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Gio
27 Novembre 2014
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Esteri

Ferguson, rabbia e repressione

Ferguson, rabbia e repressione

 

di Mario Lombardo

Mentre sono entrate nella terza notte consecutiva le proteste contro il verdetto che ha scagionato un ufficiale di polizia di Ferguson, nel Missouri, per l’uccisione di un 18enne di colore disarmato lo scorso agosto, le notizie emerse sulla decisione dell’apposito “grand jury” hanno confermato come l’intero procedimento giudiziario sia stato nient’altro che una farsa orchestrata dalle autorità locali con l’appoggio del governo di Washington.

Il procuratore della contea di St. Louis incaricato del caso, Robert McCulloch, aveva annunciato già nella serata di lunedì la pubblicazione dei documenti relativi alle udienze dello stesso grand jury per dimostrare, a suo dire, la correttezza del procedimento e l’inevitabilità della sua conclusione senza l’incriminazione dell’agente Darren Wilson.

Le trascrizioni, in realtà, hanno evidenziato un chiaro pregiudizio da parte dell’accusa a favore del responsabile dell’omicidio. In primo luogo, è stata la deposizione di Wilson a risultare decisiva nel verdetto emesso dai giurati. Tutti i testimoni che avevano raccontato i fatti del 9 agosto scorso in un modo che si discostava dalla versione di Wilson sono stati inoltre affrontati in maniera aggressiva dagli uomini dello staff del procuratore McCulloch, ben intenzionati a rilevare ogni possibile contraddizione.

La testimonianza del poliziotto è stata invece accolta praticamente senza obiezioni da parte dell’accusa, la quale è sembrata spesso incanalare la deposizione in maniera tale da favorire la tesi dell’auto-difesa.

McCulloch, inoltre, ha giudicato maggiormente credibili quelle testimonianze che supportavano l’innocenza di Wilson – poiché compatibili con le presunte “evidenze fisiche” - bollando al contrario come inconsistenti o prive di riscontri quelle, sia pure numerose, che hanno descritto l’atteggiamento del 18enne Michael Brown tutt’altro che minaccioso nei confronti dell’agente di polizia.

Nel complesso, il dibattimento di fronte al grand jury è sembrato risolversi, grazie agli sforzi degli uomini del procuratore, in una sorta di processo ai danni della vittima e non del suo assassino.

Tutto ciò ha rafforzato i sospetti che si erano concentrati sul procuratore McCulloch fin dallo scorso agosto, poiché il suo atteggiamento aveva rivelato da subito il tentativo di evitare un’incriminazione anche di fronte al dilagare delle manifestazioni popolari nelle strade di Ferguson.

Per cominciare, la stessa decisione presa da McCulloch di non arrestare Darren Wilson ma di rimettere la sorte di quest’ultimo al giudizio di un grand jury era stata criticata da molti. Tanto più che, insolitamente, il procuratore non aveva raccomandato ai giurati di contestare al poliziotto nessuna accusa specifica.

McCulloch, peraltro, dopo l’avvio delle indagini era finito al centro di un’accesa polemica, con i rappresentanti della comunità nera di Ferguson che gli avevano chiesto di ricusare se stesso nel caso di Michael Brown, visti i suoi legami con la polizia e per il fatto che suo padre, egli stesso un agente, era stato ucciso in servizio da un afro-americano.

L’atteggiamento dell’ufficio del procuratore è stato così determinante per il destino di Darren Wilson, dal momento che, come hanno ricordato molti giornali americani in questi giorni, le decisioni dei grand jury vengono tradizionalmente pilotate dall’accusa e riflettono perciò la volontà di quest’ultima in relazione ai casi in esame.

Come hanno spiegato i legali della famiglia Brown, in altre parole, se il procuratore “presenta [al grand jury] prove per ottenere un’incriminazione, si ottiene un’incriminazione”, mentre “se vengono presentate prove per evitare un’incriminazione, non si ottiene un’incriminazione”.

La parodia della giustizia andata in scena nel Missouri è dunque evidente, soprattutto perché la decisione del grand jury non riguardava in nessun modo l’eventuale colpevolezza di Darren Wilson, ma unicamente l’opportunità di aprire un procedimento giudiziario nei suoi confronti, ovvero un processo nel quale le prove e le testimonianze circa l’uccisione di Michael Brown sarebbero state dibattute pubblicamente.

