Il terrorismo secondo Londra
La decisione del governo britannico di trattare gli attivisti di Palestine Action alla stregua di terroristi è tornata al centro del dibattito politico e giudiziario nel Regno Unito dopo la pubblicazione di nuovi documenti ottenuti dal sito Declassified UK, che sembrano confermare come Londra abbia progressivamente piegato e reinterpretato la legislazione antiterrorismo per colpire il dissenso pro-palestinese. Non si tratta soltanto dell’ennesimo scontro giudiziario legato alla guerra di Gaza, ma di un caso destinato a creare un precedente estremamente pericoloso per le libertà civili nel Regno Unito e, più in generale, in Europa occidentale.
I documenti rivelati da Declassified UK mostrano infatti come l’apparato politico, giudiziario e di sicurezza britannico avesse iniziato a discutere della possibile messa al bando di Palestine Action già settimane prima dell’azione condotta dai suoi attivisti nell’agosto 2024 contro uno stabilimento della Elbit Systems a Filton, vicino Bristol. È proprio questo elemento a rendere ancora più controversa l’intera vicenda: l’impressione sempre più concreta è che le accuse di “terrorismo” siano state costruite a posteriori per giustificare politicamente e legalmente la criminalizzazione di un movimento impegnato a cercare di ostacolare le forniture militari a Israele.
I fatti da cui prende avvio il caso sono noti. Il 6 agosto 2024 alcuni attivisti di Palestine Action entrarono nell’impianto della Elbit Systems, azienda israeliana produttrice di armamenti e tecnologia militare utilizzata anche nelle operazioni condotte dall’esercito israeliano a Gaza. Durante l’azione furono danneggiati droni e altre attrezzature della fabbrica. Vi furono inoltre scontri con gli addetti alla sicurezza, uno dei quali avrebbe persino colpito un attivista con una mazza.
Gli imputati vennero inizialmente arrestati con accuse ordinarie legate a danneggiamenti e violazione di proprietà privata. Ma, dopo circa 36 ore, furono nuovamente arrestati sulla base della sezione 5 del Terrorism Act britannico, cioè la norma relativa alla “preparazione di atti terroristici”, un reato potenzialmente punibile persino con l’ergastolo. La misura apparve subito sproporzionata a numerosi osservatori internazionali, tanto che alcuni relatori speciali delle Nazioni Unite inviarono una comunicazione ufficiale al governo britannico denunciando l’uso improprio della legislazione contro attivisti privi di qualsiasi collegamento credibile con il terrorismo.
Alla fine gli imputati non sono stati processati formalmente per terrorismo. Tuttavia, la Procura della Corona (Crown Prosecution Service) ha chiesto che ai reati contestati venisse applicata l’aggravante del “collegamento terroristico”, prevista dalla legislazione britannica e che consente di trattare alcuni reati ordinari come appunto connessi al terrorismo. Quest’ultimo punto risulta cruciale nella vicenda. Come emerge dall’inchiesta di Declassified UK, il problema non riguarda soltanto l’estensione arbitraria del concetto di terrorismo, ma il fatto che tale aggravante possa essere decisa da un giudice senza che una giuria popolare abbia mai stabilito l’esistenza di un reato terroristico. Gli imputati rischiano quindi di essere trattati e condannati come terroristi pur non essendo mai stati giudicati colpevoli di terrorismo.
Le conseguenze pratiche sarebbero enormi. A differenza dei detenuti ordinari, che nel Regno Unito possono beneficiare della liberazione anticipata dopo avere scontato circa il 40% della pena, coloro a cui viene attribuita questa aggravante devono scontare quasi integralmente la condanna e possono restare sottoposti per decenni a misure restrittive e di sorveglianza normalmente applicate ai terroristi.
La natura profondamente politica dell’operazione appare ancora più evidente alla luce dei documenti ottenuti da Declassified UK. Uno di essi, redatto dalla Rete Nazionale della Polizia Antiterrorismo (Counter Terrorism Policing) nel giugno 2024, dunque oltre un mese prima dell’azione di Filton, fa esplicito riferimento alle implicazioni organizzative derivanti da una possibile dichiarazione di Palestine Action come “gruppo terroristico”. In altre parole, la macchina istituzionale britannica stava già preparando il terreno per la messa al bando dell’organizzazione.
Secondo gli avvocati degli attivisti, la successiva introduzione dell’aggravante del “collegamento terroristico” nel caso Filton sarebbe servita proprio a creare artificialmente i presupposti giuridici necessari per arrivare alla proscrizione di Palestine Action. Una ricostruzione resa ancora più credibile dal fatto che esponenti del governo, tra cui l’ex ministro dell’Interno Yvette Cooper, hanno successivamente utilizzato proprio quella “connessione terroristica” come argomento politico per giustificare la messa al bando del gruppo.
Il quadro che emerge è quello di una pericolosa torsione autoritaria del diritto penale britannico. La legislazione antiterrorismo, già estremamente ampia dopo decenni di “guerra globale al terrorismo”, viene reinterpretata fino a comprendere azioni di sabotaggio politico e danneggiamento materiale prive di intenzioni omicide o di attacchi contro civili.
