Turchia, il golpe preventivo di Erdoğan
Il progressivo svuotamento delle formalità democratiche in Turchia per mano del governo del presidente Erdoğan ha registrato una drastica accelerazione negli ultimi giorni con la rimozione forzata della leadership del principale partito di opposizione, CHP (Partito Popolare Repubblicano). Questi nuovi sviluppi arrivano al culmine di una campagna repressiva, condotta attraverso la magistratura turca, iniziata almeno all’indomani della sconfitta del partito del presidente – AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) – nelle elezioni amministrative del 2024 e volta a eliminare la minaccia alla permanenza al potere dello stesso Erdoğan. L’offensiva anti-democratica si collega direttamente al riposizionamento geopolitico in corso in Turchia, con l’allineamento di questo paese agli interessi strategici degli Stati Uniti e della NATO in un contesto regionale segnato da tensioni esplosive.
Giovedì scorso, una corte d’Appello nella capitale turca ha dichiarato la “nullità assoluta” del congresso del partito kemalista CHP tenuto il 4 e il 5 novembre 2023, al termine del quale era stato eletto come segretario Özgür Özel. La sentenza, che ha ribaltato il verdetto di primo grado emesso a ottobre 2025, ha azzerato di fatto oltre due anni di vita del partito, visto che decretava l’illegittimità di tutte le decisioni prese dalla nuova leadership, incluse le nomine dei vertici. Veniva inoltre reinsediato il precedente segretario, Kemal Kılıçdaroğlu, e i suoi uomini all’interno delle strutture del CHP.
La causa legale che ha portato allo straordinario epilogo di settimana scorsa era stata avviata dagli ambienti vicini a Kılıçdaroğlu, che denunciavano irregolarità nelle procedure del voto al congresso del 2023, in particolare la compravendita di voti tra i delegati del partito per favorire Özel. Il procedimento è stato estremamente controverso e, secondo molti osservatori, del tutto illegale. La competenza su eventuali irregolarità nello svolgimento dei congressi dei partiti politici turchi è infatti prerogativa della Commissione Elettorale Suprema (YSK). In questo caso, la disputa è stata giudicata invece dalla magistratura ordinaria con la scusa che le accuse riguardavano reati penali e non questioni procedurali.
L’epilogo della vicenda è stato favorito da una collaborazione di fatto tra Erdoğan e la fazione del CHP che fa capo a Kılıçdaroğlu. Il leader appena reinsediato non aveva praticamente commentato il caso, tantomeno per sollevare obiezioni, e ha alla fine accettato di buon grado la sentenza di giovedì scorso. Il giorno prima del verdetto, anzi, Kılıçdaroğlu era apparso in un video pubblicato in rete nel quale lasciava intendere che sarebbe presto tornato alla guida del partito, come cioè se fosse stato informato dell’imminente decisione della corte d’Appello di Ankara.
Domenica, infine, agenti di polizia della capitale sono intervenuti per sgomberare la sede del CHP a seguito di un’istanza presentata da Kılıçdaroğlu. Durante l’operazione sono stati forzatamente rimossi Özel e i suoi sostenitori, tra cui vari deputati del partito. La sentenza del tribunale di Ankara e lo sgombero hanno coinciso con l’inizio della festività di nove giorni dell’Eid al-Adha, così da limitare il più possibile eventuali manifestazioni di protesta. Proteste che sono comunque andate in scena e a cui lo stesso Özel ha preso parte. Lunedì, ad esempio, nella città di Izmir, dove il deposto leader del CHP era intervenuto tenendo un discorso ai sostenitori, la polizia ha caricato i dimostranti con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.
Nel caso politico e giudiziario innescato dalla causa legale che riguarda il CHP si intrecciano i conflitti interni al partito fondato da Kemal Atatürk e le manovre di Erdoğan per liquidare a tutti gli effetti la competizione elettorale in Turchia, pur mantenendone le formalità “democratiche”. Il ruolo di Kılıçdaroğlu in questo processo va fatto risalire alla sua sconfitta nelle presidenziali contro Erdoğan del maggio 2023. In seguito a essa, le pressioni sull’allora leader del CHP erano aumentate rapidamente, soprattutto dopo il suo rifiuto di rassegnare le dimissioni. Solo il congresso del novembre successivo ne avrebbe decretato la deposizione, contestualmente alla nomina di Özgür Özel.
Il cambio della guardia aveva poi portato alla già ricordata vittoria del CHP nelle elezioni locali del marzo 2024. Un risultato che aveva sconvolto l’AKP e il presidente, tanto da convincerlo ad accelerare i piani per eliminare le future minacce provenienti dalle urne. Il 19 marzo del 2025 c’era stato così l’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, considerato il più serio contendente di Erdoğan nelle prossime elezioni presidenziali. Anche in questo caso, il pretesto era stato confezionato da una causa legale tutta politica, collegata alla presunta laurea contraffatta che İmamoğlu aveva conseguito trent’anni prima. La revoca di questo titolo di studio privava il sindaco di Istanbul di uno dei requisiti previsti dalla legge turca per candidarsi alla presidenza.
