Falsi droni e vere intenzioni
Il drone che ha colpito un palazzo in Romania, subito definito russo senza ancora sapere né da dove proveniva né dove fosse diretto, è in realtà ucraino. Lo ha affermato il primo ministro rumeno. Coincidenza vuole che, come già in occasione di un missile ucraino finito su una casa in Polonia e, soprattutto, con il sabotaggio del gasdotto North Stream 2, fatto da ucraini e NATO ma attribuito ai russi, ad ogni passaggio significativo dei finanziamenti per l’Ucraina o delle decisioni politiche circa il suo possibile ingresso nella UE, c’è sempre uno strano incidente che viene spacciato per attacco russo ma che poi si dimostra esser stato il contrario.
L’industria delle false-flag, diretta da Londra e specializzata nel diffondere tesi inconciliabili con la logica ma perfettamente affini alla volontà politica, non ha un attimo di respiro. In 4 anni di guerra si è specializzata nel diffondere i comunicati ucraini che il sistema mediatico dipinge come verità: in diversi tornanti – da Bucha fino ad oggi – ha sempre cercato di alimentare la russofobia per orientare a vantaggio del riarmo UE l’opinione pubblica europea. Senza mai riuscirvi, però, perché tale è la sproporzione tra il racconto e la sua credibilità che nessuno ci casca.
L’ennesima menzogna di questi giorni è sembrata essere l’occasione giusta per quella parte dei paesi europei che ritengono di dover non solo accettare ma anche affrettare l’arrivo dell’Ucraina nell’Unione Europea. Non perché sia un paese europeo (non lo è e, se lo fosse, altrettanto dovrebbe dirsi per la Russia) e nemmeno perché Kiev condivida valori e principi della UE.
Men che mai perché la UE sia ansiosa di accollarsi il debito spaventoso che l’adesione comporta, che si compone dei costi per la ricostruzione (oltre 600 miliardi di Euro) e degli altri 50 quali chip d’ingresso che ogni singolo Stato europeo ha versato per entrarvi. Uno Stato fallito peserebbe sull’intero bilancio europeo già mal ridotto. Peraltro le ricchezze ucraine sono quasi tutte in Donbass e, per questo, non utilizzabili, mentre le miniere di cui ancora dispone Kiev sono state concesse agli USA, come la maggior parte delle terre coltivabili (e come avverrà per la proprietà tedesca del North Stream a guerra finita). Dunque per l’economia Ucraina sarebbe impossibile operare le scelte di politica economica e finanziarie che la rigida applicazione del fiscal compact prevedono.
Sul piano politico non va meglio. L’adesione alla UE comporta anche l’allineamento del sistema giuridico e politico di ogni Paese membro a quello di Bruxelles. Ma dai diritti civili e politici alla non discriminazione etnica, se c’è un Paese al mondo che ha nella sua legislazione interna un contrasto permanente con quella della UE, questo è l’Ucraina.
Non c’è unanimità sull’adesione in generale e men che mai su una sua versione accelerata, dunque il tentativo di Baltici, Polonia, Olanda, Germania e Francia al momento risulta velleitario. Inoltre, l’entrata di un Paese in guerra è incompatibile con lo statuto perché trascinerebbe i 27 in una guerra che è precedente alla domanda di ammissione. Per questo le false flag; tentare di convincere con le menzogne i governi riluttanti appare la sola strada per i “volenterosi”. L’Ucraina era ed è il più avanzato, non l’unico, strumento con cui l’Europa governata dai fondi speculativi statunitensi e dall’espansionismo tedesco tenta di muovere guerra alla Russia. L’idea è farla entrare nella UE per poi chiedere l’applicazione dell’art.4 (che prevede assistenza militare tra i membri) così da consentire un ingresso diretto e non più nascosto della UE nel conflitto.
Ingolosito dall’idea di una sconfitta strategica russa e dalla possibilità di mettere le mani sul suo immenso mercato e sulle sue enormi risorse, affascinato dal sogno di ridurla a potenza regionale frammentata e divisa, di rendere insignificante il suo peso militare e nucleare, il deep state europeo, che ha deciso di riconvertire la produzione industriale da civile a militare, spera in una risposta russa che scateni quella statunitense. Non c’è riconversione bellica perché la Russia minaccia, si grida contro la Russia per favorire la riconversione bellica danno della spesa sociale.
Quello che non si prende in considerazione, come già in tutte le precedenti avventure militari dell’Occidente, è la risposta del nemico. In questo caso non un nemico qualunque, ma la più grande potenza nucleare del pianeta, dotata di 6500 ogive. Eppure, se c’è qualcosa che la guerra in Ucraina ha reso esplicita, è la modifica della Dottrina di Sicurezza Nazionale della Russia intervenuta due anni fa. La nuova Dottrina prevede che qualora la Russia venga attaccata o che la sua sicurezza territoriale sia messa in pericolo, non importa se l’attacco sia convenzionale o nucleare: la risposta di Mosca sarà nucleare.
Dunque solo i commentatori politici e i giornalisti europei arruolati possono immaginare una guerra con la Russia combattuta da fanterie, artiglierie e tank, mezzi blindati e droni, aerei ed elicotteri d’assalto o flotte. E non sono certo i 450 missili posseduti da Francia e Inghilterra a poter pareggiare il conto con i 6500 di Mosca.
