La Flotilla, i terroristi e i complici
C’è una coerenza tenace e reiterata nelle posizioni del governo italiano su Israele. Sembra rievocare i preziosissimi suggerimenti di Tajani sulla guerra nel Golfo, quando diede sfoggio di sapienza militare avvertendo di non stare alla finestra se bombardano. Certo, sappiamo che quando il governo non sa che dire e come dirlo, dato il prepensionamento di Lollobrigida, fa entrare in gioco Tajani e le tragedie diventano farse nello spazio di minuti. Ma il rischio in questo frangente è che il caso della Flotilla, ovvero imbarcazioni civili con equipaggi indifesi di donne e uomini perbene, il cui unico scopo era portare aiuti alla popolazione di Gaza, diventi il caso “Ben Gvir”.
Grazie ad un’astuta manipolazione politico-mediatica, di fronte all’intollerabilità assoluta dell’agire israeliano, il governo Meloni e la stampa mainstream associata tentano ora di spostare tutto sulla responsabilità personale del criminale che svolge il ruolo di Ministro per la Sicurezza. Ben Gvir si trova in buona compagnia; additarlo come unico responsabile della catena di orrori decisamente più lunga e criminale di quelli ai danni della Flotilla, serve a scagionare Netanyahu, che di Ben Gvir è socio genocidario. Lo è del resto l’intera compagine politica che sostiene il governo e persino la società israeliana che li ha votati e tutt’ora li applaude. Ma Ben Gvir è solo il volto volgare ed idrofobo del sionismo, non rappresenta il punto di riferimento dei poderosi interessi internazionali che sostengono Israele.
Quello che interessa sottolineare qui riguarda lo specifico italiano, ricordando a tutti che se figuri come Ben Gvir o Smootrich non hanno ancora ricevuto l’attenzione giudiziaria che meriterebbero, è proprio grazie al governo italiano, che d’intesa con quello tedesco ha posto il veto ad ogni tipo di sanzione proposta in sede UE. E se oggi al governo sembra una buona idea quella di reagire – sanzionando minimamente i coloni, che non comporta sanzioni al governo perché non ne fanno parte – è perché una rottura con il governo di Tel Aviv non è nemmeno pensabile per un governo che ne è complice e una opposizione che presenta al suo interno la famosa “sinistra per Israele”, ovvero la scialuppa di salvataggio parlamentare del genocidio.
Le istituzioni – da Palazzo Chigi al Quirinale con toni diversi ma non troppo – pronunciano parole obbligate nei confronti di un governo terrorista che colpisce in acque internazionali senza alcun diritto e in totale inosservanza delle norme del Diritto consuetudinario come di quello del mare e commette crimini con la certezza dell’impunità politica, economica e militare. Ma, senza vergogna, l’Italia continua ad opporsi al blocco degli accordi commerciali con Israele e ad ogni altra forma di sanzioni verso il suo governo. Le parole contro Ben Gvir sono dunque nulla di straordinario, solo il minimo indispensabile. Obbligate di fronte a cittadini e natanti italiani assaliti in acque internazionali, arrestati illecitamente e torturati, vittime di abusi sessuali e maltrattamenti vari. Restare in silenzio, oltre che complicità avrebbe indicato vigliaccheria politica e sottomissione verso Tel Aviv.
Il centrosinistra fa bene dunque a chiedere al governo maggiore decenza nella protesta, ma sarebbe importante che alcune misure ritorsive fossero prese unilateralmente dall’Italia, anche senza il consenso europeo. Invece persino la Polonia ci supera dichiarando Ben Gvir persona non grata (e lo stesso fa Parigi). Sarebbe importante una posizione italiana in attesa di una europea, perché spostare tutto sul piano europeo aiuta la Meloni a sostenere Netanyahu e serve a fare in modo che nessuna reazione concreta trovi luce, considerando tempi e spinte centrifughe europee. Si chiederà alla Germania di porre il veto e poi si dirà che purtroppo ci abbiamo provato ma senza successo per colpa di Berlino e nel frattempo una coltre di silenzio avrà insabbiato i fatti.
