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Gio
3 Settembre 2015
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Esteri

Il muro ungherese

Il muro ungherese

di Michele Paris

Alle migliaia di migranti e profughi bloccati in Ungheria è stata negata nuovamente anche nella giornata di mercoledì la possibilità di accedere ai treni diretti in gran parte in Germania dalla stazione Keleti di Budapest. La situazione dei rifugiati è apparsa sempre più precaria proprio mentre i paesi dell’Unione Europea stanno ricorrendo a metodi repressivi e anti-democratici per cercare di affrontare il crescente flusso di persone in fuga da zone di guerra o economicamente devastate.

Il governo ungherese di estrema destra del primo ministro Viktor Orbán aveva fatto marcia indietro martedì dalla decisione presa solo il giorno precedente di consentire ai migranti di salire sui convogli diretti a occidente. Martedì la stazione nella capitale è rimasta infatti totalmente chiusa per essere poi riaperta solo ai passeggeri con i documenti in regola.

L’inversione di marcia di Orbán è stata dovuta con ogni probabilità alle pressioni su Budapest fatte dai paesi europei destinazione dei migranti - a cominciare dalla Germania - così da arginare il flusso di persone. La giustificazione per le critiche rivolte al governo ungherese è che quest’ultimo non avrebbe rispettato le procedure di asilo previste dalle normative UE prima di lasciare partire i migranti.

Mercoledì, comunque, i migranti hanno inscenato una protesta pacifica fuori dalla stazione di Budapest, chiedendo di avere la libertà di raggiungere i treni e le loro destinazioni preferite. Le forze di sicurezza sono rimaste però dispiegate nella piazza antistante la stazione e gli agenti hanno proceduto a fermare parecchi migranti e a eseguire controlli dei loro documenti.

Il governo Orbán sta facendo leva sui sentimenti xenofobi di una parte della sua base elettorale annunciando iniziative anti-democratiche per far fronte alla presunta “minaccia” rappresentata dal flusso di migranti. Così, più di tremila soldati saranno inviati a presidiare il confine con la Serbia, da dove i migranti raggiungono l’Ungheria, mentre sono iniziati i lavori per la costruzione di un muro di 4 metri sempre lungo la frontiera meridionale.

I militari ungheresi, ha assicurato il ministero della Difesa di Budapest, non avranno l’autorizzazione all’utilizzo di armi da fuoco contro i migranti, ma il governo sta valutando l’ipotesi di consentire il ricorso alla forza, ad esempio con gas lacrimogeni e altre armi “non letali”.

Lo stesso gabinetto ungherese ha poi bocciato il sistema delle quote stabilito dall’UE, annunciando che Budapest non accetterà di accogliere i 60 mila migranti previsti, dal momento che il paese ha già visto l’arrivo entro i propri confini di 150 mila persone  nel solo 2015.

Altri paesi dell’Europa orientale, come la Slovacchia, hanno ugualmente respinto la redistribuzione dei migranti, con alcuni esponenti di governo che non hanno esitato a esprimersi in toni apertamente razzisti nel parlare dei profughi e dei rifugiati presenti sul territorio dell’Unione.

Il presidente della Repubblica Ceca, Milos Zeman, ha anch’egli ipotizzato l’uso dell’esercito per bloccare l’ingresso dei migranti nel suo paese. Mercoledì è circolata la notizia che la polizia ceca, dopo avere fermato alcune centinaia di rifugiati provenienti dall’Ungheria e diretti in Germania, ha proceduto a marchiarli individualmente con inchiostro indelebile.

Anche a Occidente, al di là della retorica “umanitaria”, le misure adottate o allo studio indicano chiaramente un’erosione dei diritti umani e democratici. La stessa ipotesi di sospendere le norme del trattato di Schengen minaccia di assestare un colpo letale all’idea già agonizzante di un’Europa aperta e democratica.

Nella giornata di mercoledì, il governo italiano ha fatto sapere di essere disposto a ripristinare i controlli alla frontiera del Brennero, come richiesto dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel, nell’ambito di una strategia che, con buona pace dei principi di solidarietà ostentati, mira a fermare il maggior numero possibile di migranti nei paesi di primo accesso e impedire il loro arrivo in Germania.

Questa settimana, inoltre, il ministro dell’Interno britannico, Theresa May, aveva prospettato un inasprimento delle norme sull’immigrazione, rendendo addirittura illegale la permanenza nel suo paese anche per i cittadini UE senza un regolare impiego.

Intanto, in aggiunta alle stragi dei mesi e delle settimane precedenti, il numero dei decessi nel tentativo di raggiungere l’Europa continua a salire dopo che mercoledì due barconi sono naufragati al largo delle coste della Turchia facendo 11 morti.

Le reazioni di media e governi in tutta Europa all’affusso dei migranti sconfinano dunque ormai nell’isteria e praticamente in nessun caso vi è una qualche riflessione sulle cause e, soprattutto, sulle responsabilità di quanto sta accadendo.

La maggior parte dei profughi e rifugiati che stanno giungendo in Europa viene infatti da paesi, come Siria, Iraq, Libia o Afghanistan, devastati dalle guerre intraprese dai governi occidentali nell’ultimo decennio, tutte promosse con intenti “umanitari” per nascondere gli interessi imperialistici e neo-coloniali che le hanno motivate.

Particolarmente odioso appare l’atteggiamento nei confronti dei rifugiati siriani. Dal 2011 i governi europei - assieme a quello americano - alimentano un conflitto sanguinoso appoggiando l’opposizione armata fondamentalista per rovesciare il regime di Damasco, accusato di reprimere e assassinare deliberatamente il proprio popolo.

Nonostante questa giustificazione ufficiale, i cittadini siriani che fuggono dagli orrori della guerra sono denunciati come una sorta di invasori e, assieme a tutti gli altri disperati che mettono silenziosamente l’Europa di fronte alle proprie responsabilità, devono essere deportati o tenuti fuori con ogni mezzo dai confini del vecchio continente.

 

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