Francia, la Repubblica del manganello
Le massicce manifestazioni di protesta che hanno scosso nel fine settimana la Francia non hanno prevedibilmente trovato nessuna apertura da parte del governo del presidente Macron. Quest’ultimo, anzi, si è subito adoperato per implementare nuove misure repressive volte a soffocare una mobilitazione popolare crescente che si sta allargando dagli studenti ai lavoratori e alla classe media. Quella a cui si sta assistendo è una crisi sistemica del capitalismo neoliberista, accelerata dalle conseguenze disastrose dell’avventura ucraina e da un insensato programma di riarmo che minaccia di prosciugare ulteriormente le risorse da destinare a crescita e welfare, distruggendo quel che resta del contratto sociale che ha garantito una certa stabilità alle “democrazie” occidentali a partire dal secondo dopoguerra.
La rivolta partita dalle scuole e università francesi è il sintomo quindi di un malessere profondissimo che si sta coagulando attorno a una serie di fattori causati dal tracollo dell’ordine capitalista, dall’intensificarsi delle rivalità strategiche internazionali e dai diversi focolai di guerra che, secondo alcuni, sarebbero già le prime avvisaglie di una nuova conflagrazione mondiale. Lo stato di crescente degrado dell’educazione pubblica è solo un tassello di un mosaico fatto anche di inflazione galoppante, perdita del potere d’acquisto dei redditi fissi, distruzione dei programmi di welfare, privatizzazioni e incapacità di far fronte al cambiamento climatico. Ma anche restrizione drammatica degli spazi democratici, inutilità dell’esercizio elettorale, indifferenza per il diritto internazionale e sostegno a guerre di aggressione e al genocidio palestinese.
Le pressioni generate da tutti questi elementi stanno esplodendo fino a creare una situazione potenzialmente rivoluzionaria, che incontra tuttavia ostacoli enormi e difficilmente superabili vista la totale assenza di movimenti politici – ma anche organizzazioni sindacali – disponibili a favorire un cambiamento radicale nella società occidentale. Anche tralasciando il caso italiano, con il principale partito dell’opposizione (PD) legato a doppio filo al capitale e appiattito su posizioni ultra-atlantiste, la stessa situazione francese, con La France Insoumise (LFI) schieratasi formalmente a favore delle proteste, appare tutt’altro che promettente. Il movimento guidato dal candidato alla presidenza, Jean-Luc Mélenchon, intende infatti convogliare la rivolta nel vicolo cieco della “democrazia” parlamentare. Oltretutto alla luce delle scarsissime possibilità di un suo successo nella corsa alla successione a Macron.
Una prospettiva, dunque, che fa intravedere l’ascesa finale al potere dell’estrema destra dell’ex Fronte Nazionale – ora Rassemblement National (RN) – con Marine Le Pen data favorita virtualmente da tutti i sondaggi. Ci sono anzi indicazioni emerse soprattutto negli ultimi giorni di una precisa strategia della classe dirigente francese per spianare la strada proprio a un governo del RN, ritenuto come l’unico in grado di ristabilire l’ordine. Lo si è potuto leggere ad esempio tra le righe di una dichiarazione al limite dell’isteria del primo ministro, Sebastien Lecornu, dopo le manifestazioni di sabato scorso. Il capo del governo ha puntato il dito contro un “movimento di ultra-sinistra” che punterebbe a “organizzare… disordini nel paese fino alle elezioni presidenziali”. Più recisamente, secondo Lecornu, questi ambienti dell’estrema sinistra dispongono di “una rete in grado di attivarsi” con l’obiettivo di “mettere a rischio la data e addirittura lo svolgimento delle elezioni”. Agitando perciò lo spettro di una sinistra eversiva intenta a far saltare le presidenziali, i vertici del governo transalpino incoraggiano nemmeno troppo velatamente il voto per l’estrema destra, data oggi in netto vantaggio.
Lo stesso Macron ha attaccato frontalmente la mobilitazione popolare, dopo che le forze di sicurezza agli ordini del suo governo hanno dispensato violenza ed eseguito migliaia di arresti in tutta la Francia. Il presidente ha anch’egli accusato “gruppi di sediziosi di estrema sinistra”, dando poi indicazioni al primo ministro di attuare misure ancora più restrittive. Lecornu ha da parte sua convocato una riunione di gabinetto d’emergenza e ordinato l’introduzione di “coprifuoco parziali” in varie città francesi. Questa direttiva è stata recepita lunedì da Parigi, dove le autorità hanno dichiarate chiuse alle manifestazioni alcune aree sensibili come Place de la République e i mercati di Les Halles. Iniziative simili o ancora più restrittive hanno interessato, fra le altre, anche Marsiglia, Nizza, Lione e Lilla.