Non è retorico chiedersi cosa sarebbe successo se quanto fatto dai macellai israeliani fosse stato fatto da russi o bielorussi. Certamente il massimo rappresentante NATO e UE in Italia avrebbe convocato il Consiglio Supremo di Difesa con all’ordine del giorno la rottura delle relazioni diplomatiche, se non addirittura qualcosa di peggio. Il doppiopesismo ipocrita sul quale si regge la politica estera europea e italiana si dimostra una costante. Il linguaggio sguaiato e i pacchetti di sanzioni (che si ritorcono contro i sanzionatori facendoci affondare l’economia oltre che il senso del ridicolo verso la Russia) nei confronti di Israele diventa calmo e misurato, attento agli aggettivi e improntato ad evitare ogni possibile decisione sanzionatoria, anche perché l’Italia (dopo la Germania e gli USA) è il maggior fornitore d’armi di Israele.
Chi sta con chi?
Le dichiarazioni della Meloni e della sua compagine negli ultimi anni lo confermano: l’avversità politica del governo italiano è verso la Flotilla, non verso Israele. Siamo al fiancheggiamento del governo israeliano. L’accusa di antisemitismo a chiunque dissente e/o denuncia gli orrori contro la popolazione civile palestinese è ormai un disco rotto che fa il paio con le accuse di Tel Aviv contro chiunque chiede di salvare i palestinesi, additato come affiliato ad Hamas. E ora si assiste, per colmo di B-movie, alla libera uscita di strampalati peones della destra che arrivano addirittura a difendere Netanyahu, così da costituire un ipotetico fronte di estrema destra e far apparire il governo come elemento di equilibrio tra spinte opposte.
Si dimostra come il governo non sia con chi dissente violentemente ma contro con chiunque, anche pacificamente, si opponga. A questo servono i decreti, a dimostrare come sia l’idea stessa della protesta un vulnus intollerabile per i camerati di Palazzo Chigi. Quanto al convincimento per cui la solidarietà con la Palestina sarebbe una manovra politica per attaccare il governo italiano, oltre ad essere una involontaria excusatio, è soprattutto un’idiozia solenne. Come se una delle grandi tragedie della storia fosse subordinata alle sorti di un governicchio che sembra una soap opera e che certifica il bollino nero di governo più ridicolo della storia repubblicana italiana.
Ci sono poi i media affiliati, dove si esercitano carriere sui tormentoni che l’apparato mediatico sionista ha ordinato alla casta giornalistica e politica occidentale come mantra da ripetere ossessivamente per ottenere l’accettabilità dell’inaccettabile. Un’applicazione sul campo della “Finestra di Overton”, la teoria della comunicazione che spiega come l’abbassamento costante del linguaggio riduce la capacità argomentativa del discorso pubblico e sposta sempre più in basso il grado di intollerabilità dei concetti. In questo modo, ciò che prima pareva inaccettabile, progressivamente diverrà comprensibile, quindi quasi condivisibile e infine accettato come legittimo.
Quanto avviene in questi giorni dimostra che la Flotilla – straordinario e nobile esempio di cosa significhi la solidarietà – ha raggiunto i suoi obiettivi: pur pagando un prezzo alto e non riuscendo a consegnare gli aiuti (ma nessuno poteva lucidamente credere il contrario) ha dimostrato che la solidarietà con gli ultimi non è un principio caritatevole ma un modo di comportarsi di fronte alle ingiustizie dei potenti. Ha fatto in modo che il mondo intero abbia visto chi sono e come si comportano gli israeliani ed ha tenuta aperta la finestra su Gaza, di cui nessuno parla più, facendo finta che regni l’accordo di pace, benché siano migliaia i palestinesi uccisi dalla sua entrata in vigore.
Un altro successo della Flotilla è stato mettere in crisi l’altro paradosso comunicativo, secondo il quale Israele sarebbe “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Alla fine di una vicenda che spazza ambiguità e disegna chiaramente chi sta con le vittime e chi con i carnefici, due domande restano senza risposte: se una nazione nata sul furto della terra ai legittimi proprietari, che non ha confini, che muove guerre per rubare risorse e territori a tutti i paesi dell’area, che pratica repressione, apartheid, terrorismo e genocidio, è definibile un Paese democratico, cosa farebbe se invece fosse una dittatura? E apre un’altra domanda ancor più profonda: cosa intende l’Occidente per democrazia?

