Svastiche e fucili, l’America di Trump
La strage in una moschea di San Diego, in California, costata la vita a tre fedeli musulmani e compiuta da due giovanissimi estremisti neonazisti, mette di nuovo in evidenza una questione che in questi anni attraversa la politica americana, ovvero il progressivo sdoganamento di retoriche xenofobe, islamofobe e suprematiste all’interno del dibattito pubblico, soprattutto nell’universo trumpiano e nella galassia dell’estrema destra repubblicana. L’attacco contro l’Islamic Center of San Diego – la più grande moschea della contea omonima – non è stato soltanto un drammatico episodio di odio razziale, ma l’ennesimo segnale di un clima politico e culturale in cui slogan sulla “sostituzione etnica”, “l’invasione degli immigrati” e la demonizzazione dell’Islam circolano ormai apertamente tra media conservatori, campagne elettorali e ambienti radicalizzati online.
L’attentato è avvenuto lunedì mattina, quando due ragazzi armati, identificati come Cain Clark, 17 anni, e Caleb Vazquez, 18, hanno aperto il fuoco contro il centro islamico mentre all’interno della struttura erano presenti circa 140 bambini della scuola collegata alla moschea. Secondo le ricostruzioni diffuse dalle autorità e dalla stampa americana, i due si erano equipaggiati con armi automatiche, giubbotti tattici e simboli riconducibili al neonazismo e all’“accelerazionismo”, la corrente suprematista che teorizza l’uso della violenza terroristica per provocare il collasso della società multiculturale.
Le vittime sono Amin Abdullah, Mansour Kaziha e Nader Awad. Abdullah, guardia di sicurezza della moschea e padre di otto figli, viene indicato da testimoni e investigatori come l’uomo che ha evitato un massacro ben più grave. L’uomo avrebbe affrontato i due attentatori armati, ingaggiando uno scontro a fuoco e soprattutto facendo scattare il protocollo di emergenza che ha consentito di mettere in sicurezza i bambini e il personale scolastico.
Secondo quanto riferito dalla polizia di San Diego, la madre di uno dei due giovani aveva lanciato l’allarme già alcune ore prima dell’attacco, segnalando che il figlio era uscito di casa lasciando un biglietto che annunciava l’intenzione di suicidarsi e dopo avere sottratto armi e munizioni da un arsenale familiare particolarmente consistente. Le forze dell’ordine avevano di conseguenza avviato ricerche nella zona, fino a che, circa due ore più tardi, è arrivata la segnalazione della sparatoria in corso alla moschea.
Dopo l’attacco, i due attentatori sono stati trovati morti in un’auto poco distante dal centro islamico. Secondo gli investigatori si sarebbe trattato di suicidio. Clark avrebbe prima sparato a Vazquez per poi rivolgere l’arma contro sé stesso. Nella vettura e nelle abitazioni dei due giovani sono stati rinvenuti oltre trenta fucili e pistole, materiale propagandistico suprematista e scritti anti-islamici.
Le indagini si stanno concentrando anche su un manifesto diffuso online con il titolo “The New Crusade: Sons of Tarrant”, esplicito riferimento a Brenton Tarrant, l’autore della strage di matrice neonazista avvenuta a Christchurch, in Nuova Zelanda, nel 2019. Nei documenti attribuiti ai due giovani compaiono elogi ad Adolf Hitler, ai terroristi suprematisti di Buffalo e Pittsburgh, riferimenti alla teoria complottista della “Grande Sostituzione” e un linguaggio intriso di antisemitismo, misoginia e odio anti-musulmano.
