Gaza, la filiera del genocidio
Mentre governi e cancellerie occidentali continuavano a esprimere preoccupazione per la sorte dei civili palestinesi nella striscia di Gaza, nei porti e negli aeroporti israeliani arrivavano senza sosta munizioni, componenti militari, parti di carri armati e sistemi d’arma provenienti da mezzo mondo. A dimostrarlo è una lunga e documentata inchiesta di Al Jazeera che smonta, dati alla mano, la narrazione costruita negli ultimi due anni da molti paesi europei e nordamericani, ovvero quella secondo cui le forniture militari a Israele sarebbero state ridotte o addirittura sospese dopo le devastazioni di Gaza e soprattutto dopo la storica ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) dell’Aia del gennaio 2024, quando i giudici che presiedono al caso riconobbero il “plausibile rischio di genocidio” nella striscia.
La realtà emersa dall’indagine racconta invece una storia opposta. Non solo le armi hanno continuato a fluire verso Israele durante tutta la guerra contro Gaza, ma in molti casi le forniture sono addirittura aumentate proprio dopo il parere dell’ICJ. Una circostanza che apre interrogativi politici e giuridici enormi sulla complicità diretta degli stati coinvolti.
Secondo l’inchiesta di Al Jazeera, almeno 51 paesi e territori autonomi hanno continuato a esportare materiale militare verso Israele tra il 2023 e il 2025. L’indagine si basa soprattutto sui dati delle importazioni registrate dall’autorità fiscale israeliana (ITA), analizzati assieme a documenti doganali, richieste FOIA e registri commerciali internazionali. Il risultato è un quadro devastante per l’immagine pubblica di molti governi occidentali che, mentre invocavano tregue umanitarie e rispetto del diritto internazionale, permettevano alle industrie belliche di continuare a rifornire l’esercito di occupazione israeliano.
I numeri sono impressionanti. Tra ottobre 2023 e lo stesso mese del 2025, Israele ha ricevuto oltre 2.600 spedizioni di materiale militare per un valore di circa 886 milioni di dollari. Il dato più significativo è però un altro: come già anticipato, il 91% di questo valore è stato registrato dopo la sentenza dell’ICJ del 26 gennaio 2024. In altre parole, dopo che la più alta corte internazionale aveva formalmente riconosciuto il rischio concreto di genocidio, i trasferimenti di armi verso Israele non si sono fermati ma hanno accelerato.
L’inchiesta mostra inoltre che la categoria più consistente riguarda munizioni esplosive: bombe, granate, proiettili, missili e componenti collegati. Vale a dire esattamente il tipo di armamento impiegato per radere al suolo Gaza e compiere strage di civili. Secondo i dati raccolti, oltre il 62% delle importazioni militari israeliane durante la guerra rientra proprio in questa categoria.
Gli Stati Uniti restano di gran lunga il principale fornitore, responsabile di oltre il 42% del valore complessivo delle importazioni militari registrate. Ma il dato politicamente più rilevante riguarda il coinvolgimento europeo e quello di paesi che pubblicamente avevano assunto posizioni critiche verso Tel Aviv. Tra i principali esportatori figurano India, Romania, Repubblica Ceca, Taiwan e diversi paesi dell’Unione Europea. Proprio qui emerge nuovamente il consueto doppio standard occidentale. Governi che davanti alle telecamere parlavano di “diritti umani” e “protezione dei civili” continuavano in realtà a mantenere aperte le linee di rifornimento militare verso Israele.
L’inchiesta dedica ampio spazio proprio all’ipocrisia delle cosiddette “sospensioni” annunciate da vari governi europei. In molti casi si trattava di semplici stop parziali a nuove licenze, lasciando però valide quelle già approvate. Oppure di misure esclusivamente politiche, mai trasformate in veri embarghi vincolanti.
La Francia di Macron, ad esempio, annunciò nell’autunno 2024 la sospensione delle forniture militari. Eppure, secondo i dati analizzati da Al Jazeera, dopo quell’annuncio Israele ricevette comunque decine di spedizioni di materiale bellico proveniente dalla Francia. Il 92% delle esportazioni francesi registrate risulta successivo alla sentenza dell’ICJ. La situazione britannica appare ancora più emblematica. Londra ha ufficialmente sospeso alcune licenze, ma ha continuato a consentire il trasferimento di componenti militari destinati a Israele attraverso paesi terzi come Italia, Germania e Stati Uniti. Secondo i documenti ottenuti tramite richieste FOIA, il governo britannico ha autorizzato anche nel 2025 forniture legate a componenti per aerei da combattimento, sistemi di navigazione e tecnologie militari avanzate.
