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Mar
27 Giugno 2017
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Esteri

Siria, anatomia di una “false flag”

Siria, anatomia di una “false flag”

di Michele Paris

Una nuova indagine del veterano giornalista investigativo americano Seymour Hersh ha confermato nel fine settimana come i presupposti del bombardamento americano del 6 aprile scorso contro una base aerea siriana fossero basati su informazioni totalmente false. Il primo attacco deliberato degli Stati Uniti contro forze del regime di Assad, autorizzato dal presidente Trump, era stata la risposta a un raid in una località controllata dai “ribelli” condotto dall’aviazione siriana con armi chimiche, la cui esistenza, secondo la ricostruzione di Hersh, era stata però smentita anche dai servizi di intelligence americani.

L’80enne giornalista basa come di consueto la sua analisi su informazioni ricavate da fonti anonime all’interno del governo USA. Significativamente, il lungo articolo non è stato pubblicato da una testata americana, ma dalla tedesca Die Welt. Lo stesso giornale tedesco ha rivelato che Hersh aveva proposto la sua indagine alla London Review of Books, che già aveva dato spazio ad alcune delle ultime fatiche del giornalista, ma si era alla fine rifiutata di pubblicarla per le critiche che avrebbe potuto subire dando spazio a posizioni troppo vicine a quelle dei governi di Russia e Siria.

La ricerca di Hersh spiega come l’incursione dell’aviazione siriana del 4 aprile scorso nella città di Khan Sheikhoun fosse stata meticolosamente preparata grazie al lavoro dell’intelligence russa. In maniera insolita, Mosca aveva anche fornito a Damasco una “bomba guidata” con cui portare a termine l’operazione, a conferma dell’importanza dell’obiettivo da colpire.

Infatti, i russi avevano informazioni che confermavano come nell’edificio di Khan Sheikhoun si sarebbe tenuta una riunione tra membri di alto livello delle formazioni armate integraliste Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra, quest’ultima formalmente affiliata ad al-Qaeda. I due gruppi avevano unito le loro forze per tenere sotto controllo la città del governatorato di Idlib, nella Siria nord-occidentale. L’edificio individuato dall’intelligence russa serviva da centro di comando e nel piano interrato ospitava una sorta di magazzino, nel quale si trovavano beni di prima necessità ma anche armi, munizioni e missili, così come medicinali e decontaminanti a base di cloro.

Ciò che risulta decisivo nella ricostruzione proposta da Hersh è che i russi avevano avvertito in anticipo i militari e i servizi segreti americani dell’operazione che sarebbe stata condotta a Khan Sheikhoun all’alba del 4 aprile. Mosca sapeva benissimo che la CIA poteva avere propri uomini o informatori all’interno dei gruppi dell’opposizione anti-Assad che si stavano per riunire, così che la condivisione dell’informazione avrebbe permesso a questi ultimi di evitare di presentarsi all’incontro il giorno stabilito per l’attacco siriano.

Le fonti di Hersh spiegano che la decisione russa di anticipare i dettagli dell’operazione agli americani era dovuta anche al fatto che nelle settimane precedenti l’aria a Washington sembrava essere cambiata in merito alla guerra in Siria. Il segretario di Stato, Rex Tillerson, e l’ambasciatrice all’ONU, Nikki Haley, avevano ad esempio lasciato intendere che Assad sarebbe rimasto a lungo alla guida del suo paese.

L’informazione, ad ogni modo, era stata accolta in maniera molto seria dalla comunità dell’intelligence USA e, quindi, ritenuta del tutto credibile. Dopo il bombardamento dell’edificio occupato dai “ribelli”, la CIA e i vertici militari americani avrebbero continuato a confermare l’assenza di prove dell’utilizzo di un agente chimico da parte dell’aviazione siriana, anche se il presidente Trump sarebbe rimasto dell’opinione che ciò era esattamente quanto accaduto a Khan Sheikhoun.

