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Sab
23 Agosto 2014
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Esteri

Renzi tra UE, Iraq e Mogherini

Renzi tra UE, Iraq e Mogherini

di Fabrizio Casari

La notizia di oggi è che inviamo vecchi fucili ai peshmerga curdi e nuove ovvietà al governo iracheno. L’irruzione di Renzi nella politica estera si spiega con l’intenzione di marcare il territorio: il semestre è italiano? Eccoci qui. L’Iraq diventa così una mossa della partita che si gioca in Europa. Quale miglior spot per sostenere la candidatura della Mogherini a Mr. Pesc?

Un colpo intelligente e mediaticamente utile alle sorti di quel braccio di ferro che, a dire il vero, non è poi così difficile da vincere. C’è poi un secondo elemento da considerare: il viaggio di Renzi è gradito sia a Bruxelles che a Washington.

La UE è ben lieta di assegnare all’Italia l’esposizione immediata. Pur convinta della pericolosità dell’IS, la UE non ha nessuna intenzione d’infilarsi nell’ennesima guerra mediorientale, stanca d’inseguire i disastri combinati dalle diverse Amministrazioni Usa in Medio Oriente e nel Golfo Persico. L’Iraq non è strategico ne per Londra né per Parigi né per Berlino.

Nello stesso tempo, la Casa Bianca apprezza decisamente la missione di Renzi, che corre a sostegno dell’iniziativa USA e dimostra di sapersi muovere velocemente nell’invio di armi e nell’iniziativa politica, insinuando agli europei una modalità della politica diversa dalle paludi nella quale, doverosamente, la teneva la Ashton.

Con il blitz in iraq Renzi coglie due obiettivi: il primo, importantissimo, è quello di proporsi sulla scena internazionale come fedelissimo interprete delle scelte di Washigton e, in questa chiave, propone il suo governo come locomotiva della politica estera europea ben oltre i restanti quattro mesi del semestre a guida italiana della UE. Il secondo è quello, in conseguenza, di ottenere il plauso di Washington per la possibile nomina della Mogherini a Mr. Pesc. Il consenso degli USA è infatti decisivo, molto più di qualunque opposizione continentale, per la scelta di chi deve rappresentare Esteri e Difesa della UE, anche per i vincoli NATO. Da ieri, perciò, le possibilità della Mogherini di spuntarla sono di gran lunga maggiori.

In fondo, nella sostanziale indifferenza dei partner europei principali, l’opposizione sostanziale alla nomina europea della ministro degli Esteri italiana è rappresentata solo da alcuni paesi dell’Europa dell’Est: non certo un peso politico insormontabile. Le argomentazioni che gli ex Oltrecortina oppongono, risiedono nell’accusa alla Mogherini di essere troppo “tenera” con la Russia di Putin.

Ma in realtà, dietro le dichiarazioni di facciata per non disturbare il conducente a stelle e strisce, Germania, Gran Bretagna e Francia lavorano quanto e più dell’Italia per non esasperare i toni contro Mosca. E’ l’Europa che conta, che non ha mai avuto una politica estera unitaria a livello continentale ma che - sebbene in ordine sparso - dispone di robusti interessi sia ad Est che a Sud.

L’ostilità antirussa, che utilizza strumentalmente qualunque tema per alzare l’asticella dello scontro, è in realtà prodotto della volontà politica statunitense preoccupata oltre misura del nuovo assetto internazionale che potrebbe prefigurarsi nella nuova alleanza tra Mosca e Pechino. Lo sfondamento - più che l’allargamento ad Est - della Nato, così come il sostegno al riarmo giapponese e le minacce alla Cina nel Pacifico, sono gli strumenti per alzare la tensione e mettere Mosca e Pechino di fonte ad una sfida che oggi è ancora a vantaggio degli Usa ma che presto potrebbe veder mutare condizioni e scenario.

Tema non meno delicato, è poi quello della crescente pressione che i Brics esercitano sulle leve dell’economia mondiale, soprattutto in seguito alla dichiarata intenzione di valutare la sostituzione del dollaro come moneta ufficiale negli scambi, mandando così a ramengo Bretton Woods e l’economia USA, drogata da possenti iniezioni di moneta stampata quotidianamente per sostenere una economia con un deficit mostruoso.

Se si aggiunge che una quota oltremodo significativa dei titoli a garanzia del debito USA sia nelle mani della Cina, si capisce come il declino della superpotenza, pure in un’epoca di unilateralismo assoluto, possa risiedere non più nella supremazia del modello e del ruolo, ma solo nel limitare in ogni modo la crescita delle altre potenze. Potenze che, per quanto dotate di armamento nucleare ed economicamente forti, prive di sostegno politico e di un disegno strategico globale restano comunque, per ora, superpotenze regionali.

La partita è straordinariamente complessa ed ha valore strategico nel controllo globale. L’Europa, che conferma ogni giorno il suo nanismo politico a fronte del gigantismo economico, in attesa di decidere se e come vorrà diventare un continente e non solo un’area finanziaria e commerciale di libero accesso per capitali speculativi e di divieto d’accesso per modelli socio-economici d’integrazione, assiste quindi stancamente - e forse con qualche fastidio - agli show del premier italiano, cui potrà anche riconoscere la sua piccola vittoria di Pirro con la nomina della Mogherini. Tanto i temi che contano si affrontano a sipario chiuso e telecamere assenti.

 

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