stati Uniti continuano a fornire assistenza d’intelligence e rifornimento in volo agli aerei sauditi.
Per comprendere la portata degli avvenimenti attuali bisogna tornare alla scorsa estate. A luglio, il bombardamento saudita dell’aeroporto internazionale di Sana’a aveva fatto saltare la tregua che aveva congelato per anni il confronto diretto tra Riyadh e Ansarallah. Dopo una lunga fase relativamente stabile, il regno ha ripreso a intervenire militarmente per contenere l’avanzata degli avversari e sostenere le forze yemenite che combattono contro di loro. Da settembre, tuttavia, Ansarallah ha conquistato nuove posizioni lungo la costa del Mar Rosso, arrivando a controllare aree strategiche per il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb, passaggio fondamentale per il traffico commerciale ed energetico mondiale.
I successi territoriali del movimento hanno messo in evidenza anche le fragilità del fronte avversario. Il governo yemenita riconosciuto internazionalmente dipende dal sostegno saudita, ma il campo anti-Ansarallah è tutt’altro che compatto. Le rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi si sono riflesse nel sostegno a formazioni diverse, comprese quelle separatiste meridionali appoggiate da Abu Dhabi, interessate a un progetto politico distinto da quello del governo-fantoccio sostenuto dai sauditi. Le divisioni interne, insieme alle difficoltà di coordinamento militare e alla debolezza delle forze al soldo di Riyadh, hanno contribuito a rendere meno efficace la controffensiva. La guerra, insomma, non oppone semplicemente due schieramenti nazionali: è anche una lotta per il controllo dello Yemen e delle sue posizioni strategiche, nella quale le potenze del Golfo perseguono interessi non sempre coincidenti.
La ripresa delle ostilità va letta nel quadro della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ma sarebbe riduttivo considerarla soltanto una sua appendice. I due fronti sono collegati dalla geografia, dagli equilibri militari e dalla competizione per il controllo delle rotte marittime; tuttavia, il conflitto yemenita ha una storia e cause proprie, legate all’intervento saudita iniziato nel 2015, alla frammentazione politica del paese e al blocco imposto ai territori controllati da Ansarallah. La pressione esercitata sul regno attraverso aeroporti, installazioni petrolifere e rotte commerciali risponde sempre più a una logica di reciprocità: se Riyadh continua a colpire lo Yemen e a limitarne i collegamenti, non può presumere che il proprio territorio e le proprie infrastrutture rimangano al riparo dalle conseguenze della guerra.
È questa la nuova equazione che Ansarallah cerca di imporre. Al blocco viene contrapposto il blocco; ai bombardamenti contro infrastrutture yemenite, attacchi contro obiettivi strategici sauditi. Gli aeroporti sono diventati un bersaglio particolarmente sensibile, come dimostra la paralisi dello scalo di Riyadh, mentre le rivendicazioni relative agli impianti del colosso petrolifero Aramco indicano la volontà di estendere la pressione al settore energetico. Ciò significa che la superiorità aerea saudita non basta a garantire l’immunità del regno e che l’intensificazione della campagna militare rischia di alimentare una spirale di ritorsioni anziché piegare l’avversario.
L’inasprirsi del conflitto ha come sempre fatto emergere il doppio standard che caratterizza le reazioni della “comunità internazionale”. Gli attacchi contro Riyadh hanno suscitato condanne immediate da parte di governi arabi e occidentali, mentre la minaccia alla sicurezza degli aeroporti sauditi è stata presentata come un’escalation particolarmente grave. Molto meno spazio hanno ricevuto, invece, le vittime dei bombardamenti sauditi in Yemen e le responsabilità accumulate durante oltre un decennio di guerra. La crisi umanitaria yemenita non è nata con l’attuale fase del conflitto. Attacchi contro abitazioni, mercati, strutture sanitarie e infrastrutture civili, insieme agli effetti del blocco su alimenti, medicinali e servizi essenziali, hanno infatti contribuito a una catastrofe che ha provocato decine di migliaia di morti in oltre un decennio.
Il fronte militare ha evidentemente una ricaduta immediata sui mercati energetici. Le minacce contro le infrastrutture petrolifere e i porti sauditi del Mar Rosso, a cominciare dal terminal saudita di Yanbu, assumono un significato particolare mentre la guerra contro l’Iran compromette già i flussi attraverso lo stretto di Hormuz. La possibilità che le esportazioni saudite siano esposte anche sul versante occidentale della penisola aumenta l’incertezza per gli operatori e rende più costoso garantire la continuità delle forniture. Gli attacchi rivendicati contro installazioni di Aramco, se confermati nei dettagli, dimostrerebbero quanto sia vulnerabile un sistema energetico che Riyadh considera essenziale non soltanto per le entrate statali, ma anche per i suoi ambiziosi progetti economici. Non a caso, l’escalation ha investito proprio i giorni in cui la capitale saudita ospita importanti appuntamenti internazionali dedicati all’energia.
In questo quadro, l’offerta iraniana di facilitare un negoziato tra Riyadh e Sanaa rappresenta una possibile via d’uscita, per quanto ancora incerta. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha ribadito nel fine settimana al suo omologo saudita, Faisal bin Farhan, che le crisi regionali non possono essere risolte con le sole operazioni militari e che Teheran è disponibile a contribuire all’avvio di un dialogo. La proposta è stata accompagnata dall’avvertimento che l’escalation nella penisola arabica finisce per avvantaggiare soprattutto Israele. Donald Trump, al contrario, ha lasciato aperta la possibilità di un nuovo intervento militare statunitense a fianco dei sauditi. Una prospettiva che richiama la campagna americana contro Ansarallah del 2025, conclusasi con una tregua umiliante, senza che Washington riuscisse a ottenere una soluzione strategica duratura.
Il rischio è che la guerra diventi così sempre più difficile da circoscrivere. Un’intensificazione degli attacchi sauditi potrebbe provocare nuove ritorsioni contro aeroporti, porti e impianti petroliferi, mentre un intervento diretto degli Stati Uniti allargherebbe ulteriormente il conflitto. La soluzione, se si vuole evitare che lo Yemen diventi un altro detonatore di una guerra regionale incontrollabile, non può consistere nel ripristino militare dello status quo imposto da Riyadh, anche perché virtualmente impossibile da ottenere. Occorre piuttosto un negoziato specifico tra Arabia Saudita e Ansarallah che affronti il blocco, la sovranità yemenita e le condizioni della sicurezza regionale. Senza questo passaggio, ogni bombardamento rischia soltanto di preparare il successivo, con costi umani ed economici destinati a ricadere ben oltre la penisola arabica.