Una fonte di Hersh riassume le conclusioni che qualsiasi osservatore poteva trarre dopo i fatti del 4 aprile, cioè che un’eventuale decisione da parte di Damasco di ricorrere a un attacco con armi chimiche contro “ribelli” e civili sarebbe stato un autentico suicidio, visto soprattutto che le sorti della guerra erano diventate ormai favorevoli al regime. La Russia, poi, sarebbe stata furiosa nei confronti di Assad perché un’iniziativa di questo genere avrebbe screditato la sua posizione e messo in discussione la stessa guerra allo Stato Islamico (ISIS) che Mosca, oltretutto, intendeva coordinare con Washington.

Quello che segue è il resoconto della reazione di Trump, il quale sarebbe stato accecato dalle immagini che trapelarono da subito da Khan Sheikhoun grazie alla propaganda di enti e individui vicini all’opposizione siriana. Filmati e istantanee che documentavano la distruzione e gli effetti provocati dal presunto attacco con armi chimiche fecero in fretta il giro del mondo e, assieme alla propaganda della stampa “mainstream” occidentale, contribuirono a creare una versione indiscussa dei fatti sposata dal presidente, cioè che il regime di Assad aveva deliberatamente colpito con armi chimiche civili innocenti in Siria provocando decine o centinaia di vittime.

I governi di Russia e Siria, da parte loro, avevano affermato che nell’edificio colpito si trovava un deposito di sostanze tossiche, diffuse in seguito all’impatto della bomba sganciata dal jet siriano. La testimonianza di membri dell’organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere, che aveva trattato alcune vittime dell’esplosione, sembrava supportare questa versione, dal momento che i sintomi indicavano l’azione di più sostanze chimiche. Ciò sarebbe stato impossibile se, come affermarono esponenti dell’opposizione, il regime avesse utilizzato una bomba equipaggiata con il sarin.

Trump, comunque, dopo avere visto le immagini e le notizie dei principali network americani provenienti dalla Siria, aveva insistito con i vertici militari per organizzare una risposta all’attacco. La CIA e i servizi segreti militari rimasero invece fermi nel loro giudizio che l’attacco del jet siriano era stato condotto con un’arma convenzionale, mentre le analisi proposte ai vertici politici di Washington insistevano sull’assurdità della decisione di Assad di ricorrere ad armi chimiche.

Hersh e le sue fonti rivelano che non ci fu modo di convincere il presidente a desistere e, alla fine, in un vertice tenuto il 6 aprile nella residenza di Mar-a-Lago, in Florida, furono offerte a Trump quattro opzioni. La prima consisteva nel non fare nulla. La seconda nel procedere con una ritorsione sostanzialmente simbolica che permettesse agli USA di salvare la faccia. La terza era un piano di bombardamenti massicci contro le postazioni militari siriane, come già era stato proposto a Obama nel 2013, e la quarta addirittura un intervento per decapitare i vertici dello stato siriano.

La prima e la quarta opzione vennero subito scartate da Trump, il quale decise di dare ampia discrezionalità ai militari per organizzare una risposta all’inesistente attacco con armi chimiche. Ciò che seguì, com’è noto, fu un attacco con decine di missili Tomahawk lanciati da due navi da guerra USA nel Mediterraneo contro la base aerea siriana di Shayrat, vicina alla città di Homs sotto il controllo governativo.

Per i militari americani, l’operazione fu un successo in quanto provocò danni minimi alle forze armate siriane. Ben 24 missili mancarono il bersaglio, i nove aerei distrutti non erano operativi e, alla fine, le strutture danneggiate sarebbero state ricostruite in pochi giorni. Gli informatori di Hersh definiscono l’operazione come “poco più di una costosa esibizione di fuochi d’artificio” e “uno show alla Trump dall’inizio alla fine”. Alcuni dei consiglieri per la sicurezza nazionale del presidente sentivano il dovere di “minimizzare una pessima decisione del presidente” che, tuttavia, avevano l’obbligo di portare a termine.

