I grandi affari di Rheinmetall tra Germania, Israele, Sardegna
Il gruppo tedesco Rheinmetall controlla la RWM Italia, che produce bombe nei suoi impianti di Domusnovas e Musei, nel Sulcis-Iglesiente in Sardegna. Si producono bombe “pesanti” d’aereo, che continuano ad essere esportate all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti coinvolti nella guerra in Yemen. Il Washington Post ha dato notizia che l’amministrazione Trump ha approvato un’ulteriore vendita di armamenti a Israele per circa 2,8 miliardi di dollari. Si tratta di 40 mila nuove bombe ad alto potenziale esplosivo, tra cui 20 mila MK-84 e Blu-117 e 20 mila testate anti-bunker I-2000. Come ha spiegato Caterina Mele del Politecnico di Torino, in un articolo pubblicato dalla rivista La Porta di Vetro, queste bombe con un potenziale distruttivo enorme “sono prodotte principalmente dall’azienda statunitense General Dynamics, ma anche dall’europea RWM (Rheinmetall) che orgogliosamente ne illustra caratteristiche tecniche e d’impiego nella pagina catalogo del suo sito”. Queste bombe pesanti sono usate, a caduta libera o guidata, dai cacciabombardieri di fabbricazione statunitense F-16 e F-35.
I corpi bomba della serie MK e i relativi esplosivi partono dallo stabilimento sardo di Domusnovas e arrivano negli USA in virtù del flusso costante di licenze all’esportazione concesse in base alla Legge 185/90. Peccato, come ha scritto Caterina Mele, che: “a Gaza City con queste bombe pesanti ad alto potenziale [vendute dagli USA a Israele] sono stati distrutti il 92% di tutti gli edifici, compresi 34 dei 36 ospedali, feriti e uccisi nel complesso circa 250 mila palestinesi (stime ONU), vittime civili per lo più donne e bambini”. Se la destinazione finale di quanto RWM Italia esporta negli USA è Israele, le autorizzazioni dovrebbero essere sospese in base a quanto prevede la Legge 185/90 che regola le esportazioni di armi e vieta di venderne a Paesi in guerra o che violano i diritti umani.
Gli altri ordigni prodotti a Domusnovas da RWM Italia sono i “droni kamikaze”, risultato di una joint venture con l’azienda israeliana UVision Air con l’obiettivo di fare di Domusnovas il principale centro di fornitura per l’intero mercato europeo. L’Europa, con la guerra in Ucraina e i piani di riarmo della UE, è diventata l’area in cui le spese militari stanno crescendo negli ultimi sei anni tre volte di più che nel resto del mondo. RWM Italia in Sardegna assembla, collauda e commercializza i “droni kamikaze”, ma UVision Air fornisce le componenti tecnologiche, i motori e soprattutto le testate attive ad alto potenziale esplosivo prodotte in Israele. I dati sui transiti doganali italiani evidenziano come RWM Italia sia inserita tra le aziende autorizzate sia all’esportazione, sia all’importazione di materiali militari direttamente da Israele. Importazioni che nel 2025 hanno superato i 90 milioni di euro.
Il governo italiano dichiara di non aver più autorizzato nuove licenze di esportazione di armi verso Israele, ma se si applica rigorosamente la Legge 185/90 non devono essere più concesse neppure le autorizzazioni per l’importazione di materiali d’armamento da Israele. E dovrebbero essere vietati tutti i transiti di armi nei porti italiani provenienti o destinati a Israele.
Come ha scritto Futura D’Aprile su The European Correspondents il 15 maggio 2026, per aggirare le restrizioni esistenti al commercio d’armi le aziende europee e israeliane usano sempre più joint venture per mettere insieme risorse, competenze e capitali per produrre e vendere sistemi d’arma. L’industria militare israeliana si garantisce un accesso più facile al mercato europeo: Israele nel periodo 2021-2025 è diventato il settimo paese al mondo per export di armamenti. In cambio, l’industria europea sfrutta la capacità tecnologica acquisita sul campo di battaglia dagli israeliani. Tecnologie e sistemi “testati in battaglia” – come pubblicizzato nelle brochure aziendali – cioè utilizzati contro esseri umani a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran.
In Europa, il gruppo Rheinmetall è al centro dell’espansione delle produzioni di armi, come si racconta nel capitolo dedicato all’industria militare europea “Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo” appena uscito per Feltrinelli.
Grazie alla guerra in Ucraina e al forte aumento delle spese militari in Germania e in Europa dal 2021 al 2025 Rheinmetall ha aumentato i ricavi dell’84% e il portafoglio ordini del 160%. Negli stessi anni la sua capitalizzazione di Borsa ha avuto una crescita spaventosa: il valore complessivo dell’azienda è passato da circa 3,5 miliardi di euro a fine 2021 a picchi superiori ai 71 miliardi di euro a fine 2025, prima di scendere agli attuali 54 miliardi di euro (+1.442%) dopo la perdita di commesse nei sistemi navali.
