Se questo è un ministro
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha deciso di sbaragliare la concorrenza di Francesco Lollobrigida e degli altri ministri inadeguati aggiudicandosi il primo premio per distacco. Partito in sordina nel 2022 – arrivando perfino a dare l’impressione quanto meno di un profilo sobrio – il nostro ha imboccato la volata finale nell’ultimo anno di legislatura.
Dagli indimenticati droni nei garage, passando per il laconico “come vanno oggi i bombardamenti?” rivolto all’ambasciatrice italiana in Iran, senza dimenticare il richiamo alla necessità di costruire il ponte di Messina per difenderci dagli attacchi “da sud”, fino alla validità relativa del diritto internazionale, a quanto pare Tajani non era ancora soddisfatto.
Sentiva evidentemente l’esigenza di un colpo di coda che gli assicurasse un indiscusso primato. E da par suo, non si è tirato indietro, ingaggiandosi in una spregiudicata similitudine fra il voto politico e la scelta della moglie da parte di un uomo.
Immaginando di dare consigli al figlio (rigorosamente maschio), in un paio di affermazioni il ministro è riuscito nell’impresa di rendere sé stesso bersaglio della satira più irriverente a mezzo social e non solo, di suscitare in gran parte delle persone che lo hanno ascoltato una certa compassione per suo figlio, e di scatenare una polemica pubblica violentissima a difesa dell’emancipazione femminile, delle conquiste culturali della modernità e della minigonna.
In spregio al senso del ridicolo e in omaggio agli stereotipi più anacronistici e beceri, Tajani ha detto che consiglierebbe al figlio di sposare una donna che il poveretto ritenga poco attraente, purché propensa a indossare outfit morigerati, invece che una donna più vicino alle sue preferenze estetiche, ma adusa a un abbigliamento sconveniente. Le gonne che vanno dal ginocchio alle caviglie – si sa – sono chiaro indice di affidabilità, solidità emotiva e fedeltà, mentre le minigonne indicano senz’altro costumi disinibiti e condotte moralmente disinvolte.
Sarebbe stato difficile per chiunque condensare un tale coacervo di maschilismo, sessismo, ipocrisia, cultura patriarcale e banalità disarmante in così poche frasi, eppure, Tajani ci è riuscito.
Nemmeno fossimo negli anni Cinquanta, il ministro sembra ritenere assodato che sia l’uomo a scegliere la moglie e non che due persone innamorate si scelgano a vicenda – in effetti fra i criteri con i quali scegliere, l’amore non è stato proprio menzionato – e che la decisione debba fondarsi su parametri performativi e utilitaristici.
Come in tutte le transazioni che si rispettino, il beneficio deve essere superiore al costo: ergo, il maschio alfa onora la povera zitella di renderla una donna onesta, a patto di ricevere in cambio sicurezza, affidabilità e – aggiungiamo noi con un po’ di malizia – obbedienza. Altrimenti non vale la pena di firmare.
La passione, l’attrazione, insieme a tutto quel complesso e articolato agglomerato di pulsioni e sentimenti che determinano il coinvolgimento emotivo sembrerebbero essere elementi del tutto secondari, anzi, forse nell’immaginario del ministro vanno repressi in nome di una scelta oculata che massimizzi il profitto e minimizzi il rischio. Peraltro, dopo aver avuto la lungimiranza di sposare una donna con le camicette accollate e le gonne longuette, c’è da supporre che il malcapitato figlio di Tajani possa quanto meno godere di una certa indulgenza da parte del padre nel caso di eventuali scappatelle extraconiugali in nome appunto dell’attrazione amorosa. Ça a va sans dire.
In questo contesto a dir poco sconfortante, non trovano spazio l’autodeterminazione della donna, la sacrosanta libertà conquistata dalle donne dopo tante battaglie femministe di vestirsi in base ai propri gusti senza voler trasmettere a nessuno messaggi relativi alla propria moralità, la complessità della psiche che da tempo immemore sappiamo essere irriducibile a cliché così rozzi e semplificati, e in ultimo la fondata possibilità che una donna alla quale piaccia essere apprezzata sotto il profilo estetico o semplicemente indossare la minigonna sia al contempo una persona tutt’altro che superficiale.
In ogni caso, a pensarci bene, Tajani fa parte di una maggioranza di governo che ha fatto dell’oscurantismo culturale, dell’avversione ai diritti civili e spesso del fanatismo veterocattolico il proprio vessillo identitario. Dalla ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella, palesemente ostile al diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, alla senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni, secondo la quale la massima realizzazione di una donna consiste nella maternità, alla stessa Giorgia Meloni, che ha scelto di farsi chiamare “il” presidente del consiglio perché l’articolo determinativo maschile le sembra più qualificante di quello femminile, alle parole di Tajani, la maggioranza meloniana non ha mai fatto mistero di perseguire modelli valoriali retrogradi, patriarcali e antifemministi.
In effetti, se al governo Meloni si può rimproverare di aver operato doppi salti mortali carpiati su welfare, sicurezza, legalità, antieuropeismo, indirizzo multipolare in politica estera, attenzione alla questione palestinese, etc… bisogna ammettere che invece quanto alla predilezione per un clima culturale regressivo, ha dimostrato un’indiscutibile coerenza.
In effetti, nessun rappresentante della maggioranza ha preso pubblicamente le distanze dalle parole del ministro degli Esteri, anzi, Giorgia Meloni ha perfino stigmatizzato come eccessiva l’indignazione pubblica che ne è conseguita. Tajani ha detto in modo ingenuo e rudimentale ciò che in fondo pensano anche tutti (o quasi tutti) gli esponenti della classe dirigente meloniana.
Siccome poi l’Italia è un paese in cui spesso la situazione è grave, ma non è seria, come diceva Ennio Flaiano, Tajani – che nel frattempo ha tentato maldestramente di scusarsi – è stato immediatamente superato in raffinatezza di pensiero dalla tempestiva intemerata dell’improvvido Vannacci, che non si è lasciato scappare l’imperdibile opportunità di ribadire pubblicamente di che pasta sia fatto. Il virile generale nel commentare l’accaduto ha infatti avuto l’ardire (e la faccia) di affermare – a sua detta scherzosamente – che fra le donne con le gonne lunghe e le donne con le gonne corte, lui preferisce quelle senza gonna. Queste parole, oltre a farci rivalutare la profondità intellettuale di Fred Flintstone, hanno fatto apparire Tajani un nonnino non troppo arzillo e un po’ retrò al quale portare la borsa dell’acqua calda mentre si tenta di spiegargli che per fortuna i tempi sono cambiati. Insomma, una mammoletta.
Corrono tempi bui per la parità di genere e i diritti delle donne, speriamo che se ne rendano conto anche tutte le elettrici di questa destra, che sia la destra ipocrita, retrograda e identitaria di Giorgia Meloni, o quella apertamente fascista di Vannacci. In ogni caso, auguriamo al figlio di Tajani, da poco convolato a nozze, di essersi sposato per amore e non per garantirsi una polizza assicurativa sulla solitudine e il tradimento.

