Russia-UE, la crepa delle sanzioni
L’impianto sanzionatorio contro la Russia dell’Unione Europea ha rischiato di collassare questa settimana a causa di una disputa interna sulla sospensione di misure punitive ai danni di un paio di “oligarchi” russi. Alla fine, non senza scambi di accuse e recriminazioni, i paesi membri hanno trovato un accordo in extremis che lascia comunque invariata la natura arbitraria delle sanzioni stesse. Secondo la versione ufficiale riportata dai media europei, la disputa sarebbe da ricondurre esclusivamente agli interessi di alcuni paesi in circostanze specifiche e limitate. In realtà, il caso ha implicazioni più ampie e ha fatto emergere le divisioni esistenti e potenziali attorno alle politiche suicide implementate da Bruxelles dal febbraio 2022, fino a minacciare la tenuta di quell’unità attorno al fallimentare progetto a sostegno del regime ucraino che solo pochi giorni fa Ursula von der Leyen aveva celebrato pubblicamente.
Solo l’intervento del governo irlandese, che detiene la presidenza temporanea dell’UE, ha permesso di arrivare a un compromesso nella serata di martedì. La soluzione prevede il depennamento dei miliardari russi Alisher Usmanov e Mikhail Fridman dalla lista di individui ed enti sanzionati in cambio del prolungamento per altri 36 mesi del regime sanzionatorio contro circa tremila soggetti. In precedenza, il periodo dopo il quale era richiesta una revisione dei provvedimenti punitivi era invece di sei mesi.
La ragione dello stallo riguardava in particolare la posizione di Usmanov, imprenditore russo-uzbeko arricchitosi durante la svendita delle proprietà statali dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Lo scorso marzo, la Slovacchia aveva avvertito che vi erano solide basi legali per cancellare le sanzioni contro quest’ultimo. La presa di posizione di Bratislava si basava su non meglio chiarite ragioni di “sicurezza nazionale”, mentre, secondo alcuni, era dovuta più che altro alle pressioni esercitate da alcuni paesi turchi, tra cui Uzbekistan e Turchia.
La Slovacchia, in ogni caso, aveva trovato una sponda nella Francia che, a sua volta, avrebbe negoziato dietro le quinte con l’Azerbaigian – altro paese di lingua turca – per concordare la liberazione di due cittadini francesi in carcere per spionaggio in cambio appunto della revoca delle sanzioni imposte dall’Europa a Usmanov. Viste le manovre in atto, anche il governo del Lussemburgo ha deciso di mobilitarsi per risolvere una questione spinosa interna. Aggiungendosi alla richiesta francese, il granducato ha spinto per l’esclusione dalla lista nera Mikhail Fridman, il quale ha in corso una causa da 16 miliardi di dollari con questo stesso paese per il congelamento dei suoi beni ordinato nel 2022. Se il solo Usmanov fosse stato “de-sanzionato”, ha sostenuto il Lussemburgo, l’istanza legale di Fridman avrebbe avuto motivazioni più solide.
Le sanzioni anti-russe erano a rischio di saltare completamente senza un accordo entro la mezzanotte di martedì e a molti era sembrato questo il caso, visto che alcuni paesi e lo stesso Zelensky si erano mobilitati per impedire che fossero introdotte eccezioni. Il governo della Lettonia, notoriamente tra quelli più ferocemente russofobi, aveva ad esempio bloccato la soluzione voluta da Francia e Lussemburgo, con la ministra degli Esteri, Baibe Braze, apparentemente ben decisa a non indebolire l’impianto sanzionatorio anti-russo.
Il via libera lettone è stato tuttavia comprato in maniera relativamente agevole da Parigi. I due paesi avrebbero cioè concordato un’intensificazione della partnership nell’ambito “della sicurezza e della difesa”, mentre in parallelo sono state avviate trattative per includere la Lettonia nell’iniziativa di “deterrenza nucleare” francese. Macron in persona ha infine garantito l’impegno per rafforzare la presenza militare francese nel paese baltico, soprattutto nell’ambito della “difesa aerea”. La delegazione lettone presso l’UE ha così deciso di astenersi nel voto decisivo per il rinnovo delle sanzioni, che è dunque passato con le variazioni relative ai due “oligarchi” russi.
Ci sono svariati elementi per ritenere che le iniziative di Francia e, soprattutto, Lussemburgo nascondano almeno in parte ragioni da ricondurre a un contesto più ampio, tanto da mettere in discussione le politiche europee a partire dall’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. Questa ipotesi è rafforzata dalle vicende legali di Alisher Usmanov in questi anni. Le prime sanzioni ai suoi danni erano arrivate pochi giorni dopo lo scoppio della guerra, perché Usmanov era considerato dall’UE particolarmente legato al presidente Putin e all’ex presidente, Dmitry Medvedev. Per l’Europa, Usmanov aveva “agito per conto del Cremlino nel concludere numerosi affari”. Inoltre, la testata Kommersant, di proprietà dello stesso “oligarca” russo, era responsabile della pubblicazione di articoli di “propaganda anti-ucraina” a firma del già citato Medvedev. Per tutte queste ragioni, recitavano i documenti ufficiali, Usmanov era colpevole di avere “supportato attivamente le politiche di destabilizzazione dell’Ucraina del governo russo”.