Rheinmetall, leader storica nella produzione di armamenti terrestri, ora è anche attiva in campo navale, aeronautico, missilistico e nella cybersecurity, mentre ha venduto la sua divisione operante nell’automotive. Dal 2026 il fatturato del Gruppo, stimato intorno ai 14-14,5 miliardi di euro sarà esclusivamente militare. Nel 2021 Rheinmetall impiegava in Germania poco meno di 12 mila dipendenti su un totale di circa 24 mila a livello globale. Nel 2026 in Germania superano i 15 mila (+25% sul 2021), su una forza lavoro globale di circa 34 mila (+42% sul 2021).
In questa rapida crescita produttiva, i legami della Rheinmetall con l’industria militare israeliana, oltre a quelli attraverso la filiale RWM Italia, si sviluppano lungo due direttrici principali: la fornitura diretta a Tel Aviv di armamenti e munizioni per carri armati e, soprattutto, uno stretto rapporto con i tre giganti statali della difesa israeliana – IAI, Rafael ed Elbit Systems – con joint venture, consorzi internazionali e accordi di co-sviluppo. L’obiettivo strategico di questo asse è “europeizzare” le tecnologie militari israeliane, assemblando i prodotti in stabilimenti tedeschi o italiani per poterli vendere liberamente agli eserciti della NATO e dell’Unione Europea, superando i vincoli di esportazione diretta da Tel Aviv.
La collaborazione con Rafael Advanced Defense Systems si concentra sui sistemi missilistici e sulla protezione dei mezzi corazzati. Rheinmetall, tramite la sua divisione Electronics, gestisce insieme a Rafael e alla tedesca Diehl Defence la joint venture EuroSpike, che produce e commercializza in Europa la famiglia di missili anticarro Spike (di concezione israeliana) attraverso contratti miliardari con la NATO e la Germania. Rheinmetall partecipa, inoltre, all’integrazione del sistema di protezione attiva Troph, sviluppato da Rafael per intercettare i razzi anticarro. Il sistema viene installato sui carri armati europei di nuova generazione e sui tank Leopard 2 tedeschi, in cooperazione con KNDS.
La collaborazione con Israel Aerospace Industries (IAI) e la sua controllata radaristica Elta Systems si focalizza invece sulla difesa aerea, sulla sorveglianza e sui droni. I sistemi radar forniti sono derivati stretti di quelli che compongono il sistema Iron Dome israeliano. Rheinmetall e IAI cooperano anche nella fornitura di servizi di intelligence e ricognizione aero-tattica. Già dal 2011, le due aziende hanno sperimentato il sistema d’arma integrato Wabep, che accoppiava un drone da ricognizione tedesco (KZO di Rheinmetall) con un drone d’attacco kamikaze israeliano (Harop di IAI).
La collaborazione con Elbit Systems avviene nei sistemi digitali per l’artiglieria, integrando il software di guerra elettronica e i sistemi di puntamento digitali israeliani all’interno dei veicoli da combattimento e degli obici pesanti prodotti in Germania. Ci sono poi collaborazioni nei sistemi di simulazione di volo e di tiro destinati all’addestramento degli eserciti europei.
Ce n’è abbastanza per inorridire, pensando al ruolo che la principale industria militare tedesca continua ad avere nell’economia del genocidio dei palestinesi, nelle guerre in Medio Oriente e in Ucraina e nei programmi di riarmo europei. E non dobbiamo dimenticare che Rheinmetall, durante il regime nazista, trasse enormi profitti dal riarmo e dalle guerre tedesche. Durante la seconda guerra mondiale utilizzò sistematicamente nelle proprie fabbriche, in condizioni disumane, centinaia di migliaia di lavoratori forzati e di ebrei deportati nei campi di concentramento.
La storia si ripete: cambiano le vittime, ma la logica e l’azienda sono le stesse. Che cosa possiamo fare? L’incontro tenuto a Cagliari il 2 ottobre “Mai più mine antipersona” ci ha ricordato la lotta per la riconversione della Valsella Meccanotecnica – un tempo la principale produttrice italiana di mine – attraverso il racconto di una protagonista, Franca Faita, ex operaia e sindacalista della Valsella Meccanotecnica, tra le protagoniste della mobilitazione per l’abbandono della produzione di mine, una vicenda che mette in relazione lavoro, disarmo e riconversione produttiva.
Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 la lotta per la riconversione civile della Valsella Meccanotecnica, oltre che della Misar di Brescia e della Tecnovar di Bari, ci ha mostrato il valore etico e la coscienza di classe dimostrata da lavoratrici, lavoratori e rappresentanti sindacali. La difesa dei posti di lavoro non può giustificare la produzione di ordigni che alimentano crimini di guerra – e di genocidio – contro le popolazioni civili e i bambini.
Valeva allora per le mine anti-persona usate nelle guerre del Terzo mondo. Vale oggi per le mine che sono disseminate in abbondanza sul territorio ucraino e lasceranno una drammatica eredità anche a guerra finita. È grave che diversi paesi del nord ed est europeo pensino di abbandonare la Convenzione di Ottawa, il trattato internazionale che vieta la produzione, lo stoccaggio, il trasferimento e l’uso delle mine anti-persona.
Quella stessa lezione vale oggi anche per le bombe d’aereo e i droni kamikaze prodotti dalla RWM in Sardegna. La produzione e l’esportazione di armi vanno fermate, sono possibili alternative per il lavoro, le conoscenze, l’economia dei territori.
di Gianni Alioti
fonte: Sbilanciamoci.info

