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Mer
4 Marzo 2015
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Esteri

Hillary, filantropia in vendita

Hillary, filantropia in vendita

di Michele Paris

Almeno un paio di inconvenienti stanno preoccupando in questi giorni l’ex segretario di Stato americano, Hillary Clinton, in una fase che dovrebbe precedere l’annuncio ufficiale del lancio della sua seconda campagna per l’elezione alla Casa Bianca. Il primo fastidio è stato causato dalla pubblicazione della lista di donatori della “Fondazione Clinton” che la ex first lady dirige assieme al marito, Bill, e alla figlia, Chelsea. Questa organizzazione ha scopi ufficialmente benefici e, a partire dalla sua creazione nel 2001, ha distribuito in vari paesi quasi 2 miliardi di dollari.

Scorrendo l’elenco dei benefattori si incontrano però molti governi autoritari, grandi corporations e società appaltatrici del Pentagono che, con ogni probabilità, hanno a cuore non tanto la filantropia quanto il desiderio di ottenere favori ai vertici della politica USA.

Già ai tempi della sua nomina a segretario di Stato nel 2009 era emerso il chiaro conflitto d’interessi per via della Fondazione e delle strategie di raccolta fondi di quest’ultima. Con la Casa Bianca, però, era stato raggiunto un accordo secondo il quale la Fondazione non avrebbe accettato denaro dall’estero proveniente da nuovi donatori. Un’importante eccezione era stata invece stabilita per i donatori “abituali”, i quali avevano facoltà di continuare a finanziare i progetti della Fondazione Clinton.

Dopo le dimissioni di Hillary dal Dipartimento di Stato a inizio 2013, le donazioni sono riprese a tutti gli effetti, superando in quello stesso anno i 260 milioni di dollari. Sul sito web della Fondazione i donatori sono raggruppati in scaglioni, in base alla quantità di denaro sborsato. I più generosi hanno donato “oltre 25 milioni di dollari” e tra questi spiccano la Fondazione Bill e Melinda Gates, un paio di imprenditori multimiliardari impegnati in cause “progressiste” e la Lotteria Nazionale olandese.

Passando agli scaglioni successivi, la lista si fa più interessante. Tra coloro che hanno donato tra 10 e 25 milioni di dollari figura ad esempio il Regno dell’Arabia Saudita, mentre a staccare assegni con cifre comprese tra i 5 e i 10 milioni sono stati, oltre a Michael Schumacher, il governo del Kuwait e Coca-Cola Company.

Le tre rimanenti monarchie assolute del Golfo Persico sono ugualmente presenti nella lista, con donazioni tra 1 e 5 milioni di dollari (Emirati Arabi, Oman, Qatar), così come facoltosi individui che risiedono in questi stessi paesi. Ugualmente, molto nutrita è la rappresentanza delle principali corporations e dei grandi istituti finanziari, tra cui Barclays Capital, Cisco, ExxonMobil, Microsoft, Pfizer, Procter & Gamble, Dow Chemical, Goldman Sachs, Toyota, Walmart, Boeing, Google, Chevron e molti altri.

Il caso di Boeing aiuta a comprendere la natura dei rapporti tra i donatori - o almeno parte di essi - e la Fondazione Clinton. In qualità di segretario di Stato, nel 2009 Hillary si era adoperata con il governo russo per vendere a Mosca 50 velivoli 737 della compagnia americana. Qualche mese più tardi, quest’ultima avrebbe staccato il suo primo assegno da 900 mila dollari a favore della Fondazione, destinati a finanziare il sistema scolastico di Haiti.

La stessa dinamica è riscontrabile in relazione alla compagnia General Electric (GE). Secondo il Wall Street Journal, nell’ottobre del 2012 Hillary fece pressioni sul governo dell’Algeria per appaltare a GE la costruzione di centrali elettriche nel paese nordafricano. Il mese successivo, la Fondazione Clinton chiese alla stessa compagnia una donazione per espandere un’iniziativa sanitaria. Prevedibilmente, GE staccò un assegno per un importo compreso tra i 500 mila e il milione di dollari e nel settembre del 2013 ottenne il contratto per le centrali elettriche in Algeria.

Non sempre la vera e propria attività di “lobbying” di Hillary Clinton ha dato i suoi frutti, come nel caso dei tentativi falliti di convincere alcuni paesi dell’Europa orientale a concedere i diritti di sfruttamento dei propri giacimenti di gas a ExxonMobil e Chevron.

