USA e Israele, gemelli di guerra
Le “rivelazioni” di questi giorni sulla spaccatura che si starebbe consumando tra Trump e Netanyahu attorno alla guerra in Medio Oriente sembrano essere in larga misura gonfiate o si riferiscono tutt’al più a differenze tattiche che, in ogni caso, potrebbero avere effetti sulle dinamiche diplomatiche in corso tra USA e Iran. Ci sono tuttavia questioni reali che stanno agitando le acque sull’asse Washington-Tel Aviv, fino a portare alla luce del sole scontri verbali raramente resi pubblici, come appunto quelli dei giorni scorsi tra il presidente americano e il premier-criminale di guerra israeliano. In questo scenario si inseriscono due notizie correlate che chiariscono in una certa misura le preoccupazioni crescenti per lo stato dei rapporti bilaterali sia negli ambienti sionisti sia in quelli più cauti riguardo all’influenza dello stato ebraico sull’apparato di potere americano. La prima è la possibile approvazione al Congresso di Washington di un emendamento alla legge di bilancio del Pentagono che integrerebbe in modo radicale le forze armate dei due alleati, mentre la seconda è l’allarme attivato dallo stesso dipartimento “della Guerra” USA per le attività di spionaggio fuori controllo condotte da Israele in America.
Nel mostruoso stanziamento di fondi annuali da destinare alla macchina da guerra americana, attualmente in discussione al Campidoglio, i deputati Mike Rogers (repubblicano) e Adam Smith (democratico) hanno inserito senza troppo clamore una “sezione” – la 224 – il cui contenuto getta le basi per un drastico rafforzamento della collaborazione tra i militari USA e di Israele. I critici di questa misura l’hanno definita una vera e propria fusione tra le rispettive forze armate, visto che renderebbe automatica la collaborazione in praticamente tutti gli ambiti: dalla ricerca e sviluppo alla co-produzione di armi, fino alla gestione delle licenze di esportazione e alla realizzazione di armamenti di ultima generazione, inclusi quelli autonomi gestiti dall’intelligenza artificiale.
È superfluo ricordare che Stati Uniti e Israele già collaborano fittamente nel settore della “difesa”, così come Washington ha in essere partnership con vari alleati attraverso le quali vengono prodotte determinate armi ed equipaggiamenti militari. Riguardo a quest’ultima circostanza, si pensi al caso degli F-35, frutto di un consorzio di vari paesi NATO che producono autonomamente alcune parti degli ultra-costosi caccia di progettazione americana. Il livello di integrazione con Israele che prospetta ora l’emendamento in discussione al Congresso sarebbe di gran lunga superiore a tutto ciò, se non altro per la base di partenza. Gli USA, infatti, forniscono annualmente circa 3,8 miliardi di dollari di armi a Tel Aviv e si stima che dalla fondazione dello stato ebraico nel 1948 Washington abbia sborsato alla voce “assistenza militare” una cifra che, aggiustata per l’inflazione, si aggira attorno ai 200 miliardi.
Uno degli aspetti più spinosi della proposta è l’intreccio che si creerebbe tra i centri dedicati alla raccolta dati in ambito militare. In sostanza, Israele avrebbe accesso totale e automatico a dati e informazioni di qualsiasi genere in possesso delle forze armate statunitensi. È facile immaginare, davanti a questa ipotesi, come si moltiplicherebbero le possibilità da parte di Israele di influenzare le decisioni militari americane, considerando che già oggi l’ascendente sionista sugli USA è enorme.
L’elemento forse più problematico della questione è però che gli “aiuti” militari a Israele verrebbero sottratti al dibattito pubblico per diventare un procedimento automatico che avviene senza nessuna trasparenza. In pratica, già oggi gli stanziamenti e le forniture militari al regime sionista avvengono senza reali discussioni e in un clima bipartisan, ma almeno in teoria vi è un dibattito parlamentare aperto, seguito da un voto in aula. L’integrazione che si prospetta cancellerebbe invece anche questa minima garanzia di trasparenza. Sempre dal punto di vista legislativo, la nuova iniziativa impedirebbe di fatto a una futura amministrazione il taglio degli “aiuti” da destinare all’alleato – ad esempio come strumento di pressione – o una revisione del rapporto speciale che lega i due paesi. Questi ostacoli si aggiungerebbero a un’altra barriera legale che nel 2008 il Congresso di Washington aveva stabilito, ovvero l’obbligo di garantire a Israele un vantaggio qualitativo in ambito militare sui vicini mediorientali.