Non si capisce dunque come la UE pensi di resistere ad una simile forza d’urto, capace di rendere l’intero territorio europeo un deserto. E per quanto la strategia veda ovviamente l’entrata nel conflitto degli USA, non si capisce perché questi dovrebbero rischiare la loro sopravvivenza in un conflitto terminale con la Russia che serve solo alla Germania.
Alcuni genialoidi pensano che Mosca potrebbe sostenere una guerra contro l’Unione Europea senza bisogno di ricorrere all’utilizzo dell’armamento nucleare: ma perché dovrebbe farlo? I suoi missili possono essere caricati anche convenzionalmente, ma alcuni dei paesi UE sono dotati di armamento nucleare e questo, considerando la russofobia diffusa nella casa reale inglese, indirizza Mosca sul modo con cui affrontare una guerra. E del resto: perché entrare in guerra con 29 paesi e rischiare di soccombere quando in poche ore può aprire e chiudere ogni conflitto con chiunque? O si crede che lo sviluppo del dispositivo militare russo sia stato concepito solo per darne notizia ma senza prevederne un suo utilizzo, senza cioè prefigurare scenari che lo rendano necessario se non indispensabile?
C’è una difficoltà che è propria dell’idiozia occidentale nel credere che la questione della sicurezza nazionale russa sia solo ipotesi di scuola, che veda il “senso di responsabilità” sempre prevalere. Ma la sicurezza nazionale della Russia è tema assoluto e prioritario nelle scelte del Cremlino. Come ebbe a dire Putin un anno fa, “perché dovrebbe interessarci la sopravvivenza del pianeta se questa prevedesse la scomparsa della Russia?”
Restando sull’ipotesi di un conflitto convenzionale, negli ambienti finanziari e militari di Bruxelles si ritiene che i 4 anni di guerra tra la NATO e la Russia in territorio ucraino abbiano sufficientemente affaticato le forze armate russe e che questo costituisca un vantaggio militare non da poco. In realtà le cose non stanno affatto così perché l’ipotetico vantaggio immaginato non è affatto tale, e per diversi motivi.
Intanto essere in guerra da anni fornisce una esperienza ed una capacità di manovra sul terreno che i diversi eserciti europei (che parlano 27 lingue diverse) non hanno, ciò che aggraverebbe la già decisiva inesperienza propria di chi non è in guerra da decenni. Inoltre i russi percepiscono la guerra come patriottica non come avventura di conquista e questo cambia molto l’attitudine al combattimento.
Poi c’è un tema di costi, retrovie e rifornimenti. La Russia spende il 10% dei costi bellici a parità di sistemi e mezzi, ha alle sue spalle la Cina, l’Iran e la Corea del Nord, oltre ai paesi facenti parte dello SCO; la produzione bellica di un mese del blocco occidentale corrisponde a quella di pochi giorni della Russia, come i generali USA hanno più volte spiegato. Dunque?
La UE, anche con la NATO, non dispone delle riserve sufficienti di sistemi d’arma e munizioni per sostenere una guerra con la Russia. Aver riempito la cricca mafiosa di Kiev di ogni genere di armi ha prodotto solo il sostanziale svuotamento degli arsenali senza riuscire ad invertire a favore di Kiev la realtà sul terreno.
Proviamo però ad ipotizzare l’innesco di un conflitto tra europei e russi. Intanto solo la NATO dispone di una catena di comando e coordinamento militare teoricamente efficiente in grado di sostenerlo. Ma qui la questione è decisamente una e solo una: a dirigere i due aspetti dell’Alleanza, oltre che a decidere l’entrata in guerra o no, sono gli Stati Uniti. Ai quali piacerebbe molto un conflitto convenzionale o nucleare tattico sul territorio europeo, ma senza un loro diretto coinvolgimento che metterebbe a rischio la loro stessa sopravvivenza.
A Washington non sono affatto disposti a suicidarsi per l’Ucraina e ancor meno per l’Europa e diranno no ad una guerra della NATO per gli interessi europei. La presenza militare USA nel Vecchio Continente, oltre a consentire l’ipoteca militare e commerciale sulla zona strategicamente più importante del mondo, dimostrando l’assenza di confini per la loro dimensione imperiale, serviva e serve a minacciare la Russia e a garantire la salvezza degli USA dal first strike e non a salvare l’Europa.
Peraltro in questa fase storica gli USA sono fiaccati militarmente dalla ritirata in Afghanistan, la sconfitta in Ucraina e quella in Iran, che gli costerà la fine della strategia di controllo sul Golfo Persico. Gli specialisti militari statunitensi parlano apertamente di tre anni come tempo per ripristinare il livello dei depositi pre-golfo e sanno che la superiorità in mare poco può se poi in termini di missili balistici intercontinentali la Russia è decisamente più avanti.
La verità si presenta sempre con il volto della realtà e non saranno politicanti, affaristi e giornalisti agli ordini dei fondi speculativi che potranno cambiarla. Manipolare l’opinione pubblica per convincerla di un presunto attacco russo sarà esiziale per le ambizioni di una UE già al collasso. O Bruxelles cambia rotta in direzione della diplomazia o abolirla oggi appare decisamente meglio che diventare testimoni troppo vicini della sua fine domani.

