La tregua impossibile tra Washington e Pechino
L’accoglienza riservata da Trump al presidente cinese Xi Jinping e il clima del faccia a faccia di giovedì potrebbero far pensare a una tregua dalle basi sempre più solide tra le prime due potenze del pianeta, nonostante i numerosi elementi di scontro ancora irrisolti. Nella realtà, restano invece tensioni e contrasti difficilmente sanabili, in primo luogo per l’incapacità organica da parte degli Stati Uniti di accettare la competizione con la Cina e tantomeno il sorpasso già avvenuto in svariati settori economici e della tecnologia d’avanguardia. Al di là dei toni cordiali e del teatro, quindi, qualsiasi accordo venga stipulato o prolungato a Washington, si tratterà di una pausa temporanea dettata dalle esigenze tattiche immediate di entrambi i governi.
In maniera molto insolita, il presidente americano ha accolto di persona Xi all’atterraggio del suo volo in una base militare nel Maryland nella giornata di mercoledì. Una cerimonia elaborata ha accompagnato l’arrivo del leader cinese che resterà negli USA per tre giorni in concomitanza con l’annuale Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Giovedì, poi, il presidente cinese è arrivato alla Casa Bianca, dove i due leader hanno avuto un lungo faccia a faccia seguito da una riunione allargata delle rispettive delegazioni. Al termine dell’incontro hanno confermato la volontà di proseguire il dialogo, senza però annunciare svolte sostanziali sulle principali questioni di attrito.
L’apparenza di una distensione in atto era circolata anche nell’immediata vigilia dello sbarco di Xi, con il rinvio della scadenza della “tregua commerciale” attualmente in vigore dal prossimo 10 novembre al 10 gennaio. In base a essa, Washington e Pechino si impegnano ad astenersi dall’implementare dazi, così da evitare l’escalation dello scontro in questo ambito. L’intesa che consente di allungare i tempi dei negoziati per trovare una soluzione definitiva è stata raggiunta in seguito a un vertice tra il vice-premier cinese, He Lifeng, e il segretario al Tesoro USA, Scott Bessent. Quest’ultimo, in un’intervista a Fox News, ha auspicato un accordo di ampia portata in materia di scambi commerciali tra i due paesi.
Sull’altro fronte, Xi Jinping ha emesso una dichiarazione ufficiale prima di imbarcarsi per gli Stati Uniti in cui ha collegato le fortune della Cina a quelle americane, facendo esplicito riferimento ai progetti di rilancio dell’economia su basi ultra-nazionaliste di Trump. “USA e Cina”, ha spiegato Xi, “sono complementari” e la loro collaborazione può generare benefici per l’intero pianeta. La visione fatta di rapporti bilaterali stabili, pragmatici e senza scosse è perfettamente in linea con le preferenze cinesi. Pechino ha tratto e trae vantaggio in termini di crescita e sviluppo da una situazione simile, ma gli Stati Uniti non intendono avere a che fare con la Cina da pari a pari ed è altamente improbabile che l’appello di Xi Jinping venga raccolto a Washington, per lo meno nella sostanza.
Ciò che pervade la classe dirigente americana è un senso di panico all’idea di non potere controllare i termini della rivalità con la Cina e, ancora peggio, di cedere il primato economico, tecnologico e militare a quella che considerano la minaccia numero uno al primato internazionale degli Stati Uniti. Questi malumori e le inquietudini crescenti per lo stato delle cose traspaiono dalle analisi e dai commenti di buona parte dei media ufficiali americani in questi giorni. Ne è un esempio l’articolo pubblicato dal sito della CNN in contemporanea con l’arrivo di Xi Jinping in America.
Già dal titolo risultano evidenti le recriminazioni per una situazione che vede la Cina in posizione di vantaggio in svariati ambiti, oltretutto grazie non di rado a progressi registrati nell’ultimo decennio in risposta alle pressioni americane e, in particolare, proprio delle due amministrazioni Trump. La ragione chiave della fiducia cinese, ricorda la CNN, è precisamente la capacità di avere diversificato i traffici commerciali, rispetto alla prevalenza del mercato americano, e di avere conquistato l’autosufficienza tecnologica.
L’evoluzione di questi ultimi anni ha messo quindi la Cina in posizione di favore nelle trattative con Washington, ovvero Pechino dispone ormai di una serie di “leve” sia per impedire alla Casa Bianca di dettare le proprie condizioni sia per attenuare le conseguenze di un eventuale ritorno a politiche aggressive e (teoricamente) punitive. Gli esempi della forza cinese sono molteplici, dai modelli AI meno costosi di quelli americani e focalizzati sulla risoluzione di problemi concreti o applicati efficacemente all’industria fino alla chiusura praticamente completata del gap generazionale nella produzione di microchip. Per non parlare del surplus della bilancia commerciale a livelli stratosferici, sospinto soprattutto dall’export di veicoli elettrici e pannelli solari.