Il meccanismo è noto: frammentare la filiera produttiva in più paesi permette di aggirare le responsabilità politiche dirette. Formalmente Londra non esporta armi complete verso Israele; concretamente continua però a contribuire ai sistemi d’arma utilizzati nella distruzione di Gaza. Anche paesi che pubblicamente sostenevano le iniziative diplomatiche contro Israele hanno mantenuto aperti i canali commerciali militari. L’inchiesta di cita in questa categoria Cina, Singapore, Svizzera, Brasile e perfino la Turchia di Erdogan, che pure aveva frequentemente assunto in pubblico toni molto duri contro Netanyahu.
Particolarmente grave appare il caso dell’Italia. Il governo Meloni annunciò nell’ottobre 2024 una sospensione delle forniture militari legate alla guerra di Gaza. Una decisione presentata dal governo come prova di rigore e responsabilità. Ma i dati esaminati da Al Jazeera raccontano un’altra realtà. Dopo l’annuncio ufficiale della sospensione, Israele ha continuato a ricevere almeno 33 ulteriori spedizioni di materiale militare proveniente dall’Italia, fino a poche settimane prima del cessate il fuoco.
Nel complesso, durante la guerra, dall’Italia sono partite 98 spedizioni di materiale classificato come militare per un valore di circa 6,6 milioni di dollari. Il governo italiano si è difeso sostenendo che molte delle autorizzazioni erano precedenti al conflitto e che i materiali forniti “non presentavano caratteristiche tali da poter essere impiegati contro la popolazione civile”. Una giustificazione che appare francamente insostenibile davanti alle immagini di Gaza distrutta, agli ospedali bombardati, ai campi profughi rasi al suolo e alle decine di migliaia di morti civili. Soprattutto considerando che il diritto internazionale non richiede la prova definitiva dell’uso diretto di una singola componente per configurare responsabilità politiche e giuridiche.
Ed è proprio questo il punto centrale sollevato dall’inchiesta di Al Jazeera. Dopo la pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia, gli stati firmatari della Convenzione sul genocidio avevano l’obbligo non solo morale ma giuridico di prevenire possibili atti genocidari. Continuare a fornire armi a Israele dopo quel pronunciamento significa esporsi concretamente all’accusa di complicità. Diversi esperti di diritto internazionale interpellati dal network lo affermano senza ambiguità. La Convenzione sul genocidio impone agli stati il dovere di prevenire il genocidio nel momento in cui emerge un rischio serio e plausibile, non soltanto dopo una sentenza definitiva. E l’ICJ, già nel gennaio 2024, aveva chiarito proprio questo scenario. A ciò si aggiunge il Trattato sul commercio delle armi, che vieta trasferimenti verso paesi dove esiste il rischio concreto che tali armamenti vengano utilizzati per commettere crimini di guerra o gravi violazioni del diritto umanitario.
Il quadro che emerge dall’indagine è quindi devastante anche sul piano politico. Mentre milioni di cittadini in Europa e nel mondo manifestavano contro il massacro di Gaza, governi occidentali e alleati continuavano a privilegiare interessi strategici, industriali e geopolitici rispetto alle stesse norme internazionali che sostengono di difendere.
L’inchiesta mostra anche come le pause nei combattimenti siano state utilizzate da Israele per riarmarsi. Durante il cessate il fuoco temporaneo del 2025 sono arrivate alcune delle più grandi spedizioni militari dell’intero conflitto, comprese enormi forniture di componenti per carri armati. Nel frattempo Gaza veniva trasformata in un cumulo di macerie. Secondo dati ONU citati da Al Jazeera, entro l’ottobre 2025 oltre l’81% degli edifici della striscia risultava distrutto o danneggiato. Più di 70 mila palestinesi erano stati uccisi e oltre 170 mila feriti.
Di fronte a questa devastazione, continuare a parlare di “preoccupazione” mentre si autorizzano esportazioni militari appare non solo ipocrita, ma moralmente e politicamente indecente. La lunga indagine di Al Jazeera ha il merito di mettere nero su bianco ciò che molti governi cercano disperatamente di nascondere: la guerra di Gaza non sarebbe stata possibile con questa intensità senza una rete internazionale di complicità politica, industriale e militare.
Ed è forse proprio qui la chiave dell’intera vicenda. Israele continua da decenni a violare sistematicamente il diritto internazionale perché sa di potere contare sulla protezione politica, diplomatica e militare di una vasta rete di alleati occidentali e non solo. Paesi che a parole invocano legalità e diritti umani, ma che nei fatti garantiscono copertura, armi e impunità a uno stato criminale, accusato di commettere niente meno che un genocidio dagli stessi tribunali internazionali.

