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Sab
26 Luglio 2014
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Esteri

USA: la lenta agonia di Joseph Wood

USA: la lenta agonia di Joseph Wood

di Michele Paris

Il sistema penale statunitense responsabile delle esecuzioni capitali, continua a far registrare raccapriccianti episodi di condanne a morte che si risolvono in sofferenze atroci per i condannati, nonostante siano ormai ben noti i rischi che comportano le attuali modalità di somministrazione dell’iniezione letale. L’ultimo detenuto nel braccio della morte a essere giustiziato al termine di un angosciante procedimento di tortura è stato Joseph Rudolph Wood, condannato ventitré anni fa per gli omicidi della fidanzata e del padre di quest’ultima, avvenuti nel 1989 a Tucson, in Arizona.

Presso il penitenziario statale dell’Arizona a Florence, lo stesso Wood è stato ucciso nel primo pomeriggio di mercoledì dopo una serie di inutili appelli legali e al termine di una lunga agonia nella “camera della morte”.

Secondo il racconto dei fatti di un reporter della Associated Press che ha assistito all’esecuzione, il personale del carcere ha iniziato la procedura inserendo come di consueto un ago in entrambe le braccia del condannato. Dopo una decina di minuti dalla somministrazione delle sostanze letali, Wood ha iniziato a respirare affannosamente “con una frequenza di 5 / 12 secondi” e “per centinaia di volte”.

Le condizioni del condannato sono state controllate ripetutamente dal personale incaricato e uno degli addetti ha ad un certo punto aperto il microfono per comunicare agli spettatori nella stanza di fronte che Wood era ancora sedato, consentendo però ai presenti di sentire il suo ansimare.

La procedura è durata alla fine 117 minuti, durante i quali i legali di Wood hanno addirittura avuto il tempo di presentare (inutilmente) un appello di emergenza a un tribunale federale e alla Corte Suprema statale dell’Arizona per cercare di fermare l’esecuzione.

Dai documenti allegati alla richiesta risulta che il detenuto aveva mosso la bocca circa 6 minuti dopo essere stato dichiarato sedato dallo staff del carcere e che a 70 minuti dalla somministrazione dell’iniezione letale continuava a respirare in maniera pesante con ampi movimenti del torace.

Per una portavoce del procuratore generale dell’Arizona, Wood avrebbe soltanto “russato” durante l’esecuzione, a dimostrazione che era in uno stato di sonno profondo. L’avvocato di Wood, Dale Baich, ha tuttavia espresso più di un dubbio sul fatto che il suo assistito fosse incosciente, per poi sottolineare come una procedura durata quasi due ore, contro i pochi minuti solitamente necessari per giustiziare in questo modo i condannati, sia in ogni caso tutt’altro che normale.

Al termine dell’esecuzione, la Corte Suprema statale ha ordinato il sequestro delle quantità residue dei farmaci utilizzati, mentre l’ufficio del governatore ha chiesto al Dipartimento delle Carceri dell’Arizona di condurre un’indagine sull’accaduto. La governatrice, la repubblicana ultra-reazionaria Jan Brewer, ha però già chiarito quale sia la posizione dei vertici dello stato del sud-ovest degli Stati Unit, dichiarando che “di certo, il detenuto Wood è morto in maniera legale e, secondo i testimoni e lo staff medico, non ha sofferto”.

La responsabilità di quanto è accaduto mercoledì nel carcere di Florence è da attribuire anche alla stessa governatrice dell’Arizona, ai tribunali dello Stato e alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Pur essendoci stati vari precedenti negli scorsi mesi di esecuzioni condotte in maniera disastrosa, le autorità legali e politiche con il potere quanto meno di sospendere la condanna hanno infatti deciso di lasciare procedere la macchina della morte.

Nel caso di Wood, sabato scorso la Corte d’Appello federale per il Nono Circuito con competenza sull’Arizona aveva accolto la richiesta dei legali del detenuto, emettendo un’ingiunzione per fermare il boia. Martedì, però, con un parere fatto appena di tre frasi, la Corte Suprema di Washington ha cancellato la sospensione dell’esecuzione, portata così a termine il giorno successivo.

