Cuba, il gigante Raul e il pagliaccio Trump
La presunta incriminazione del generale cubano Raul Castro e l’invio della portaerei a propulsione nucleare Nimitz nei Caraibi, sono i due schemi della partita che Trump intende giocare contro Cuba. L’isola socialista gli appare forse come unica via di fuga dall’ennesima figuraccia militare patita nel Golfo Persico e, comunque, è tributo alla comunità cubano-americana della Florida. Che esprime ben 11 deputati, una forza di pressione finanziaria ed una rete di collegamento con la galassia neonazista in tutti gli States, che fu utilissima nel voto che riportò Donald Trump alla Casa Bianca ma che oggi appare disorientata e delusa dal governo del pazzoide.
L’accusa contro Raul, Ministro della Difesa di Cuba nel 1996, dal punto di vista giuridico è senza senso. E’ un’accusa tutta politica, riflesso di un odio e di una sete di vendetta per non aver potuto e saputo sconfiggere quasi 70 anni di socialismo cubano a 90 miglia dalle loro coste. Ma vediamo nello specifico a cosa si riferisce formalmente.
Siamo nel Febbraio 1996, quando durante l’Amministrazione Clinton, la lobby cubano-americana di Miami si attiva per impedire ipotetici quanto improbabili allentamenti del blocco contro Cuba. Ordina a a Josè Basulto, collaboratore della CIA e capo dell’organizzazione Hermanos al rescate, di arrivare con due aerei da turismo sulle coste di Cuba e inscenare uno show propagandistico. Cuba però, come tutti i paesi del mondo, avverte che non tollera nuove penetrazioni illegittime del suo spazio aereo.
Gli avvisi giungono in forma diretta sia al governo statunitense, responsabile per giurisdizione di quanto avviene negli aeroporti USA, sia all’Ente Federale dell’aviazione civile, deputato a dare le necessarie autorizzazioni alle operazioni aeroportuali. Le autorità USA comprendono perfettamente e chiedono ai proprietari di aerei privati di rinunciare ai voli verso lo spazio aereo cubano se non espressamente autorizzati dalle autorità dell’isola. La stessa Casa Bianca invita ad astenersi da provocazioni. Ma a Miami contano sul fatto che Cuba non reagirà con la forza e dunque si colpirà seriamente il prestigio dell’isola.
Il 24 Febbraio nel cielo tra Miami e Cuba ha luogo la provocazione. Come da prassi nelle procedure internazionalmente stabilite per i casi di violazione dello spazio aereo, i piloti cubani avvertono per tre volte l’equipaggio dei due aerei da turismo che devono rientrare, ma non ricevono risposte. Ignorati i tre avvisi gli aerei procedono verso lo spazio aereo cubano ed allora i due Mig dell’aviazione militare aprono il fuoco e i due aerei dei gusanos vengono abbattuti.
Non c’era molto da scegliere e Cuba aveva avuto già significativi esempi di cosa volesse dire applicare tolleranza politica verso queste provocazioni: attentati di varia natura, tra cui spari sui bagnanti sulla spiaggia di Varadero, agenti chimici gettati sui campi coltivati per avvelenare il cibo e una campagna di terrore fatta di assassinii, dirottamenti e bombe. Era giunto il momento di smentire a chi pensava di colpire l’isola impunemente.
Per chi conosce la storia del terrorismo cubano-americano contro Cuba non c’è molto di nuovo sia nell’azione dei gusanos che nella reazione delle forze di sicurezza cubane. Hermanos al rescate o Alpha 66 sono due delle diverse sigle facenti parte della galassia della FNCA che, sotto lo sguardo compiaciuto della CIA e delle autorità federali della Florida, si addestrano nelle Everglades e organizzano gli attentati da compiere sull’isola. Le aggressioni terroristiche vengono realizzate sin dagli anni ’60, ma da metà degli anni ’80, con la nascita della Fondazione Nazionale Cubano Americana, fondata dal defunto Jorge Mas Canosa in accordo con l’allora presidente USA Ronald Reagan, gli attacchi dal mare, gli attentati terroristici nei terreni agricoli e le bombe negli alberghi della capitale, assunsero continuità operativa. Il più famoso e sanguinoso di essi resta tuttavia quello dell’Ottobre del 1976, quando Josè Posada Carriles e Orlando Bosh misero una bomba in un aereo della Cubana de Aviaciòn che esplose sul cielo delle Barbados. Morirono tutti, passeggeri ed equipaggio, per un totale di 73 persone, tra queste l’intera nazionale di scherma cubana.
Alcuni dissero che quanto avvenuto nel Febbraio del ‘96 significò un’ulteriore vittoria dei gusanos di Miami ed un errore di Cuba, ma è una lettura iper politicista che ignora la dinamica storica. Nella circostanza Cuba non aveva molto da scegliere: il suo cedimento non sarebbe stato premiato da un ipotetico miglioramento dei rapporti con Washington, ma avrebbe comportato la fine di ogni credibilità politica. Gli USA, del resto, non hanno mai imposto il blocco e le successive sanzioni a fronte di una maggiore o minore flessibilità negoziale da parte dell’Avana. Il blocco è un congiunto di vendetta storico politica e di interessi concreti che non possono essere scalfiti da ipotesi diverse dalla completa resa del governo socialista e la riconsegna dell’isola agli USA.
