Serbia, la “svolta” che piace all’Europa
La vittoria più o meno annunciata della Lista Studentesca di opposizione nelle elezioni tenute domenica in Serbia rimuove dal potere dopo dodici anni l’ex presidente Aleksandar Vucic e il suo Partito Progressista Serbo (SNS), introducendo nella realtà politica e sociale del paese balcanico non pochi elementi di incertezza per il futuro. Vucic si era dimesso dalla carica istituzionale più alta dello stato a settembre per correre come candidato alla guida del prossimo governo, dopo che elezioni anticipate erano state indette sull’onda delle proteste – guidate appunto dagli studenti serbi – esplose nell’autunno del 2024 in seguito al crollo di una tettoia in cemento della stazione di Novi Sad, costata la vita a 16 persone. Se i risultati del fine settimana sono senza dubbio almeno in parte da collegare a problemi economici reali e a livelli di corruzione allarmanti, i tentativi di destabilizzazione del governo uscente ad opera soprattutto dell’Unione Europea sono stati più che evidenti in questi anni. La colpa più grave di Vucic, agli occhi dell’Occidente, è stata la sua riluttanza a sganciare la Serbia dalla Russia, a cui la legano non solo fattori storici e culturali, ma anche interessi concreti che, dopo il voto di domenica, potrebbero essere messi in seria discussione dalla nuova maggioranza di governo.
Erano emerse indicazioni contrastanti sugli orientamenti di voto nelle scorse settimane. Varie rilevazioni davano vincente il partito di Vucic, mentre altre prevedevano un ribaltamento degli equilibri di questi ultimi anni. Tutti, più o meno, sembravano pronosticare un divario molto ristretto tra la Lista Studentesca e la coalizione Serbia Unita, con al centro il SNS dell’ex presidente. Alla fine, i numeri annunciati lunedì dalla commissione elettorale serba hanno invece delineato un successo netto del principale movimento di opposizione, nato dalle manifestazioni di protesta alimentate dagli ambienti universitari negli ultimi due anni.
Quest’ultimo ha superato addirittura il 52% dei consensi, che gli consentiranno di accaparrarsi circa 140 seggi sui 250 totali del parlamento unicamerale serbo, ovvero molti di più della quota minima necessaria a governare in autonomia. Vucic e i suoi si sono fermati poco al di sotto del 40%. A fare la differenza è stato probabilmente il dato dell’affluenza, che ha sfiorato il 69%, mai così alto dalla dissoluzione della Jugoslavia nel 1992. I seggi rimanenti se li spartiranno i partiti delle minoranze ungherese e albanese, nonché un paio di altre formazioni minori. Da sottolineare è anche il risultato disastroso ottenuto dalla coalizione “Serbia Europea” che raggruppava le tradizionali forze liberali filo-europee: 0,3% dei voti e nessun seggio nel nuovo parlamento.
La Lista Studentesca non aveva presentato alle elezioni un candidato primo ministro, così da evidenziare la natura collettiva di un movimento animato soprattutto da accademici, professionisti, borghesia urbana e, in misura minore, lavoratori. L’esponente più carismatico è in ogni caso il cardiologo e docente alla facoltà di Medicina di Novi Sad, Ilija Srdanovic, che viene considerato come il più probabile candidato alla carica di capo del prossimo governo. Molti dubbi restano invece riguardo alle personalità che guideranno i ministeri più importanti. Ciò ha contribuito al senso di indeterminatezza che ha caratterizzato la nascita del movimento studentesco e la sua trasformazione in un fattore politico determinante. La Lista prevede nel suo programma la lotta alla corruzione e al crimine organizzato, ma anche l’impegno a migliorare le condizioni di vita dei serbi attraverso un impulso all’occupazione, gli investimenti nell’educazione pubblica e la creazione di spazi più democratici nel settore dei media.
Il vero banco di prova del nuovo esecutivo sarà però la politica estera. In apparenza, non si prevedono rotture drastiche con le posizioni tenute da Vucic e il SNS. Non ci sono stati infatti impegni espliciti in campagna elettorale a rompere con Mosca e ad allineare la Serbia alla furia sanzionatoria anti-russa dell’Europa. L’adesione alla NATO resta ugualmente esclusa. Nemmeno sul Kosovo le cose dovrebbero cambiare. Gli studenti non intendono riconoscere l’indipendenza di un territorio che considerano parte integrante della Serbia. Il “file” UE non sembra infine prioritario, anche se è stata lanciata l’ipotesi di un futuro referendum, ma ci sono pochi dubbi che la retorica dei diritti democratici, delle riforme in senso liberale, della depoliticizzazione della giustizia e del contrasto alla corruzione ricalchi gli slogan con cui Bruxelles punta tradizionalmente e penetrare nei paesi al centro di contese strategiche, preferibilmente con la Russia.