Il pregio principale dell’indagine di Seymour Hersh è senza dubbio quello di dimostrare come il 6 aprile scorso non ci fu alcun attacco con armi chimiche da parte delle forze armate del regime di Damasco. Il tentativo di innescare un’escalation della guerra in Siria da parte americana era peraltro già stato fatto con modalità simili in precedenza, soprattutto nell’estate del 2013, quando Obama sospese un attacco militare contro Assad solo di fronte all’opposizione popolare, del Congresso di Washington e di svariati alleati occidentali. Anche su questa vicenda sarebbe stato Hersh a smentire la versione ufficiale americana con un’indagine pubblicata nel dicembre dello stesso anno.

Se è comprensibile che Hersh si attenga alle conclusioni suggerite dalle proprie fonti e dalle informazioni che ha ottenuto, non del tutto convincente appare però il tentativo di attribuire al solo Trump e alla sua impulsività o ostinazione nel respingere le conclusioni dell’intelligence la responsabilità dell’attacco ordinato contro la base aerea siriana.

Se è innegabile, come in molti avevano subito avuto l’impressione, che l’iniziativa contro il regime siriano era stata messa in atto al preciso di scopo di causare il minimo danno possibile, è altrettanto chiaro che almeno alcune sezioni dell’apparato dello stato americano, e non il solo presidente, intendevano mandare un segnale esplicito a Damasco e, soprattutto, a Mosca e a Teheran. Il risultato può essere stato perciò un qualche compromesso tra posizioni contrastanti.

Come peraltro spiega lo stesso giornalista, la mobilitazione della propaganda di politici e media ufficiali fu decisamente massiccia dopo i fatti del 4 aprile, nonostante non vi fosse alcuna prova della responsabilità siriana. Ciò testimonia, tra l’altro, dell’esistenza di un’ampia “coalizione” favorevole alla guerra diretta contro Assad negli Stati Uniti e, se effettivamente disaccordo ci fu, forse per i timori di un pericoloso allargamento del conflitto, esso rimase per lo più dietro le quinte.

L’indagine di Hersh è accompagnata dalla pubblicazione su Die Welt di una conversazione tra un anonimo consigliere della Casa Bianca e un non meglio precisato militare americano operativo in Medio Oriente. La discussione riprende i temi dell’indagine, ma un passaggio dà un contributo ulteriore che aiuta a comprendere meglio il quadro generale in cui sono avvenuti i fatti raccontati.

A un certo punto, cioè, il “consigliere” parla di “un’agenda nascosta” dietro a quanto è accaduto tra il 4 e il 6 aprile e il tutto avrebbe a che fare con il tentativo “in fin dei conti di colpire l’Iran”, ovvero il principale alleato di Damasco. La precisazione è fondamentale e conferma ancora una volta come l’intero conflitto in Siria e il coinvolgimento americano si spieghino con gli sforzi degli Stati Uniti e dei loro alleati di colpire e possibilmente rovesciare i governi che rappresentano un ostacolo al loro dominio nella regione mediorientale.

Il fatto che quanto accaduto quasi tre mesi fa non sia sfociato in una guerra più ampia, secondo Hersh grazie alla relativa moderazione dei militari e dell’intelligence USA, non significa che ciò non possa accadere nel prossimo futuro. Anzi, quelle vicende sono state una prova generale e le stesse forze che si sono mosse per limitare i danni derivanti dalla decisione di Trump non esiterebbero ad agire contro Damasco e Mosca se le condizioni dovessero permetterlo.

L’ultima indagine di Hersh è stata prevedibilmente ignorata negli Stati Uniti e, quei pochi media che l’hanno citata lo hanno fatto per lo più per screditare il suo lavoro. La solita accusa rivolta a Hersh è quella di basare le sue ricerche su fonti anonime che fornirebbero informazioni non provate.

Ferma restando la necessità di proteggere le proprie fonti, l’autorevolezza e la credibilità di Hersh sono dimostrate da decenni di impeccabile lavoro investigativo, a cominciare dalla rivelazione del massacro dei militari americani a My Lai, in Vietnam, nel 1969. Quelle stesse fonti anonime giudicate inattendibili nelle indagini di Hersh, inoltre, non sono mai messe in discussione dagli ambienti giornalistici ufficiali quando servono a propagandare le posizioni dell’apparato di potere USA attraverso imbeccate a giornali come New York Times o Washington Post.

 

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