A completamento delle operazioni pianificate per garantirsi la permanenza al potere, Erdoğan e il suo partito hanno poi preso di mira il CHP e la sua leadership, dal momento che i risultati delle amministrative del 2024 avevano dimostrato come il partito kemalista fosse in grado di superare anche a livello nazionale l’AKP. Il solo caos politico provocato dalle vicende di questi giorni rischia di essere sufficiente per neutralizzare la “minaccia” elettorale del CHP. Il reinsediamento di Kılıçdaroğlu ha infatti provocato l’inizio di una radicale spaccatura nel partito, col pericolo concreto di una possibile fuoriuscita di Özel e dei suoi sostenitori.
L’eventuale fondazione di un nuovo movimento da parte di questi ultimi o la stabilizzazione forzata del partito attraverso il consolidamento della posizione di Kılıçdaroğlu si risolverebbero in ogni caso in una dispersione dei consensi. Anche un possibile nuovo congresso non garantirà il ritorno ai vertici di Özel, visto che avverrebbe sotto la supervisione di leader e delegati selezionati da Kılıçdaroğlu. Il deposto segretario insiste comunque nel chiedere proprio un nuovo congresso, dimostrando di riconoscere in qualche modo il procedimento giudiziario che ha portato alla sua rimozione e, soprattutto, facendo appello a quello stesso sistema che denuncia come una manovra illegale sotto la regia di Erdoğan.
L’erosione delle formalità democratiche in Turchia nell’era Erdoğan è un processo ormai ben noto, mentre il cambio di passo di questi ultimi due anni si è reso necessario di fronte alla prospettiva della definitiva estromissione dal potere dell’AKP e dello stesso presidente. La misura della crisi che ha innescato queste dinamiche si può comprendere dal fatto che il CHP non è un soggetto politico “estremista”, bensì totalmente organico allo stato turco, essendo il partito del fondatore della repubblica. Gli attacchi di Erdoğan e della magistratura dimostrano quindi che anche il minimo scostamento dalla linea filo-occidentale e ultra-liberista sposata dal presidente e dal suo partito non può essere tollerato. Özel, infatti, aveva espresso timide condanne nei confronti dell’amministrazione Trump e dell’aggressione contro l’Iran, così come un qualche sostegno agli scioperi che stanno recentemente attraversando il paese.
Il compattamento interno e internazionale attorno al regime di Erdoğan è dunque collegato direttamente all’imposizione della figura ultra-screditata di Kemal Kılıçdaroğlu e al colpo di mano contro il CHP. Non è d’altra parte un caso che il giorno prima della sentenza che ha annullato il congresso del 2023 il presidente turco aveva avuto una conversazione telefonica con Trump, esattamente come era avvenuto alla vigilia dell’arresto di İmamoğlu lo scorso anno. Erdoğan ha così ottenuto in entrambi i casi il via libera da Washington alla stretta autoritaria e, di certo, sapeva di potere contare sul fatto che in Occidente non ci sarebbero state misure punitive concrete, ma tutt’al più sterili dichiarazioni di condanna.
L’evoluzione del quadro internazionale ha fatto dunque di Erdoğan un partner fondamentale per l’Europa e gli Stati Uniti, come conferma, al di là delle prese di posizione pubbliche di quest’ultimo, la partecipazione alla tragica farsa del “piano di pace” trumpiano per Gaza, la garanzia della continuità delle forniture di petrolio al regime genocida israeliano, la cooperazione sempre più stretta con la NATO anche in funzione anti-russa, la partecipazione attiva al tentativo di ridisegnare gli equilibri strategici nel Caucaso meridionale e il lavoro sporco fatto per l’UE nel limitare i flussi migratori verso il vecchio continente.
Un’evoluzione, quella descritta, che è del tutto coerente sia con la situazione domestica sia con quella esterna. Il CHP rappresenta solo in minima parte una voce critica delle posizioni pro-imperialismo e filo-israeliane di fatto di Erdoğan e, oltretutto, esclusivamente per ragioni elettorali, visto che la stragrande maggioranza della popolazione turca è contraria all’aggressione militare contro l’Iran e al genocidio palestinese. Kılıçdaroğlu è da parte sua l’esponente della fazione più filo-occidentale di un partito già tradizionalmente favorevole a NATO e UE. Proprio in questa direzione aveva infatti impostato la campagna per le presidenziali nel 2023, contro un Erdoğan in quel frangente impegnato a flirtare con le sirene del multipolarismo.
Per quanto riguarda USA ed Europa, invece, il tollerare gli “eccessi” di Erdoğan dipende dal riallineamento di quest’ultimo agli interessi occidentali, laddove negli anni scorsi, con il presidente turco coinvolto appunto in progetti di collaborazione in vari ambiti ad esempio con la Russia di Putin, si sprecavano le manifestazioni di indignazione e di condanna per la deriva dittatoriale imposta alla Turchia. A ben vedere, inoltre, l’attacco frontale di Erdoğan a quel che resta delle forme della democrazia nel suo paese corrisponde a quanto sta accadendo da tempo nella stessa Europa e, ancora di più, nell’America di Donald Trump.

