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29 Maggio 2016
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Esteri

Hillary arranca verso la nomination

Hillary arranca verso la nomination

di Michele Paris

Sempre più vicina alla conquista ufficiale della nomination per il Partito Democratico, Hillary Clinton si ritrova in una posizione imbarazzante e decisamente poco comune per un candidato alla Casa Bianca a questo punto della corsa. Il suo sfidante nelle primarie, il senatore del Vermont Bernie Sanders, continua a essere una presenza ingombrante sulla strada della convention Democratica di luglio e il seguito popolare che ha suscitato negli Stati Uniti sta facendo emergere tutte le debolezze della prima donna candidata alla presidenza per uno dei due principali partiti americani.

L’ammissione indiretta dei timori che circolano nel clan Clinton per una possibile ulteriore perdita di consensi e di gradimento all’interno del suo stesso partito è apparsa chiara questa settimana quando Hillary ha respinto una proposta del network FoxNews di partecipare a un ultimo dibattito pubblico con Sanders.

L’evento, per il quale Sanders aveva dato la propria disponibilità, avrebbe dovuto svolgersi alla vigilia del penultimo appuntamento delle primarie in calendario, previsto per il 7 giugno prossimo. In quella data voteranno sei stati, di cui quattro con un numero trascurabile di delegati in palio (Montana, New Mexico, North Dakota e South Dakota) e due con un bottino molto più ricco, il New Jersey con 126 e soprattutto la California con 475.

Sanders ha detto di non essere sorpreso dall’atteggiamento di Hillary, ma comunque deluso, poiché i due candidati Democratici si erano impegnati a confrontarsi almeno ancora una volta prima della fine della stagione delle primarie. La spiegazione data dalla Clinton ha lasciato intendere che un dibattito a questo punto sarebbe una perdita di tempo e una distrazione dai preparativi appena iniziati per la campagna presidenziale vera e propria contro il candidato Repubblicano, Donald Trump.

Apparentemente, la marcia indietro di Hillary sul dibattito lascia perplessi. Anche se vicinissima alla nomination, teoricamente Sanders avrebbe la possibilità di sopravanzarla. Soprattutto, il senatore del Vermont ha finora vinto un numero consistente di stati e generato un entusiasmo con pochi precedenti nella storia recente degli Stati Uniti. Considerarlo una semplice distrazione sembra avere quindi poco senso.

La vera ragione del rifiuto è da ricercare piuttosto nella debolezza stessa della candidata Clinton, la quale evidentemente ritiene che un’apparizione televisiva con Sanders non potrebbe che costarle dei voti e far aumentare il discredito nei suoi confronti tra gli elettori. In altre parole, Hillary è giunta alla conclusione che una sua maggiore esposizione mediatica con un vero contraddittorio la renderebbe ancora più impopolare.

Queste conclusioni e le ansie che devono attraversare lo staff di Hillary Clinton sono d’altronde supportate dai risultati dei sondaggi di opinione diffusi negli Stati Uniti in queste settimane. Hillary e Trump continuano a competere innanzitutto nel grado di ostilità che suscitano tra i potenziali elettori. Entrambi sono ben oltre il 50% per quanto riguarda il livello di impopolarità e una vasta maggioranza degli intervistati considera la ex first lady “disonesta”.

A pesare è una carriera spesa al servizio di multinazionali e grandi banche, grazie alle quali la famiglia Clinton ha potuto mettere assieme un’autentica fortuna. Moltissimi americani vedono poi con disprezzo e preoccupazione i precedenti di Hillary sul versante della politica estera, fatti di sostegno convinto e promozione in prima persona di numerose aggressioni militari.

I più recenti sondaggi stanno registrando inoltre su base nazionale un netto recupero di Donald Trump, dopo che fino a poche settimane fa indicavano un vantaggio più che consistente per Hillary. Se è vero che la campagna elettorale in vista di novembre è ancora tutta da fare, è altrettanto evidente che la candidata Democratica rischia di ritrovarsi a breve con altre grane che potrebbero costarle molti consensi.

Non solo eventuali sconfitte nelle ultime primarie la manderebbero alla convention di Philadelphia sull’onda di un umiliante trend negativo, ma le vicende giudiziarie e politiche che la vedono coinvolta potrebbero esploderle tra le mani da un momento all’altro, garantendo ai Repubblicani nuove linee d’attacco.