Sempre nel 2012, poi, il gigante della distribuzione Walmart aveva promesso 12 milioni di dollari per finanziare numerose cause legate ai diritti delle donne in America Latina, compresi 1,5 milioni destinati alla Fondazione Clinton. Un mese dopo, l’allora segretario di Stato era al lavoro in India per spingere il governo a cancellare il divieto sull’apertura di mega-negozi di proprietà di compagnie straniere, a cui proprio Walmart puntava da tempo per penetrare un mercato sterminato. Gli sforzi di Hillary, tuttavia, non ebbero successo.

Un altro caso ampiamente riportato dalla stampa americana è infine quello del governo algerino, protagonista di una donazione da 500 mila dollari che, a differenza di quelle formalmente legittime di altri soggetti, avrebbe violato l’accordo sottoscritto nel 2009 tra la Fondazione Clinton e la Casa Bianca.

Il denaro arrivato da Algeri si inseriva in una campagna di “lobbying” messa in atto negli Stati Uniti per contrastare gli effetti di un rapporto del Dipartimento di Stato sui diritti umani nel mondo che puntava il dito, tra gli altri, proprio contro il governo di questo paese del Maghreb. L’elargizione assicurata alla Fondazione Clinton era superiore al resto del budget stanziato complessivamente dall’Algeria in un anno intero per questo genere di iniziative negli Stati Uniti.

Nei commenti apparsi su quasi tutti i giornali americani, i rapporti della Fondazione Clinton con potenti donatori, soprattutto stranieri, sono stati condannati o messi in discussione principalmente a causa di possibili indebiti scambi di favori, con il coinvolgimento appunto del Dipartimento di Stato e, viste le ambizioni di Hillary, potenzialmente la stessa Casa Bianca.

Da tenere in considerazione è però anche un altro aspetto che si incrocia con la tradizionale strategia del governo USA di utilizzare le questioni dei diritti umani o le apparenti battaglie per cause umanitarie al fine di promuovere gli interessi della propria classe dirigente.

In questo senso, la Fondazione Clinton sembra essere un altro strumento per raggiungere gli obiettivi della politica estera americana, come nel caso di Haiti, dove dopo il terremoto del 2010 l’ente benefico che fa capo all’ex presidente democratico ha svolto un ruolo di primo piano nella “ricostruzione”. Un processo, quest’ultimo, pilotato verso una soluzione favorevole al governo e alle corporations americane, perseguita anche attraverso la controversa elezione alla presidenza nel 2011 del duvalierista molto gradito a Washington, Michel Martelly.

Più di recente, gli intrecci della Fondazione Clinton con la politica estera USA sono riemersi in occasione del voto in Sri Lanka. Qui, gli Stati Uniti hanno manovrato dietro le quinte per giungere alla rimozione del presidente, Mahinda Rajapaksa, colpevole di avere orientato strategicamente il proprio paese verso la Cina.

A tessere la trama per Washington che ha alla fine portato alla presidenza l’ex ministro di Rajapaksa, Maithripala Sirisena, è stata l’ex presidente dello Sri Lanka, Chandrika Kumaratunga, membro della Fondazione Clinton fin dal 2005.

L’altro grattacapo per la probabile candidata democratica alla Casa Bianca nel 2016 è scaturito infine dalla pubblicazione martedì della notizia che, durante i quattro anni trascorsi al Dipartimento di Stato, Hillary ha utilizzato esclusivamente il proprio account privato di posta elettronica per la corrispondenza legata al suo incarico.

Da alcuni anni, una legge negli Stati Uniti impone a coloro che occupano cariche federali di utilizzare account governativi, sia per motivi di sicurezza che di trasparenza, in modo da consentire la conservazione della corrispondenza che può essere messa a disposizione di storici, giornalisti o membri di commissioni del Congresso.

La scelta di Hillary di usare il proprio account privato per le comunicazioni ufficiali sembra essere senza precedenti a partire dall’approvazione della legge che regola tale questione. Inoltre, le e-mail inviate e ricevute dall’ex segretario di Stato tra il 2009 e il 2013 sono state consegnate al Dipartimento di Stato solo un paio di mesi fa e dopo una richiesta esplicita del governo.

La vicenda, perciò, minaccia di alimentare ulteriormente le polemiche mai sopite nei confronti di Hillary, ma anche del marito Bill, per una più che evidente inclinazione alla segretezza e alla mancanza di trasparenza.

 

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