L’aggiunta dell’emendamento in questione nel prossimo bilancio del Pentagono è evidentemente il risultato del lavoro congiunto tra la lobby sionista negli USA e gli esponenti dei due principali partiti americani più vicini a Israele, ovvero finanziati da gruppi di pressione come l’AIPAC. Che questa spinta alla fusione tra le due forze armate avvenga in questo frangente storico non è per nulla casuale. Secondo logica, la collaborazione tra Stati Uniti e Israele dovrebbe essere al contrario allentata, dal momento che tutte le rilevazioni di opinione in America, come altrove, indicano un crollo della popolarità dello stato ebraico. Un peggioramento dell’immagine più che scontata, visti i crimini mostruosi che il regime di Netanyahu ha commesso negli ultimi anni.
I “rappresentanti del popolo” negli USA non sono però tali da tempo, ma difendono piuttosto un sistema che protegge gli interessi del capitalismo indigeno e quelli degli alleati che a loro volta contribuiscono alla proiezione del potere americano nelle aree strategicamente più importanti del pianeta. In una situazione di profonda crisi come quella attuale, così, le posizioni della classe dirigente e quelle degli elettori divergono sempre di più, fino a costringere la prima ad adoperarsi per implementare politiche impopolari, immorali e, spesso, palesemente illegali.
Tornando alla “sezione” 224 del bilancio del Pentagono, la misura in discussione deve essere approvata al più presto proprio per evitare che il discredito di Israele aumenti ancora di più, fino a rendere politicamente troppo onerosa un’iniziativa di questo genere anche per un Congresso in larga misura venduto agli interessi dello stato ebraico. Quest’ultima circostanza è peraltro ancora di là da venire. Deputati e senatori americani di entrambi gli schieramenti restano impermeabili alle opinioni su Israele di chi li vota. Infatti, una mozione per rimuovere l’emendamento dal bilancio, presentata dal deputato democratico Ro Khanna, è stata bocciata sommariamente nei giorni scorsi dalla commissione Forze Armate della Camera dei Rappresentanti.
L’altra notizia a cui si accennava all’inizio è per molti versi collegabile a quella appena raccontata. Nel fine settimana, l’agenzia di intelligence del Pentagono (DIA) ha alzato al massimo livello la minaccia rappresentata dalle spie israeliane. A scriverne sono stati il New York Times e NBC News, le cui fonti hanno spiegato come Tel Aviv stia cercando di ottenere informazioni dettagliate sui negoziati in corso tra USA e Iran. Oggetto dell’interesse dell’intelligence sionista sono in particolare il capo dei negoziatori americani, Steve Witkoff, e il responsabile dell’elaborazione delle politiche militari del Pentagono, Elbridge Colby, e uno dei suoi vice, Michael DiMino.
Il fatto che Israele si dedichi allo spionaggio ai danni del suo alleato e benefattore numero uno non è certo una novità, ma queste operazioni di intelligence, secondo la stampa americana, sarebbero diventate “fuori controllo” nell’ultimo periodo. Questo furioso interesse per conoscere in anticipo le mosse dell’amministrazione Trump si può spiegare con i crescenti timori per un possibile accordo in vista tra Washington e Teheran che finisca per restringere la libertà d’azione di Tel Aviv. Più in generale, come per la proposta di integrazione tra le forze armate dei due alleati, la minaccia “critica” rappresentata dall’intelligence israeliana rimanda anche in questo caso al tentativo, da parte del regime sionista, di limitare i danni derivanti da ipotetici aggiustamenti della politica estera USA nei confronti di un alleato che rischia di diventare – o è già di fatto diventato – un fardello insostenibile.

