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Gio
28 Luglio 2016
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Esteri

Hillary, la nomination e la morte dei Democratici

Hillary, la nomination e la morte dei Democratici

di Michele Paris

Il giorno dell’assegnazione ufficiale della nomination alla convention Democratica di Philadelphia è stato contrassegnato dal tentativo di definire la candidatura di Hillary Clinton come una sorta di successo di portata storica per il solo fatto che una donna correrà per la prima volta alla presidenza degli Stati Uniti per uno dei due principali partiti americani. Le stesse personalità politiche e - tristemente - dello spettacolo che hanno parlato ai delegati Democratici sono state in larga misura donne o di colore, al preciso scopo di promuovere le consuete politiche di genere che servono a nascondere la vera natura di un partito, e di una candidata, ancorati agli interessi del business e dell’industria militare americana.

Nonostante la presenza di sostenitori animati probabilmente da un genuino spirito progressista, lo spettacolo organizzato a Philadelphia ha avuto per certi versi un carattere ancora più sinistro rispetto alla convention del Partito Repubblicano. La sfilata di nomi che hanno animato quella Democratica, così come il dibattito che l’ha preceduta e le deliberazioni dei vertici del partito, hanno lasciato infatti un’impressione inequivocabile di disonestà e cinismo.

Questo perché, mentre il Partito Repubblicano ha in gran parte abbandonato anche la pretesa esteriore di battersi per gli americani comuni e consente quasi sempre ai propri esponenti di dare sfogo alle tendenze più retrograde che lo caratterizzano, quello Democratico continua a mascherare l’orientamento reazionario con una messinscena e una retorica da baluardo dei valori “liberal”.

Tanto più il Partito Democratico si sposta a destra, maggiori devono essere gli sforzi per cercare di conservare la sua tradizionale base elettorale, infinitamente più a sinistra dei vertici, a rischio però di fare esplodere in maniera clamorosa tensioni e divisioni che, vista anche la profondissima crisi economica e sociale che attraversa l’America, sempre più difficilmente possono essere contenute all’interno dell’attuale sistema politico.

Ai primi segnali di un’esplosione di questo genere si è forse assistito questa settimana a Philadelphia, dove, dietro alla celebrazione delle fallimentari politiche identitarie del finto progressismo americano, una parte dei delegati Democratici ha clamorosamente respinto la nomination di Hillary Clinton.

Più di un centinaio di sostenitori di Bernie Sanders ha lasciato la convention dopo la proclamazione dell’ex segretario di Stato a candidata alla presidenza nella giornata di martedì. In maniera ancora più significativa, i delegati fedeli a Sanders hanno protestato contro la scelta di Hillary malgrado il senatore del Vermont li avesse implorati in più occasioni di adeguarsi alla decisione del partito. Nella prima giornata della convention, Sanders aveva espresso il proprio “endorsement” ufficiale alla ex rivale, ricevendo fischi da una parte della platea, mentre martedì ne ha proposto addirittura la nomina per acclamazione.

I suoi sostenitori hanno evidentemente preso atto della decisione di Sanders di appoggiare una candidata che rappresenta tutto ciò contro cui egli stesso si era scagliato durante le primarie, consentendogli di creare un vero e proprio “movimento”, dirottato ora invece nel vicolo cieco del Partito Democratico.

L’entusiasmo propagandato dai media per la nomination di Hillary, esemplificato dalla patetica immagine della rottura del “soffitto di vetro”, per spiegare che mai una donna è stata così vicina alla Casa Bianca, implica in sostanza il silenzio su ciò che rappresenta realmente la ex first lady.

Il fatto di avere una donna alla guida degli Stati Uniti dovrebbe essere cioè una conquista più importante rispetto al fatto che la candidata e la sua famiglia hanno un rapporto simbiotico con i super-ricchi d’America e in particolare con le grandi banche di Wall Street, grazie alle quali Bill e Hillary hanno incassato decine di milioni di dollari come compenso per i servizi resi durante la loro carriera politica.