D’altra parte, a segnalare la continuità storica del terrorismo contro Cuba non c’è nemmeno bisogno di andare troppo indietro nel tempo. Il 26 Febbraio di quest’anno, infatti, forse per celebrare a modo loro quanto capitato a Josè Basulto e soci vent’anni addietro, c’è stato un nuovo tentativo – sventato da una pattuglia della guardia costiera cubana – di penetrare il territorio cubano con un motoscafo. Pare volesse lanciare volantini ma a bordo c’era una squadra terrorista armata fino ai denti che, alla richiesta d’identificazione del natante battente bandiera statunitense e omologato a Miami, rispose aprendo il fuoco contro la Guardia Costiera cubana. La reazione dei militari dell’Avana fu però rapida, precisa e letale: sei i terroristi uccisi, quattro quelli feriti e arrestati, sequestrato il loro motoscafo.

Nell’imbarcazione c’erano fucili d’assalto, pistole, molotov, giubbotti antiproiettili e uniformi per travestirsi da personale militare cubano. Tra gli arrestati figurò Amijail Sánchez González, il cui profilo su Facebook mostra immagini di incendi in edifici e terreni agricoli sull’isola. Venne arrestato anche Duniel Hernández Santos, proveniente anch’egli dagli USA, incaricato di ricevere a Villa Clara uomini e armi che si trovavano a bordo del motoscafo.
La FNCA è il collettore organizzativo e il terminale politico, finanziario e operativo di tutto il terrorismo che risiede in Florida, dove esercita una costante pressione politica sui partiti e sulle istituzioni statunitensi, con cui condivide l’ossessione criminale contro Cuba. A tenere in vita la FNCA ci sono i fondi federali e le donazioni private, oltre all’intreccio di affari e licenze commerciali agevolate in diversi settori, che vanno dall’edilizia al commercio, ai servizi. Ma contribuiscono all’arricchimento anche alcune misure legislative come la legge del “piede bagnato”, che consente a qualunque cubano di ottenere lo status di rifugiato prima e di cittadino poi, purché abbia anche solo toccato il suolo statunitense.
Con la nomina di Marco Rubio a Segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza Nazionale (un interim inedito nella storia degli USA) il livello dell’aggressione USA a Cuba ha ormai raggiunto la vetta istituzionale. Rubio, infatti, figlio di cubano-americani fuggiti da Cuba quando ancora governavano gli USA per mano del dittatore Fulgencio Batista (uno dei tanti militari criminali messi al comando dei paesi latinoamericani da Washington) è espressione diretta della FNCA, che ne ha sempre patrocinato la carriera politica e ottenuto la nomina.
Rubio è consapevole di come il suo destino politico (e forse la sua stessa sopravvivenza) sia legato alla fine del sistema cubano. Il suo compito è forzare Trump a misure che possano produrre la resa del socialismo, inducendo l’isola allo stremo, accerchiandola e privandola di ogni bene con la forza di ogni tipo di operazioni commerciali in entrata. Che poi ci riesca è tutto da vedere.
In questa odierna provocazione di Trump non c’è, come in altri scenari, un disegno geopolitico: Cuba non determina da diverso tempo i rapporti di forza nel continente. Si tratta semmai, oltre al piano simbolico, di recuperare il voto dell’ultradestra delusa dal tycoon, accarezzando una ossessione malata che si alimenta con odio e voglia di vendetta verso chi ha sfidato e sconfitto da decenni il dominio imperiale sull’isola. L’intento è dimostrare l’impossibilità di sfidare e di battere l’impero alle porte di casa. Si vuole cancellare un’isola grande come un mondo, che ha nutrito con il suo esempio generazioni e paesi e che ha dimostrato saper gestire e difendersi dalla forza e anche dal declino dell’impero.
Sono molti i dati che indicano come sia partito l’assalto definitivo al socialismo cubano. Che però, anche in una situazione drammatica, saprà trovare risorse e soluzioni per resistere. Chi crede sia replicabile quanto avvenuto in Venezuela, sbaglia completamente. Cuba è altra storia: il suo popolo, il partito e il suo esercito sono ben altro. Le conseguenze sotto diversi profili di un attacco militare all’isola, distante solo 90 miglia dal territorio USA (che dunque rende anch’essi vulnerabili), sono difficili da immaginare, ma certo tutto sarebbero meno che una passeggiata di qualche ora. Oltre ai militari USA che non torneranno a casa e l’alto prezzo complessivo di un’avventura folle, a Washington c’è il timore di una emigrazione di massa in caso di un conflitto armato, che genera di per sé un rischio politico elevatissimo per gli USA. La Casa Bianca appare concentrata solo sui nuovi saloni da ballo. E a ballare un Son combattivo si dovrà preparare.