Del resto, quando il Terrorism Act venne approvato nel 2000, il ministro dell’Interno Jack Straw aveva assicurato che la normativa non sarebbe stata utilizzata contro gruppi di attivismo interno come Greenpeace o movimenti impegnati in azioni dirette di protesta. Ma nel 2021 il Counter-Terrorism and Sentencing Act ha abbassato drasticamente la soglia necessaria per applicare l’aggravante terroristica, consentendo ai giudici di introdurla anche in casi non propriamente terroristici e senza il vaglio di una giuria.
La questione centrale diventa allora capire dove si collochi il confine tra protesta radicale e terrorismo. Ed è qui che emergono altre rivelazioni inquietanti contenute nei documenti esaminati da Declassified UK. Le autorità britanniche si rifiutano infatti di spiegare pubblicamente quando un danneggiamento materiale legato a una protesta oltrepassi la soglia del terrorismo. Né la Procura della Corona né l’Ufficio della Procura Generale (Attorney General’s Office) hanno voluto fornire linee guida o criteri ufficiali.
Tuttavia, alcuni documenti interni sembrano suggerire che il discrimine sia stato individuato arbitrariamente nella soglia di un milione di sterline di danni economici. Se un’azione supera quel livello, potrebbe essere trattata come terrorismo. Una definizione estremamente vaga e manipolabile, soprattutto considerando che le aziende colpite possono gonfiare le stime dei danni includendo perdite indirette o mancati ricavi.
In un caso precedente riguardante un’azione contro la compagnia francese Thales a Glasgow, i danni effettivi erano stati stimati in circa 190 mila sterline, ma l’azienda aveva aggiunto quasi un milione di “mancati introiti” dovuti alla chiusura del sito. In un altro episodio, relativo a uno stabilimento di Runcorn, una stima iniziale di quattro milioni di sterline venne successivamente ridotta a poco più di 200 mila. Non esiste però alcun sistema indipendente di verifica prima che tali cifre vengano utilizzate per aggravare le accuse contro gli attivisti.
Il rischio evidente è che la definizione di terrorismo venga modellata sulle esigenze politiche del momento e sugli interessi dell’industria bellica. E non è casuale che tutto questo avvenga proprio mentre cresce in Europa e negli Stati Uniti la mobilitazione contro il sostegno militare occidentale a Israele. Il governo britannico, che negli ultimi decenni ha partecipato direttamente o come partner minore di Washington ad alcune delle più devastanti operazioni militari illegali del XXI secolo – dall’invasione dell’Iraq nel 2003 ai bombardamenti in Libia e Siria – pretende oggi di impartire lezioni di legalità e antiterrorismo a giovani attivisti accusati di avere sabotato fabbriche di armi utilizzate da Israele nella distruzione di Gaza e nel genocidio palestinese.
L’ipocrisia appare ancora più evidente considerando che Londra continua a proteggere aziende come Elbit Systems e altre società coinvolte nella produzione di armamenti destinati all’esercito israeliano, nonostante le accuse di genocidio avanzate contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia. Mentre chi denuncia o tenta di ostacolare concretamente queste forniture viene criminalizzato come “terrorista”, i governi occidentali continuano a garantire copertura diplomatica, economica e militare a uno stato che viola sistematicamente ogni norma del diritto internazionale.
L’obiettivo politico sembra evidente, ovvero creare un precedente capace di intimidire il movimento di solidarietà con la Palestina e scoraggiare qualsiasi forma di azione diretta contro il complesso militare-industriale che sostiene Israele. Non a caso, durante il processo agli attivisti di Palestine Action, alla giuria è stato impedito persino di conoscere il contesto politico dell’azione, cioè il riferimento al massacro di Gaza e al ruolo della Elbit Systems nella produzione di armamenti utilizzati dall’esercito israeliano.
Eppure, nonostante l’enorme pressione politica e mediatica, le accuse più pesanti hanno già iniziato a mostrare le loro contraddizioni. Le giurie popolari hanno infatti assolto gli imputati dalle accuse legate all’intenzione di usare violenza contro le persone, indebolendo una delle principali giustificazioni utilizzate dal governo per sostenere la messa al bando di Palestine Action.
Il prossimo 12 giugno si terrà l’udienza per la sentenza nei confronti di Charlotte Head, Samuel Corner, Leona Kamio e Fatema Rajwani presso la Woolwich Crown Court di Londra. Tre giorni dopo, il 15 giugno, la Corte d’Appello dovrà pronunciarsi sulla legalità stessa della decisione governativa di dichiarare illegale Palestine Action, dopo che l’Alta Corte aveva già giudicato illegittimo il provvedimento in primo grado. Due appuntamenti destinati a pesare non soltanto sul futuro degli imputati, ma sul significato stesso della parola “terrorismo” nella Gran Bretagna contemporanea.

