Iran, la pace ostaggio della guerra
Lo stallo tra Stati Uniti e Iran prosegue, mentre la diplomazia fatica a produrre risultati concreti e il rischio di una nuova offensiva americana resta tutt’altro che scongiurato. Teheran ha rilanciato la propria proposta per riaprire lo stretto di Hormuz nell’arco di sette giorni, ma senza segnali di una svolta nei negoziati; contemporaneamente, il nuovo ministro della Difesa iraniano avverte che un altro attacco avrebbe conseguenze pesanti per Washington. Sullo sfondo, il traffico marittimo nel Golfo resta drasticamente ridotto e i paesi della regione cominciano a fare i conti con una crisi energetica e strategica che potrebbe essere ancora lontana dal suo punto peggiore.
La deterrenza iraniana
Il messaggio più significativo arrivato da Teheran nelle ultime ore è quello del nuovo ministro della Difesa, Mehrdad Akhlaghi Ketabchi, la cui nomina è stata approvata domenica dal Parlamento. Nel suo primo intervento, il ministro ha sostenuto che le capacità militari iraniane sono state aggiornate e rafforzate dopo la guerra dei dodici giorni contro Stati Uniti e Israele, al punto da avere modificato i calcoli degli avversari e reso assai più rischiosa una nuova offensiva. Rivolgendosi direttamente a Trump, Ketabchi ha avvertito che le minacce di impiegare la cosiddetta “Madre di Tutte le Bombe”, la potentissima bomba convenzionale americana, non intimidiranno Teheran. Se Washington passerà dalle parole ai fatti, dovrà fare i conti con una risposta dalle conseguenze pesanti anche per le proprie forze militari.
Il neo-ministro ha inoltre insistito sul concetto di “deterrenza strategica”, che per l’Iran non consiste soltanto nella disponibilità di missili, droni e sistemi di difesa, ma anche nella capacità di adattarsi a un confronto che comprende sanzioni, attacchi informatici, guerra economica e operazioni di disinformazione. È una risposta alla convinzione, evidentemente ancora presente a Washington, che una superiorità tecnologica e militare possa tradursi automaticamente nella possibilità di piegare la Repubblica Islamica. In realtà, secondo quanto dichiarato da Mohammad Marandi, docente dell’Università di Teheran, in un’intervista al network libanese Al Mayadeen, le autorità iraniane si aspettano un possibile nuovo attacco americano e hanno posto le forze armate in stato di massima allerta. Marandi ha precisato di non sapere se vi siano informazioni d’intelligence su un’offensiva imminente, ma ha descritto un paese che si prepara a un nuovo confronto. La valutazione di un attacco imminente resta dunque un’ipotesi, non una certezza; il fatto che venga presa sul serio, tuttavia, rende ancora più fragile una situazione già estremamente pericolosa.
Hormuz, la propaganda americana
Un altro segnale della difficoltà di Washington a imporre le proprie condizioni arriva sempre dallo stretto di Hormuz. Teheran ha ribadito che resta sul tavolo la proposta di riaprire il passaggio marittimo nell’arco di sette giorni, ma un’intesa richiederebbe passi concreti da parte americana e il superamento dello stallo negoziale. La questione non riguarda soltanto il transito delle navi, ma è diventata uno dei principali terreni di scontro sul controllo strategico del Golfo e sulle condizioni che dovrebbero accompagnare la fine delle ostilità.
Le dichiarazioni statunitensi sulla ripresa della navigazione e sui transiti facilitati dalla Marina americana vanno però confrontate con i dati disponibili. Il 17 ottobre, la United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO) ha riferito infatti che il traffico attraverso Hormuz rimaneva circa il 70% al di sotto dei livelli precedenti alla guerra. L’organizzazione ha inoltre precisato che molte navi colpite non denunciano gli attacchi e che i dati sui transiti facilitati dagli Stati Uniti non possono essere verificati in modo indipendente. Nell’ultima settimana considerata erano stati segnalati dodici incidenti contro imbarcazioni, dieci dei quali nello stretto. Non è quindi possibile sostenere che il passaggio sia tornato alla normalità soltanto perché Washington rivendica di riuscire a scortare alcune navi. La distanza tra gli annunci americani e la situazione documentata conferma che il controllo effettivo della rotta resta controverso e che la crisi marittima è tutt’altro che risolta.
La guerra non finisce in Iran
Teheran continua intanto a respingere una soluzione che lasci irrisolti gli altri fronti aperti nella regione. Il vice ministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh ha ribadito che qualsiasi accordo complessivo dovrà includere la fine della guerra israeliana contro il Libano. La posizione iraniana è che non si possa proclamare concluso il conflitto mentre proseguono le operazioni militari israeliane su un altro fronte e restano in sospeso gli impegni assunti nell’ambito delle iniziative diplomatiche. Per Teheran, dunque, la crisi non può essere ridotta a un confronto bilaterale con Washington, separato dalle azioni del regime di Netanyahu e dalle loro conseguenze regionali.
Questa impostazione complica ulteriormente il negoziato, anche perché l’amministrazione americana dovrebbe esercitare pressioni sul proprio alleato israeliano affinché rispetti eventuali accordi. Khatibzadeh ha accusato Washington e Tel Aviv di avere compromesso il processo diplomatico con successive violazioni degli impegni presi, sostenendo che la ricerca di intese separate rischia di svuotare qualsiasi accordo generale. L’Iran continua a dichiararsi disponibile a trattative basate sul rispetto reciproco, compresa la questione nucleare, ma non sembra disposto ad accettare una tregua limitata che consenta agli Stati Uniti e a Israele di conservare la libertà di riaprire le ostilità quando lo ritengano opportuno.
Il Golfo teme il peggio
A rendere più evidente la fragilità della strategia americana sono le dichiarazioni provenienti proprio da uno dei paesi che ospitano le forze statunitensi nella regione. Il vice primo ministro del Qatar, Sheikh Saoud bin Abdulrahman Al Thani, ha avvertito che gli effetti della crisi energetica non hanno ancora raggiunto il loro apice e che le ripercussioni potrebbero aggravarsi nei prossimi mesi. Il Qatar ha già subito danni alle infrastrutture del complesso industriale di Ras Laffan, con riparazioni destinate a richiedere anni. Il vice primo ministro ha inoltre sottolineato che Doha continua a mantenere aperti i canali di comunicazione con Teheran e ha auspicato un’intesa più ampia, sostenendo che i paesi della regione devono trovare un modo per convivere con l’Iran.
Le parole del rappresentante qatariota sono significative anche per un altro motivo. Pur ribadendo l’importanza della collaborazione militare con Washington, ha annunciato che Doha sta preparando una nuova partnership regionale in materia di difesa, con particolare attenzione alla protezione aerea, ai droni e alla sicurezza informatica. Non sono stati precisati i paesi coinvolti, né è stato chiarito se l’iniziativa possa includere interlocutori esterni al tradizionale sistema di alleanze del Golfo. È tuttavia evidente che i governi della regione stanno cercando ulteriori strumenti per proteggere i propri interessi, dopo aver constatato quanto siano vulnerabili le infrastrutture strategiche nonostante decenni di cooperazione militare con gli Stati Uniti. La richiesta di dialogo con Teheran non cancella le divergenze né le responsabilità delle diverse parti, ma segnala che l’ombrello americano non viene più considerato una garanzia sufficiente.