Proprio il discorso dell’ex presidente Democratico è risultato centrale nel promuovere la consorte come l’unica tra i due candidati alla presidenza in grado di battersi per gli americani più deboli. La presentazione di Hillary in questa luce ha obbligato naturalmente Bill Clinton a tralasciare svariati dettagli del passato di entrambi, come il fatto che durante la presidenza di quest’ultimo erano stati adottati provvedimenti che, da un lato, hanno distrutto il welfare americano e, dall’altro, hanno spazzato via le rimanenti regolamentazioni dell’industria finanziaria.

Il momento più nauseante della giornata che ha visto l’incoronazione di Hillary è coinciso tuttavia con lo sfruttamento da parte del Partito Democratico delle tragedie dei famigliari di alcune vittime di colore della violenza della polizia, invitati sul palco di Philadelphia. Le storie delle madri degli assassinati per mano di agenti di polizia sono state usate per ingigantire ancora una volta la questione razziale negli Stati Uniti, come se essa fosse disgiunta dalle problematiche sociali e, fondamentalmente, di classe che sono alla base delle violenze delle forze dell’ordine.

La promozione di politiche identitarie da parte dei partiti di orientamento “liberal”, negli USA come altrove, riflettono d’altra parte il tentativo di raccogliere consensi elettorali per un’azione politica che, in realtà, è caratterizzata principalmente dal rigore e dalla guerra. Allo stesso tempo, la fissazione sulle questioni di razza o di genere produce divisioni e impedisce una mobilitazione dal basso fondata su rivendicazioni di natura economica e sociale, al di là del sesso e del colore della pelle.

Fuori da ogni discussione alla convention, come anche durante le primarie, è rimasta poi la politica estera, sia quella perseguita dall’amministrazione Obama sia quella dell’eventuale amministrazione Clinton. Hillary è considerata universalmente la candidata con le maggiori credenziali in ambito militare, conquistate grazie all’instancabile promozione della forza nella difesa degli interessi americani durante gli anni trascorsi alla guida del Dipartimento di Stato.

Proprio il ruolo da protagonista svolto nella distruzione di un paese come la Libia o le pressioni sulla Casa Bianca per intensificare l’impegno militare in Siria è valso a Hillary il sostegno di numerosi “falchi” e “neo-con” Repubblicani, alcuni dei quali potenziali criminali di guerra, preoccupati per le tendenze isolazioniste di Donald Trump.

Il pedigree guerrafondaio della candidata Democratica o i preparativi già in atto per lanciare nuove guerre dopo le elezioni non sono stati però toccati durante la convention, tantomeno da un Bernie Sanders impegnato a soffocare in tutti i modi la “rivoluzione” da lui stesso alimentata e poi cavalcata nei mesi scorsi.

Lo stesso Sanders ha ritenuto di non dover sollevare nemmeno le questioni emerse dopo la pubblicazione settimana scorsa da parte di WikiLeaks di migliaia di e-mail del Comitato Nazionale Democratico (DNC). Questi documenti hanno evidenziato le manovre dell’establishment del partito per fare in modo che Sanders non avesse alcuna possibilità di conquistare la nomination. Le rivelazioni, che chiaramente hanno moltiplicato le frustrazioni dei sostenitori del senatore, non hanno scalfito la sua determinazione nel cercare di convincerli ad appoggiare Hillary Clinton.

Le e-mail del DNC hanno anche fatto luce sulle pratiche discutibili, se non palesemente illegali, adottate per raccogliere fondi elettorali. Il partito ha ad esempio convogliato ingenti donazioni verso l’organizzazione che gestisce la campagna elettorale di Hillary, aggirando la legge americana che limita rigorosamente il finanziamento diretto dei singoli candidati.

Inoltre, i documenti hanno mostrato le modalità con cui gli uomini del DNC sollecitano donazioni ai ricchi sostenitori del partito, ai quali offrono spesso incentivi in cambio del loro denaro, come ad esempio la possibilità di partecipare a eventi esclusivi con accesso diretto talvolta anche al presidente Obama e al vice-presidente Biden.

Anche queste pratiche sono ovviamente passate sotto silenzio alla convention di Philadelphia. Esse hanno però contribuito a delineare ancora una volta la natura e i punti di riferimento del Partito Democratico, intento a celebrare, con la stretta collaborazione dei media ufficiali, la presunta storica conquista della prima donna seriamente candidata alla Casa Bianca nella storia degli Stati Uniti.

 

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