Un altro fattore cruciale è il monopolio virtuale della catena di approvvigionamenti delle terre rare, da cui sono dipendenti gli stessi Stati Uniti e che, perciò, è stata usata deliberatamente da Pechino per far desistere Trump dall’imposizione di tariffe doganali altissime nel momento più caldo della guerra commerciale. Le stanze del potere in Cina sono così pervase dalla consapevolezza che “sono finiti i tempi in cui gli USA potevano dettare condizioni in modo unilaterale”.
La CNN cita a questo proposito un commento dai toni particolarmente ottimistici pubblicato mercoledì dal Quotidiano del Popolo, firmato dall’ambasciatore cinese in America. In esso vengono fissate quattro “linee rosse” che per Pechino non possono essere superate: Taiwan, democrazia e diritti umani, il sistema politico cinese, il suo modello di sviluppo e il diritto a perseguirlo liberamente. In particolare, ciò che emerge è la consapevolezza che gli Stati Uniti non hanno più gli strumenti per imporre condizioni alla Cina o per influenzarne le decisioni. In altri termini, l’ascesa cinese non dipende più da Washington.
Nonostante questa realtà sia in linea generale inaccettabile per le élites americane, l’imperativo principale nell’attuale momento storico è per la Casa Bianca di evitare di aggiungere altri fattori di crisi a un quadro internazionale già esplosivo. Trump ha trascinato il suo paese in una guerra criminale contro l’Iran da cui fatica a districarsi, mentre il conflitto in Ucraina continua a sfuggire a qualsiasi soluzione diplomatica. Un’escalation dello scontro con Pechino aprirebbe quindi un altro pericoloso fronte, con conseguenze soprattutto economiche molto pesanti che andrebbero ad aggiungersi a quelle provocate dall’aggressione contro la Repubblica Islamica.
Un’altra ragione della prudenza americana nei confronti della Cina è la necessità di tenere aperti i canali di fornitura delle già ricordate terre rare. Questi elementi sono fondamentali per l’industria bellica e il Pentagono ha urgente necessità di rimpiazzare armi ed equipaggiamenti utilizzati o distrutti nella guerra contro l’Iran. La Casa Bianca si muove in ogni caso lungo un sentiero molto stretto e accidentato. Nel tentativo di costringere Mosca a tenere un atteggiamento più malleabile nei negoziati per mettere fine alla guerra in Ucraina, Trump ha firmato una legge appena approvata dal Congresso che dà facoltà al presidente di imporre dazi fino al 100% a quei paesi che importano prodotti energetici dalla Russia. In cima alla lista vi è evidentemente la Cina e, secondo i media americani, Trump potrebbe utilizzare la minaccia di applicare la nuova legge per ottenere concessioni da Pechino.
La stessa dinamica vale per un pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari destinate a Taiwan, che Trump ha per il momento sospeso. In entrambi i casi, però, la leadership cinese non intende cedere alle pressioni, anche se resta la determinazione da parte di quest’ultima a lavorare per una stabilizzazione delle relazioni con gli USA. Le “linee rosse” citate in precedenza restano inviolabili, ma per il resto vi è ampia disponibilità a negoziare da parte cinese. L’obiettivo è appunto l’individuazione di un modus vivendi con Washington che contribuisca a mitigare le problematiche economiche e sociali che la Cina sta affrontando, come una crescita economica in rallentamento e difforme, i crescenti livelli di debito delle amministrazioni locali e una crisi immobiliare pronta a esplodere.
La Repubblica Popolare teme inoltre un ulteriore aggravamento del caos energetico innescato dalla guerra in Medio Oriente. Per il momento il governo ha gestito in maniera relativamente indolore l’impennata dei prezzi e il rischio del crollo dell’offerta, ma un peggioramento del quadro generale potrebbe avere contraccolpi anche sull’economia cinese. C’è infine da considerare che l’amministrazione Trump sta conducendo un’offensiva globale, anche se incentrata soprattutto sull’America Latina, contro gli interessi cinesi, volta ad allentare i legami economici ed energetici che paesi sovrani intrattengono con Pechino. Il governo cinese è chiaramente contrariato da questa offensiva, ma cerca come suo solito di contenerla o limitarla attraverso il dialogo e l’abbassamento delle tensioni.
Ragioni contingenti e di opportunità spingono insomma entrambe le potenze a consolidare la “tregua” in vigore, ma nessuno scambio di cortesie o dichiarazioni accomodanti potrà modificare la parabola della rivalità sino-americana, né tantomeno convincere la classe dirigente americana a rassegnarsi al primato cinese. Quando anche l’ultima leva economica, diplomatica e commerciale avrà esaurito la propria efficacia, a Washington potrebbe imporsi definitivamente una conclusione già affiorata in ampi settori dell’establishment americano: se l’ascesa della Cina non può più essere arrestata con la pressione o il ricatto, resterà soltanto la forza. Ed è precisamente questa prospettiva a rendere la rivalità sino-americana il principale fattore di instabilità del 21esimo secolo.