La questione delle e-mail gestite da un server privato quando era al dipartimento Stato ha dato vita a vari procedimenti di indagine. Un rapporto interno dell’Ispettore Generale è stato consegnato al Congresso proprio mercoledì e ha concluso che Hillary ha violato le norme federali sull’utilizzo della corrispondenza quando era segretario di Stato. Inoltre, l’indagine ha evidenziato come Hillary e gli ex membri del suo staff al dipartimento di Stato si fossero rifiutati di collaborare con l’ufficio dell’Ispettore Generale.

Sul caso continua a indagare anche l’FBI e, a breve, almeno un paio di collaboratori di Hillary saranno chiamati a testimoniare in un’aula di tribunale nell’ambito di una causa sullo stesso argomento intentata dall’organizzazione conservatrice Judicial Watch.

I Repubblicani al Congresso stanno inoltre continuando a tenere alta la pressione su Hillary per fare luce sulle sue possibili responsabilità nella carenza di misure di sicurezza alla rappresentanza diplomatica americana di Bengasi, in Libia, attaccata da fondamentalisti islamici nel settembre del 2012. L’assalto si concluse con la morte dell’ambasciatore USA, Christopher Stevens, e di altri tre cittadini americani. Su questi fatti si attende un rapporto della Camera dei Rappresentanti che, quasi certamente, punterà il dito contro l’ex segretario di Stato.

Come se non bastasse, Hillary Clinton deve gestire con estrema prudenza le relazioni con il team di Bernie Sanders e soprattutto con i suoi sostenitori. Senza dubbio, Hillary e l’apparato di potere Democratico che ha favorito in tutti i modi la sua candidatura vedono con ostilità, se non disprezzo, la spinta in senso progressista emersa attorno alla candidatura del suo rivale.

Non solo ciò è profondamente contrario alle inclinazioni di Hillary, ma le impedisce anche di operare lo spostamento a destra che ritiene necessario per sottrarre voti a Donald Trump tra l’elettorato Repubblicano e per accreditarsi come la candidata più affidabile agli occhi di Wall Street e dell’apparato militare e dell’intelligence.

La questione Sanders promette comunque di rimanere all’ordine del giorno del Partito Democratico ancora per qualche tempo. Dopo la campagna di discredito condotta nei confronti del veterano senatore nelle ultime settimane, la tendenza dei vertici del partito sembra essere parzialmente cambiata, dal momento che rischiava di alienare ancor più i suoi elettori.

Questa settimana, così, il Comitato Nazionale Democratico ha concesso a Sanders la facoltà di nominare cinque membri della commissione che dovrà redigere la “piattaforma” politica del partito da presentare alla convention di luglio. Hillary Clinton potrà scegliere invece sei membri e i rimanenti quattro li nominerà la presidente del Comitato, la deputata clintoniana della Florida, Debbie Wasserman Schultz.

La mossa è stata studiata appositamente per cercare di pacificare i rapporti tra il partito e un Sanders che aveva denunciato in maniera molto dura le manovre messe in atto fin dall’inizio delle primarie per favorire la candidatura della Clinton. Se Sanders appare ancora incerto sull’atteggiamento che intende tenere una volta che Hillary si sarà assicurata ufficialmente la nomination, la presenza di suoi rappresentanti nella commissione che stilerà il programma elettorale del partito potrebbe fornirgli l’occasione per un’uscita di scena indolore, anche se non esattamente coraggiosa.

In questo modo, cioè, Sanders avrebbe la possibilità di fare includere una serie di proposte progressiste, che un eventuale presidente Clinton dovrebbe impegnarsi ad attuare, consentendogli di affermare che Hillary si è conquistata il suo appoggio e che la sua campagna ha dato qualche frutto nonostante la sconfitta.

Com’è noto a chiunque mastichi di politica negli Stati Uniti, però, le “piattaforme” programmatiche presentate dai principali partiti alle convention sono, nelle parole del Washington Post, sostanzialmente “documenti simbolici” a cui, in pratica, “nessuno sembra interessarsi”.

 

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