Ad ogni modo, sulla carta il movimento degli studenti che si appresta a mettere le mani sul potere sembra dare la precedenza alle sfide interne al paese balcanico. Tuttavia, è poco più di un’illusione credere che le pressioni dall’estero non ci saranno o non incideranno sulle politiche domestiche. Lo stesso Vucic ha avvertito, probabilmente in maniera accurata, che il nuovo governo finirà per implementare le sanzioni anti-russe dell’Europa entro la prossima primavera. L’ex presidente è tornato anche ad accusare l’Occidente di avere pianificato la sua caduta a tavolino, cioè manovrando e alimentando le proteste degli ultimi due anni. Sia pure ammettendo precocemente la sconfitta nella notte di domenica, Vucic ha spiegato che i vincitori sono “soltanto esecutori di un lavoro sporco preparato da altri per favorire il crollo di un paese sovrano”.
Pressioni molto forti sono state già esercitate su Vucic e il governo del suo partito negli ultimi anni, in particolare dopo lo scoppio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022. L’arma preferita da Bruxelles è stata in sostanza quella del ricatto, con la promessa ad esempio di avviare negoziati per l’ingresso nell’UE o di erogare fondi e sussidi di vario genere in cambio dell’applicazione delle sanzioni contro Mosca, se non della rottura pura e semplice con la Russia, oppure del riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. Vucic, da parte sua, ha cercato di tenere una posizione equidistante. L’avvicinamento all’Unione Europea e l’ingresso nel medio o lungo periodo sono rimasti un obiettivo in questi anni, ma allo stesso tempo è stata sempre esclusa una svolta nei rapporti con il Cremlino, sia per via dell’opposizione della maggioranza della popolazione serba sia per ragioni economiche ed energetiche.
Per varie ragioni, questa politica estera “multivettoriale” difficilmente sarà confermata dal governo entrante a Belgrado. Ci sono fortissimi dubbi, per cominciare, sulla natura delle proteste di questi due anni o, per meglio dire, sulla possibile regia occulta di esse e sulle forze che le hanno alimentate dall’estero. Ciò si riflette evidentemente sulle intenzioni dei suoi leader, come risulterà probabilmente chiaro una volta che si conoscerà l’identità dei membri del nuovo esecutivo. Inoltre, c’è da aspettarsi un’offensiva ancora più energica da parte dell’Europa e degli ambienti “neocon” americani per trascinare la Serbia nell’orbita occidentale. In linea generale, d’altronde, l’intensificarsi delle rivalità tra blocchi o tra grandi potenze rende sempre più difficile l’implementazione di politiche pragmatiche e diversificate sul piano internazionale per i paesi più piccoli o non indipendenti economicamente e in ambito energetico.
Da Bruxelles, intanto, Ursula von der Leyen e Antonio Costa non hanno perso tempo nel congratularsi con i vincitori e nel promettere l’appoggio totale dell’Europa per le “riforme” che il nuovo governo di Belgrado sarà chiamato ad adottare e per il rilancio del processo di integrazione della Serbia nell’UE. La propaganda europea è insomma già in piena azione per passare all’incasso, con i media ufficiali pronti a fare la loro parte. Notizie e analisi delle elezioni in queste ore contengono invariabilmente riferimenti al “terremoto politico” avvenuto con le “elezioni storiche” serbe, così come alle tendenze “autoritarie” dell’ex presidente sconfitto. Una caratterizzazione, quella del sistema politico del paese balcanico, utile a tracciare una netta cesura tra l’era Vucic e quella che partirà a breve, destinata a risolversi con l’avvicinamento della Serbia all’Europa “democratica” e lontana dalla malefica influenza di Mosca.
Fuori dal quadro disegnato dai media “mainstream” resta invece la spiegazione di come l’aspirante dittatore Vucic abbia accettato rapidamente e di buon grado la vittoria dell’opposizione e non abbia fatto nulla per cercare di restare al potere nonostante le denunce della cospirazione presumibilmente orchestrata ai suoi danni. Uno scenario, quest’ultimo, che avrebbe potuto dare facilmente l’occasione, a un vero “autocrate”, per intervenire sulle operazioni di voto o sui conteggi, al fine di impedire il successo dei suoi rivali.
È infine singolare la coincidenza che ha fatto registrare il trionfo dell’opposizione (relativamente) filo-occidentale in uno dei paesi in cima alla lista dei bersagli di “regime change” dell’Europa grazie a un movimento politico nato dalla protesta studentesca proprio in un frangente segnato dalla rivolta degli studenti in vari paesi europei contro i rispettivi ultra-screditati governi. Le manifestazioni in Serbia sono state in altre parole salutate come un trionfo della ritrovata democrazia in un paese satellite di Mosca a rischio di precipitare nella dittatura. Gli studenti in mobilitazione in Francia, Italia e altrove contro un sistema che ha da offrire solo guerra, autoritarismo e povertà sono al contrario descritti come teppisti sotto l’influenza di Putin, intenti a distruggere la proprietà privata e il “paradiso democratico” dell’Occidente.