Ciononostante, nelle prime ore successive all’attacco, FBI e autorità locali hanno evitato accuratamente di parlare di terrorismo neonazista. I comunicati ufficiali si sono limitati a citare “scritti di odio generalizzato” o “ostilità verso diverse religioni e gruppi etnici”. Una cautela che ha suscitato critiche sia negli ambienti musulmani sia tra numerosi commentatori indipendenti. Il comportamento delle autorità è del tutto coerente con le posizioni dell’amministrazione Trump, che da tempo alimenta una caccia alle streghe contro il presunto terrorismo di sinistra, chiudendo invece gli occhi davanti alle azioni di gruppi e individui suprematisti o di estrema destra, di gran lunga la principale minaccia terroristica interna negli Stati Uniti.
Il tentativo di sfumare il profilo ideologico dell’attacco appare ancora più evidente se si guarda al contesto politico in cui è maturato. La strage è arrivata infatti all’indomani di un grande evento nazionalista cristiano a Washington al quale hanno partecipato Donald Trump e diversi esponenti della destra religiosa americana. Una manifestazione che ha celebrato apertamente l’identità “cristiana” degli Stati Uniti, marginalizzando completamente le minoranze religiose musulmane, hindu o ebraiche.
Negli ultimi anni, del resto, la retorica anti-immigrazione e anti-islamica è diventata un elemento strutturale della comunicazione politica repubblicana. Trump continua a parlare di “invasione” al confine meridionale, mentre media conservatori e influencer dell’estrema destra rilanciano quotidianamente la narrativa della sostituzione etnica della popolazione bianca americana.
In Texas, ad esempio, esponenti repubblicani hanno costruito campagne elettorali contro la presunta “islamizzazione” dello stato, prendendo di mira comunità musulmane e progetti edilizi collegati a centri islamici. Al Congresso di Washington è stata addirittura rilanciata una proposta di legge denominata “Defeat Sharia Law in America Act”, presentata come misura contro l’estremismo ma che rappresenta di fatto un’operazione di propaganda islamofoba. Anche in Florida il governatore Ron DeSantis ha promosso nuove norme “anti-terrorismo” rivolte soprattutto contro movimenti pro-palestinesi e ambienti pacifisti, mentre alcuni esponenti repubblicani vicini all’ala trumpiana hanno utilizzato toni apertamente anti-musulmani dopo l’aggressione militare contro l’Iran e il genocidio palestinese a Gaza.
Proprio la guerra con Teheran rappresenta uno degli elementi centrali del clima politico odierno in America. Negli ultimi mesi Trump ha alternato minacce di distruzione totale dell’Iran a dichiarazioni sempre più aggressive contro il mondo islamico. Parallelamente, figure come il segretario alla “Guerra”, Pete Hegseth, hanno contribuito a dare alla campagna militare una dimensione quasi religiosa, parlando apertamente di battaglia “tra bene e male” e invocando una “violenza schiacciante” contro i nemici degli Stati Uniti.
È dentro questo contesto che l’attacco di San Diego assume un significato politico più ampio. I due adolescenti, al di là delle peculiari vicende personali, non sembrano essere emersi dal nulla, ma da un ecosistema mediatico e culturale in cui il suprematismo bianco, il neonazismo e la demonizzazione dell’Islam trovano ormai spazi sempre più ampi di legittimazione indiretta.
La dinamica è nota: parole e slogan che inizialmente appartengono alle frange estremiste finiscono per essere normalizzati nel linguaggio politico mainstream; da lì passano ai social network, ai forum radicali, alle comunità online violente e infine, nei casi più estremi, all’azione terroristica. Gli attentatori di San Diego hanno semplicemente portato alle estreme conseguenze una propaganda che da anni descrive immigrati e musulmani come una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti.
Il rischio fortissimo, oggi come sempre, è che anche questa strage venga rapidamente assorbita nel ciclo mediatico americano senza affrontare il nodo politico centrale, vale a dire la crescita di un’estrema destra radicalizzata che non vive più ai margini della società statunitense, ma si alimenta di messaggi, campagne e paure ormai penetrati nel cuore stesso del discorso pubblico nazionale e che trova il proprio punto di riferimento principale nientemeno che alla Casa Bianca.

