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Mar
4 Agosto 2015
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Esteri

Grecia, la regola dell'elefante

Grecia, la regola dell'elefante

di Carlo Musilli

Fiumi d'inchiostro continuano a scorrere in Grecia e sulla Grecia, ma l'unico argomento davvero cruciale per il destino del Paese - la necessità di ristrutturare il debito pubblico - rimane ancora sullo sfondo. "C'è un elefante nel salotto buono", recita un detto inglese dedicato alle verità scomode note a tutti e da tutti ignorate.  

Intanto, mentre il pachiderma si destreggia fra porcellane e cristalli, Atene cerca di tornare a una parvenza di normalità. Oggi riapre la Borsa, la settimana scorsa il Governo ha alzato il limite ai prelievi sul conto corrente, portandolo a 420 euro in tre giorni anziché in una settimana. Nel frattempo, i tecnici della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) sono tornati vittoriosi nella capitale greca, dove hanno ricominciato a lavorare indisturbati.

In ballo c'è il nuovo Memorandum che dovrà essere siglato entro la metà del mese, così da permettere il versamento della prima rata del nuovo piano di aiuti entro il 20 agosto, quando Atene dovrà rimborsare alla Bce più di 3 miliardi di euro. Oltre all'innalzamento dell'età pensionabile e alla cancellazione delle baby-pensioni, il pacchetto di riforme imposto dai creditori prevede altri due interventi particolarmente dolorosi, la reintroduzione dei licenziamenti collettivi e lo stop alla contrattazione collettiva.

Sul versante finanziario, invece, la Grecia deve fare i conti con la recente direttiva europea sulle risoluzioni bancarie, un nuovo meccanismo di salvataggio che prevede in prima istanza il contributo di correntisti, azionisti e obbligazionisti degli istituti, anche ricorrendo a prelievi forzosi sui depositi oltre i 100mila euro, come già avvenuto a Cipro. Tra le banche greche e la Bce sono in corso colloqui proprio per allontanare il fantasma dell'haircut in caso di ristrutturazioni.

Quanto all'elefante in salotto, mentre tutti si sforzano di non guardarlo, l'unica istituzione con gli occhi fissi sul pachiderma è il Fmi, che stavolta punta i piedi e fa sul serio: non parteciperà al salvataggio di Atene finché il Paese non darà il via libera a nuove riforme e soprattutto finché i creditori europei non prenderanno un impegno concreto sul fronte della ristrutturazione del debito.

La divergenza fra Bruxelles e Fondo monetario su questo punto è tutta politica. I Paesi europei non intendono ridurre il peso del debito ellenico perché significherebbe ammettere di aver sprecato i soldi dei propri contribuenti. In realtà non c'è stato alcuno spreco, il punto è che l'obiettivo non è mai stato la salvezza della Grecia: quelle risorse sono servite in massima parte a ripulire i bilanci delle banche francesi e tedesche, spostando sui conti pubblici nazionali l'esposizione al debito greco.

Il denaro in questione non tornerà mai indietro, anche perché nel frattempo stiamo infliggendo al Pil della Grecia l'ennesima bordata d'austerità. In queste condizioni, immaginare che un giorno Atene riuscirà a tornare sul mercato, finanziare da sola tutto il proprio debito pubblico e ripagare per intero i prestiti ricevuti significa credere nella versione finanziaria di Babbo Natale. Lo sanno tutti benissimo, ma piuttosto che ammetterlo e scontarne il prezzo politico preferiscono continuare ad alimentare il perverso schema Ponzi che tiene artificialmente in vita i conti di Atene: debiti nuovi per ripagare i debiti vecchi.

Un circolo vizioso che il Fmi vuole interrompere non per buon cuore, ma perché subisce pressioni da più parti: alcuni lamentano mancanza di equità nel trattamento riservato ai diversi Paesi del globo, altri sono contrari all'accanimento terapeutico incapace di guarire la malattia greco-europea. A capeggiare il secondo gruppo sono gli Stati Uniti, che da qualche tempo vanno a caccia di elefanti nei salotti europei.

 

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