L’appello di Wood era motivato dal rifiuto delle autorità penitenziarie dell’Arizona di rendere nota la provenienza delle sostanze utilizzate nella somministrazione dell’iniezione letale. Questo stato, prevede l’impiego di due farmaci - Midazolam e Idromorfone - simili a quelli utilizzati nell’esecuzione a gennaio in Ohio di Dennis McGuire, il quale prima di morire aveva evidenziato sintomi di soffocamento.

Ribaltando una sentenza di primo grado e prima dell’intervento decisivo della Corte Suprema USA, tre giudici della Corte d’Appello federale con una maggioranza di 2 a 1 avevano sospeso l’esecuzione di Joseph Wood fino a quando lo stato dell’Arizona, nel rispetto del Primo Emendamento della Costituzione americana, non avesse fornito informazioni sul reperimento delle sostanze letali.

Molti degli stati americani che ancora prevedono la pena di morte da qualche tempo hanno visto esaurirsi le scorte dei medicinali tradizionalmente usati nelle iniezioni letali e che avevano garantito una certa affidabilità delle procedure di morte. Ciò è dovuto allo stop delle forniture dai produttori europei proprio a causa dell’utilizzo delle sostanze in questione nelle esecuzioni capitali.

Le autorità statali hanno allora ripiegato su soluzioni alternative, impiegando mix di farmaci mai testati in precedenza, spesso reperiti presso fornitori non certificati, con il rischio concreto di infliggere sofferenze equiparabili a torture ai condannati a morte, in violazione dell’Ottavo Emendamento della Costituzione che proibisce punizioni “crudeli e inusuali”.

Per evitare fastidi e prevenire proteste o boicottaggi contro i nuovi fornitori, gli stessi stati hanno approvato svariate leggi volte a tenere segreta la provenienza dei nuovi farmaci, innescando però una valanga di cause legali.

In un sistema legale brutale e vendicativo come quello degli Stati Uniti, i rischi di infliggere vere e proprie torture ai detenuti nell’esecuzione della più barbara delle punizioni non hanno minimamente toccato la gran parte dei politici e dei giudici. Tanto è vero che nel solo 2014 gli episodi raccapriccianti sono stati numerosi.

Il caso più grave finora registrato è stato forse quello di Clayton Lockett, morto in aprile in un carcere dell’Oklahoma in seguito ad arresto cardiaco dopo 43 minuti trascorsi nel tragico tentativo di somministrargli sostanze di più che dubbia efficacia.

Negli ultimi sette anni vari stati americani hanno abolito la pena di morte (New Jersey e New York nel 2007; New Mexico nel 2009; Illinois nel 2011; Connecticut nel 2012; Maryland nel 2013), mentre la percentuale della popolazione favorevole alle esecuzioni capitali è in continua discesa, se non altro per i costi legali che comporta e la percentuale non trascurabile di errori giudiziari. Inoltre, settimana scorsa un tribunale federale aveva giudicato incostituzionale il sistema della pena di morte nello stato della California a causa delle sue evidenti inefficienze.

Ciononostante, la classe dirigente americana continua in buona parte a promuovere la pena capitale, coerentemente con la realtà di un sistema giudiziario repressivo e violento nella cui rete cadono in grandissima parte gli appartenenti alle classi sociali più svantaggiate.

Gli esempi della spietatezza del sistema penale d’oltreoceano sono evidenti quasi ogni giorno, come confermano le recenti rivelazioni sui maltrattamenti e le violenze somministrate regolarmente dai secondini ai detenuti, spesso malati mentali, nel famigerato carcere di Rikers Island a New York oppure l’esecuzione senza pietà in Missouri di John Middleton. Quest’ultimo è stato giustiziato la settimana scorsa senza tenere conto delle evidenti prove del suo ritardo mentale che, secondo la stessa Corte Suprema degli Stati Uniti, dovrebbe escludere categoricamente l’emissione di una sentenza capitale.

 

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