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22 Dicembre 2014
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Esteri

Sony, Nord Corea e hacker sospetti

Sony, Nord Corea e hacker sospetti

di Michele Paris

Lo scontro in atto tra il governo degli Stati Uniti e quello della Corea del Nord si è intensificato nel fine settimana con l’intervento diretto del presidente Obama in seguito al presunto attacco informatico ai danni di Sony Pictures da parte di hacker riconducibili - secondo Washington - al regime stalinista di Pyongyang. Nell’ultima conferenza stampa dell’anno alla Casa Bianca, il presidente democratico ha affermato che gli USA si riserveranno il diritto di “rispondere in maniera proporzionata” alla Corea del Nord, scegliendo “un momento e un luogo” favorevoli.

Sabato, poi, i nordcoreani hanno replicato minacciando “serie conseguenze” in caso di ritorsioni da parte americana, mentre si sono allo stesso tempo offerti di partecipare a un’improbabile indagine proprio con le autorità di Washington per identificare i veri colpevoli dell’intrusione nei sistemi informatici del colosso della distribuzione cinematografica di Hollywood facente parte dell’omonima multinazionale giapponese.

Com’è noto, un attacco informatico contro Sony Pictures aveva fatto apparire in rete una serie di e-mail confidenziali della stessa compagnia assieme ad alcuni film non ancora usciti nelle sale.

Inoltre, Sony Pictures aveva deciso di cancellare la prima del film “The Interview”, co-diretto da Seth Rogen e interpretato dallo stesso attore comico canadese e da James Franco, prevista per il giorno di Natale a causa di minacce di possibili attentati nelle sale cinematografiche che lo avrebbero proiettato. La pellicola parla di due giornalisti americani che vengono assoldati dalla CIA per assassinare il giovane leader nordcoreano, Kim Jong-un.

Come spesso accade in casi simili, anche in questa occasione le accuse del governo americano verso Pyongyang sono state prese per buone dalla maggioranza della stampa d’oltreoceano. In realtà, prove concrete che gli hacker responsabili dell’attacco a Sony Pictures siano legati al regime nordcoreano non sono state presentate.

L’opinione pubblica americana e internazionale dovrebbe in definitiva fidarsi del governo USA e dell’FBI, il quale ha assicurato di possedere informazioni sufficienti a collegare l’atto di hackeraggio al regime della Corea del Nord.

Secondo la polizia federale americana, infatti, sarebbe stato riscontrato un “malware” con un codice utilizzato in precedenti attacchi informatici provenienti dal paese asiatico, come ad esempio su banche e network sudcoreani nel 2013. Vari esperti citati dai media americani hanno tuttavia espresso dubbi sulla possibilità che il regime di Kim Jong-un possa essere effettivamente dietro l’attacco.

Obama, in ogni caso, non ha escluso esplicitamente la possibilità di una ritorsione di tipo militare contro la Corea del Nord e ha poi sostenuto che “un qualsiasi dittatore” non può avere il potere di “imporre la censura negli Stati Uniti”, per poi lasciarsi andare alla consueta tirata sul presunto paradiso delle libertà civili che sarebbe l’America.

Il clamore creato nei giorni scorsi dalla Casa Bianca e dai media statunitensi attorno al caso Sony induce a una serie di considerazioni. In primo luogo, l’attacco informatico, le cui responsabilità sono tutt’altro che chiare, è stato subito sfruttato dall’amministrazione Obama per aprire un nuovo capitolo della campagna contro la Corea del Nord.

Se questo paese impoverito rappresenta una scarsa minaccia per gli USA e la Corea del Sud, nonostante possegga rudimentali armi con testate nucleari, il vero obiettivo di ogni invettiva nei suoi confronti è in realtà il suo principale alleato, la Cina, contro cui Washington sta costruendo da tempo un’aggressiva strategia di contenimento. Non a caso, le critiche verso Pechino da parte americana riguardano frequentemente proprio presunte violazioni dei sistemi informatici di aziende private o uffici del governo negli Stati Uniti.

Inoltre, le lezioni di democrazia come quella impartita da Obama nel fine settimana sono semplicemente ridicole. Non solo un presidente che si è auto-assegnato il diritto di assassinare qualsiasi sospettato di “terrorismo” in ogni angolo del pianeta presiede a un sistema di controllo della popolazione che farebbe impallidire qualsiasi regime dittatoriale, ma il suo stesso governo è il primo responsabile di attacchi informatici contro paesi “ostili”.

L’Iran, ad esempio, è stato il bersaglio di varie operazioni di hackeraggio, condotte dagli Stati Uniti in collaborazione con Israele, con l’obiettivo di sabotare il suo programma nucleare civile. Agenzie governative e aziende pubbliche cinesi sono poi spesso al centro delle trame degli esperti informatici americani, come avevano dimostrato documenti dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) rivelati nel recente passato da Edward Snowden.

Infine e soprattutto, l’intera vicenda esplosa attorno al film “The Interview” appare come una provocazione orchestrata proprio dal governo americano. Secondo quanto scritto qualche giorno fa dalla testata on-line The Daily Beast, lo scambio di alcune e-mail tra i vertici di Sony Pictures mostrerebbe come i due registi fossero inizialmente intenzionati a realizzare un film che aveva al centro della storia un leader anonimo di un paese non individuato.

A spingere per identificare Kim Jong-un con la vittima della CIA nella pellicola e per includere una scena con il suo raccapricciante assassinio sarebbe stato l’amministratore delegato di Sony Pictures, Michael Lynton.

Quest’ultimo, guarda caso, fa parte del consiglio di amministrazione della Rand Corporation, un think tank che vanta stretti legami con la CIA. Inoltre, l’analista della Rand specializzato sulla Corea del Nord, Bruce Bennett, avrebbe fornito la propria consulenza alla produzione del film.

In un’e-mail, anzi, Bennett comunicava a Lynton che la rappresentazione dell’assassinio di Kim avrebbe potuto contribuire addirittura alla caduta del regime di Pyongyang. “Ritengo”, scrive l’analista della Rand, “che una storia imperniata sulla rimozione del regime famigliare di Kim e sulla creazione di un nuovo governo da parte del popolo della Corea del Nord (o almeno da parte delle élites) produrrebbe qualche seria riflessione in Corea del Sud e, credo, anche in quella del Nord”, se qui dovesse essere introdotto clandestinamente il DVD del film.

Lo stesso Dipartimento di Stato americano avrebbe avuto infine una parte nella realizzazione del film sul leader nordorcoreano, con un l’assistente segretario, Daniel Russel, e il diplomatico Robert King, inviato speciale per la Nordcorea e le questioni legate ai “diritti umani” in questo paese, che hanno collaborato in maniera attiva.

La scelta di raccontare l’assassinio di un leader in carica di un qualsiasi paese appare d’altra parte estremamente insolita, per non dire unica, da parte di un casa di produzione, anche se in toni da commedia.

Per giudicare il livello di buona fede del governo USA in questa vicenda basti immaginare come avrebbe reagito la Casa Bianca a parti invertite, cioè alla distribuzione di un film nordcoreano, ma anche russo o iraniano, su un piano per l’uccisione del presidente americano.

 

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