Le accuse mosse nei suoi confronti erano però basate interamente su notizie diffuse da giornali e televisioni e non su prove concrete. L’Europa non aveva in altre parole perso tempo a dimostrare le accuse che avevano giustificato le sanzioni, prendendo invece per verità assoluta quanto pubblicato dai media ufficiali. Su questa strategia si era basata la difesa di Usmanov in una valanga di cause legali che i suoi avvocati avevano intentato praticamente in tutti i paesi UE a partire dal 2022. E, in moltissimi casi, i tribunali hanno accolto questa tesi, tanto che Usmanov ha ottenuto verdetti favorevoli contro, tra gli altri, le testate tedesche Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) e Der Tagesspiegel, nonché la rete TV ARD, ma anche contro Forbes, il gruppo lussemburghese Mediahuis, il quotidiano austriaco Kurier e quello svizzero Blick.
I difensori di Usmanov hanno sostenuto che, a partire dal 2022, più di 3.200 articoli sul loro assistito sono stati oggetto di rettifiche e 1.300 rimossi completamente. Queste iniziative hanno interessato i media di ben 60 paesi. In parallelo, sostengono gli stessi avvocati della difesa, il Consiglio d’Europa ha a sua volta rimosso “silenziosamente” almeno 18 documenti dal “fascicolo delle prove”. Anche Fridman e le sue società hanno dei contenziosi legali aperti in Europa, oltre a quello in Lussemburgo che ha spinto il governo del granducato a chiedere la cancellazione delle sanzioni europee. Nel 2024, la Corte di Giustizia UE aveva riconosciuto ad esempio l’illegittimità delle sanzioni applicate tra febbraio 2022 e marzo 2023 nei suoi confronti e del suo socio in affari, Petr Aven.
In definitiva, appare abbastanza evidente che tutte queste cause e le sentenze già emesse a favore di Usmanov e Fridman avevano di fatto smontato i casi che li riguardavano e che giustificavano la loro permanenza sulla lista nera UE. Se i procedimenti in corso fossero proseguiti, l’inconsistenza delle “prove” addotte dall’Europa per l’imposizione di sanzioni di vasta portata sarebbe stata smascherata ulteriormente, con il rischio di far saltare tutto il sistema delle misure punitive applicate alla Russia e ai suoi cittadini.
Il proscioglimento dei due “oligarchi” è stato così un sacrificio necessario per salvare l’impianto generale e assicurare l’opinione pubblica della determinazione europea a penalizzare Mosca per la guerra in Ucraina. Il compromesso favorito dalla mediazione irlandese ha provocato tuttavia non pochi malumori. Quello lettone è apparentemente rientrato, ma non è da escludere che altri paesi membri coinvolti in cause legali simili possano in futuro appellarsi al precedente di questa settimana. Anche per evitare eventualità di questo genere, l’accordo ha prolungato il periodo di validità delle sanzioni da sei mesi a tre anni, ma nuove sentenze a favore dei sanzionati potrebbero minarne l’efficacia e assottigliare il numero di individui o entità sulla lista nera.
D’altra parte, più di una decina di imprenditori russi presi di mira dall’UE si sono visti cancellare le sanzioni che gravavano su di loro negli ultimi tre anni. Al 2023 risale ad esempio il caso di Grigory Berezkin che ricorda molto da vicino quello di Usmanov. Altri ancora sono quelli di Pavel Ezubov, cugino del magnate dell’alluminio e dei metalli Oleg Deripaska, e di Aleksandr Shulgin, ex CEO del colosso dell’e-commerce Ozon.
L’intera vicenda evidenza, oltre al fatto che la gran parte dei media “mainstream” occidentali sono poco più che organi di propaganda, il pericolo crescente di spaccature tra i paesi UE sulla questione delle sanzioni. Ovvero se abbia senso continuare a tenere alta la pressione sulla Russia quando le conseguenze negative delle misure punitive – spesso ingiustificate dal punto di vista legale – vengono subite più dall’Europa e, soprattutto, dai cittadini europei che non dalla Russia. Il caso di Francia e Lussemburgo illustra come uno o più paesi possano ottenere concessioni facendo riferimento ai rispettivi “interessi nazionali”. Si rischia insomma per l’Europa di innescare una reazione a catena che potrebbe essere alimentata dalle sofferenze ormai quasi insostenibili per utenti e imprese derivanti dai prezzi dell’energia alle stelle.
Sarà da verificare di conseguenza se ci saranno riflessi in particolare sul fronte del gas e del petrolio, cioè se qualche paese, a parte quelli che già si sono mossi in questo senso, inizieranno a chiedere un’inversione di rotta dall’assurdo auto-sabotaggio delle forniture russe a basso costo. Al momento questa ipotesi sembra essere ancora lontana, ma l’aggravarsi della crisi già in atto potrebbe accrescere le preoccupazioni e determinare una rottura a livello UE.
D’altra parte, lo stesso commissario europeo per l’Economia, il russofobo Valdis Dombrovskis, ha ammesso in una recente intervista come circoli ormai una crescente “stanchezza” tra i paesi membri per le misure restrittive imposte alla Russia. La soluzione, per l’ex primo ministro lettone, non è però il ritorno a politiche razionali e pragmatiche, bensì una stretta anti-democratica, con la liquidazione del principio dell’unanimità per l’approvazione delle sanzioni, in modo da escludere dal processo decisionale i “dissidenti” che intendono finalmente discostarsi dal progetto di suicidio collettivo fondato sulle sanzioni anti-russe e sull’appoggio a oltranza al regime ucraino.