Ma non è tutto. Con nuove proteste all’orizzonte, Lecornu ha minacciato un’ulteriore stretta sui diritti democratici, lasciando aperta la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza. Se non fosse stata chiara la priorità del governo, il primo ministro lo ha affermato senza ambiguità: “Sono assolutamente determinato a ristabilire l’ordine pubblico”. Di fronte all’opposizione crescente contro il suo governo, Macron ha escluso anche concessioni di facciata, come le dimissioni che il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, aveva offerto dopo gli scontri del fine settimana. Il presidente ha voluto assicurarsi che quest’ultimo restasse al suo posto, in modo da “garantire la catena di comando nella polizia e nelle forze di sicurezza”, vista anche la necessità, secondo Macron, di “stabilire nuovi metodi per contrastare [le azioni de]i saccheggiatori”.
La risposta con il pugno di ferro del governo di Parigi è sostanzialmente simile a quella che si registra negli altri paesi interessati dalle proteste nei giorni scorsi. In Italia, il ministro Salvini ha deciso ad esempio l’invio di 500 militari per “difendere Milano”. In definitiva, i governi che creano con violenza deliberata povertà, disuguaglianze, oppressione e guerre usano gli stessi metodi violenti per reprimere qualsiasi protesta contro le loro azioni. Alle proteste, poi, rispondono con misure ancora più violente e anti-democratiche, sfruttando e ingigantendo episodi isolati che rappresentano in ogni caso reazioni alla brutalità delle forze di sicurezza.
Tra polemiche, accuse e contro-accuse di questi giorni, sia gli esponenti del governo francese sia le forze di opposizione e i sindacati hanno talvolta fatto riferimento alla necessità di promuovere un dialogo tra le parti per abbassare le tensioni e fare rientrare la crisi, come avvenne, sia pure con molte contraddizioni, durante le proteste del maggio 1968. A differenza di allora, tuttavia, gli spazi di manovra del capitalismo francese sono praticamente inesistenti. Il paese si trova nel pieno di una crisi del debito che i mercati stanno sfruttando per esercitare enormi pressioni dirette a forzare altri devastanti tagli alla spesa pubblica. Qualsiasi concessione a lavoratori e studenti risulterebbe perciò totalmente inadeguata.
La furia repressiva di Macron e Lecornu riflette – e non da ora – questa situazione di profonda crisi che deve essere fatta pagare forzatamente a quelle classi rappresentate dai manifestanti scesi in piazza. Proprio mentre la Francia si ribella, il parlamento discute infatti la nuova legge di bilancio del governo che contiene qualcosa come 54 miliardi di euro di tagli, in larga misura destinati a finanziare un massiccio piano di riarmo che, come nel resto d’Europa, minaccia di portare dritto a una guerra nucleare con la Russia. Sempre a proposito di priorità, Macron nei giorni scorsi aveva promesso altri aiuti finanziari e altre armi al regime ucraino durante la visita del (ex) presidente Zelensky a Bruxelles.
La brutalità del sistema che cerca di soffocare la rivolta favorisce inevitabilmente, come già anticipato, la crescita dei movimenti neo-fascisti come appunto l’ex Fronte Nazionale, i cui leader hanno opportunamente accusato con toni feroci i responsabili del caos, della distruzione e dei saccheggi a loro dire perpetrati a Parigi e altrove nel fine settimana. Jordan Bardella e Marine Le Pen si sono assicurati di spiegare ai francesi che la minaccia allo stato e alla proprietà privata arriva dalla sinistra che “tiene in ostaggio” le proteste. Lo schema risulta quindi facilmente riconoscibile: alimentare l’odio contro la sinistra, gli immigrati e i “violenti” tra i manifestanti, così da sollecitare le paure della borghesia e autopromuoversi come l’unica forza in grado di ristabilire l’ordine. Una forza evidentemente di orientamento fascista verso cui si sta da tempo indirizzando il sostegno dei grandi interessi economici e finanziari d’oltralpe.
Anche se ci sono per ora tutti i segnali che la mobilitazione dei giorni scorsi sia destinata a proseguire, le speranze di un cambiamento reale restano modeste, soprattutto se le forze politiche e sindacali riusciranno a neutralizzare le proteste, prospettando come soluzione le pressioni per ottenere concessioni dal governo o il voto espresso “correttamente” nelle prossime elezioni. L’unica opzione efficace è piuttosto e come minimo una resistenza sempre più allargata e organizzata, al di fuori della politica ufficiale e con obiettivi strategici ben precisi, da perseguire in primo luogo attraverso un blocco prolungato delle attività economiche e la rottura delle logiche che determinano la vera e propria dittatura del capitale finanziario. In assenza di ciò, ogni singolo governo dell’Occidente “democratico” resterà determinato a usare tutti gli strumenti dello stato per reprimere il dissenso e imporre, se necessario con la violenza, le logiche di guerra e del neoliberismo economico.

