Trump e la pace che fa paura
Gli sviluppi del fine settimana appena trascorso sul fronte della guerra contro l’Iran hanno mostrato come l’amministrazione Trump rimanga sprovvista di strumenti per risolvere la crisi ed evitare una sconfitta strategica di portata storica. Uno dei fattori che pesa sempre più sulle decisioni – o assenza di esse – della Casa Bianca è il malumore crescente tra i “falchi” del Partito Repubblicano, i quali, essendo di fatto in simbiosi con il regime sionista, stanno uscendo allo scoperto per denunciare una possibile intesa con Teheran che lascerebbe la Repubblica Islamica di fatto in una posizione più forte rispetto a prima dell’inizio dell’aggressione illegale di Washington e Tel Aviv.
Secondo le notizie più recenti, le due parti si sarebbero avvicinate convergendo su un possibile “memorandum d’intesa” basato su alcuni punti preliminari, in modo da creare le condizioni per un negoziato sulle questioni cruciali nei successivi 30 giorni. Le dichiarazioni, tramite il suo social Truth, dello stesso Trump hanno però subito confermato come la versione ufficiale degli eventi corrisponda solo in minima parte alla realtà. Tramite le agenzie di stampa legate al governo, l’Iran ha infatti smentito il presidente americano e avvertito che resta una fortissima diffidenza nei confronti degli Stati Uniti. In maniera decisiva, due questioni in particolare sono oggetto della contesa per via di posizioni radicalmente differenti: il controllo dello stretto di Hormuz e la sorte della scorta di uranio arricchito a disposizione di Teheran.
Riguardo alla prima, Trump interpreta la riapertura come un ritorno a prima della guerra scatenata il 28 febbraio scorso, ma il governo iraniano non rinuncerà in nessun modo alla nuova gestione del transito di imbarcazioni, ovvero esercitando il controllo su chi può attraversare questa via d’acqua e riscuotendone i pedaggi. Anche la possibilità di continuare a operare il proprio programma nucleare a scopi civili è una linea rossa che Teheran ha fissato in maniera inequivocabile. Questo diritto gli è attribuito in quanto firmatario del Trattato di Non Proliferazione nucleare, così che non ci saranno discussioni sull’argomento, tanto più nella fase iniziale dei negoziati o come ipotesi di concessione preliminare.
Su questi temi le posizioni appaiono inconciliabili ed è difficile immaginare un compromesso o un passo indietro, perché per l’Iran si tratterebbe di cedere di fatto la propria sovranità, mentre per Trump di ammettere la sconfitta e aprire una crisi politica gigantesca per la propria amministrazione. La Casa Bianca sembra di conseguenza impegnata a prendere altro tempo, rimandando la decisione su un nuovo attacco militare. Molti analisti si sono tuttavia interrogati sui vantaggi che Trump ritiene di avere di qui a una o più settimane, visto che il tempo non è esattamente dalla parte dell’America. L’economia globale rischia di crollare già in questa situazione di conflitto più o meno congelato e c’è perciò da chiedersi quanto gravi sarebbero le conseguenze se l’Iran dovesse rispondere come ha promesso in caso di una nuova aggressione israelo-americana, vale a dire colpendo pesantemente gli interessi degli USA e dei loro alleati in tutto il Medio Oriente e non solo.
Da Teheran sono arrivati anche avvertimenti circa il tentativo americano di boicottare negoziati che lo stesso presidente aveva appena definito promettenti e vicini a dare vita a un accordo. Washington avrebbe fatto un passo indietro ad esempio dall’impegno a sbloccare una parte dei fondi iraniani congelati e a includere in un eventuale accordo il fronte libanese, sempre caldissimo per via delle operazioni militari israeliane che proseguono nonostante la tregua nominale in vigore. La natura propagandistica della narrativa su un possibile accordo è dimostrata dal fatto che, per quanto la Casa Bianca possa essere seria nei negoziati, per sbloccare i fondi servirebbe un voto del Congresso, essendo le sanzioni in vigore in buona parte codificate da leggi approvate da questo organo. Allo stato attuale delle cose, è estremamente improbabile che ciò possa accadere.