Alla luce delle prove e delle testimonianze contro Wilson o, quanto meno, dei resoconti contraddittori dell’uccisione del giovane afro-americano, è più che ragionevole ritenere che le condizioni per l’istruzione di un processo fossero interamente presenti.

Per questa ragione, visto anche il livello di rabbia manifestato dalla popolazione di Ferguson e non solo dopo i fatti del 9 agosto, così come le pressioni popolari nei confronti della classe dirigente dello stato del Missouri per ottenere giustizia nell’ennesimo caso di violenza della polizia contro un civile disarmato, la decisione del grand jury meriterebbe una profonda riflessione.

Lo scagionamento di Darren Wilson è infatti ancora più significativo se si considera che un eventuale processo, se pure avesse contribuito a calmare gli animi tra la popolazione, avrebbe potuto tranquillamente risolversi ancora nel proscioglimento dell’agente di polizia, vista l’attitudine dell’accusa.

Ciononostante, l’intero procedimento messo in piedi dopo la morte del 18enne di colore ha avuto il preciso scopo di salvare Wilson dall’incriminazione per qualsiasi genere di reato, anche di una gravità relativamente trascurabile.

Quello che è accaduto a Ferguson sembra essere quindi legato a uno scenario più ampio che, negli Stati Uniti, vede gli ultimi anni caratterizzati da un crescente livello di violenza gratuita delle forze dell’ordine contro gli appartenenti alle classi più disagiate – preferibilmente di colore - di fronte all’inasprirsi del conflitto sociale causato dal peggioramento delle condizioni economiche generali.

La linea dura dello stato del Missouri, con l’assenso di Washington, risponde in sostanza a una logica che vede la classe dirigente d’oltreoceano ricorrere sempre più spesso a metodi da regime dittatoriale, all’interno del quale qualsiasi concessione alle classi subalterne - in questo caso, l’incriminazione di un poliziotto omicida - risulta inconcepibile.

Non a caso, pur mancando statistiche ufficiali sulla violenza della polizia, processi e condanne per agenti responsabili della morte di civili innocenti sono eventi più unici che rari, mentre non viene persa una sola occasione per criminalizzare le proteste pacifiche, da fronteggiare puntualmente con la mano pesante, che spesso seguono gli omicidi.

Collegato a tutto questo vi è poi la gestione in maniera profondamente anti-democratica della vicenda di Ferguson da parte delle autorità locali. In previsione di un verdetto da parte del grand jury che ci si aspettava favorevole a Wilson, ad esempio, il governatore democratico del Missouri, Jay Nixon, aveva imposto lo stato di emergenza preventivo, accompagnato dal dispiegamento di migliaia di uomini della Guardia Nazionale.

Inevitabilmente, come era accaduto dopo l’uccisione di Michael Brown ad agosto, l’annuncio della decisione del grand jury ha scatenato le proteste non solo a Ferguson ma in moltissime altre città degli Stati Uniti, dove le forze di polizia hanno frequentemente accolto in assetto da guerra manifestanti in larga misura pacifici.

La vicenda di Ferguson e il radicalizzarsi dello scontro sociale in America sono visti in ogni caso con crescente appresione da molti all’interno della classe dirigente, come confermano vari commenti critici circa la gestione del caso Brown-Wilson apparsi sui principali giornali USA.

Il timore, in sostanza, è che l’impunità garantita alla polizia contribuisca a screditare ancor più le strutture del potere, mostrando a un numero sempre maggiore di americani la reale natura dell’attuale sistema, manipolato cioè per favorire le élite e proteggere i loro guardiani delle forze dell’ordine, con il rischio di alimentare ulteriormente il malcontento se non l’aperta rivolta.

Per questa ragione, media ufficiali e uomini politici si sono adoperati nei giorni scorsi per cercare di calmare gli animi e, soprattutto, ricondurre le ragioni delle tensioni sociali a una questione puramente razziale, svincolata dal fattore principale, anche se innominabile nel panorama “mainstream” americano, che rimane quello di classe e delle colossali disuguaglianze sociali.

Lo stesso Obama, nell’annunciare la prosecuzione di un’inutile indagine federale del Dipartimento di Giustizia contro Darren Wilson ed esprimendo cinicamente una certa simpatia per gli abitanti di Ferguson che chiedevano giustizia, ha infatti lasciato intendere che il nodo principale da risolvere nella società americana sarebbe legato non ai rapporti economici ormai insostenibili, bensì ai rimanenti problemi causati dai rapporti razziali.

 

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