L’allargamento di un cessate il fuoco reale o un accordo di media o lunga durata dovrebbe inoltre fare i conti con la reazione di Israele. Con attacchi militari decisi autonomamente, provocazioni o “false flag” e pressioni sulla politica americana tramite la potentissima lobby sionista attiva in America, Israele potrebbe quasi certamente imporre un veto all’amministrazione Trump e trascinare quest’ultima in una nuova fase dell’aggressione.
Come accennato all’inizio, la destra repubblicana è stata protagonista di attacchi coordinati contro la Casa Bianca e il possibile accordo di pace con l’Iran. Già il fatto che il nervosismo di questi ambienti sia esploso a livello pubblico, evidenziando divisioni politicamente imbarazzanti per Trump, rivela forse la (relativa) serietà con cui il presidente americano stia pensando a una via d’uscita dalla crisi. Anche perché quest’ultimo ha preso di mira proprio coloro che lo hanno criticato direttamente o indirettamente senza conoscere tutti i dettagli delle trattative.
Alcuni senatori repubblicani hanno in particolare espresso preoccupazione per una ritirata imminente senza che nessun obiettivo della guerra sia stato raggiunto. Anzi, tutti hanno rilevato come il rischio concreto è che l’Iran esca rafforzato dal conflitto, con l’ovvia conseguenza di una drastica diminuzione del peso americano nella regione. È singolare e decisamente ironico che i guerrafondai repubblicani terrorizzati dalle conseguenze di questa guerra siano gli stessi che per anni si sono adoperati – di concerto con Israele – per scatenare un’aggressione militare contro la Repubblica Islamica.
L’isteria che si registra in questi giorni a Washington è evidentemente solo un assaggio della mobilitazione già iniziata per boicottare una trattativa che, di per sé, appare già problematica per i motivi citati in precedenza. È facile immaginare come gli ambienti delle lobby sioniste stiano facendo la gran parte del lavoro, probabilmente anche consentendo di evitare dichiarazioni o pressioni pubbliche a un regime, come quello di Netanyahu, costretto a limitare al minimo lo scontro con la Casa Bianca in vista delle prossime elezioni, previste dopo l’estate.
Resta il fatto che il dilemma di Trump su come districarsi da una crisi politica e militare senza ovvie soluzioni riguarda anche i “falchi” che spingono per il ritorno ai bombardamenti. Non è chiaro infatti come una nuova fase militare possa dare risultati migliori rispetto a quella terminata con la tregua scattata l’8 aprile scorso. Va anche considerato, a questo proposito, che la decisione di attaccare l’Iran non dipende solo dagli Stati Uniti, ma sempre più anche da partner arabi molto scettici verso la soluzione militare, principalmente per il timore della devastante ritorsione minacciata da Teheran. Senza l’autorizzazione di paesi come Arabia Saudita o Qatar per l’uso dei rispettivi spazi aerei o di ciò che resta delle basi americane sul loro territorio, le questioni logistiche dell’attacco potrebbero risultare irrisolvibili.
La logica dell’impero non ammette ad ogni modo concessioni a un nemico storico con cui si è scatenata una guerra di aggressione letteralmente per causarne la distruzione. In molti continuano a credere che alla fine Trump autorizzerà un’altra ondata di attacchi come gesto dimostrativo per salvare la faccia e fare marcia indietro senza ammettere la sconfitta. Il problema di questo piano è che l’Iran non è più disposto ad accettare compromessi o soluzioni concordate che offrano una via d’uscita a Washington, di conseguenza, ha avvertito in più circostanze che un qualsiasi nuovo attacco militare provocherà una risposta durissima in grado di aggravare drammaticamente la crisi economica globale e ridimensionare in maniera permanente la posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente.

