La vittoria di Lula
La vittoria di Lula ha una grande importanza politica per il Brasile, per l’America Latina e per lo scenario globale, soprattutto in riferimento ai paesi del Sud del mondo. Interrompe la marcia trionfale della destra latino-americana, fondata su una valanga di denaro, sostegno mediatico e, soprattutto, aiuto tecnologico – fornito da Meta – attraverso l’utilizzazione indecorosa dei suoi social media (Whatsapp, Facebook e Instagram). Fa compiere un brusco salto all’indietro ai piani statunitensi per il continente ed impedisce una ferita mortale ai BRICS. Sconfigge la lobby estrattivista legata ai petrolieri USA e stoppa la trasformazione di una delle economie maggiori al mondo in donatore di plasma per l’impero dissanguato.
La vittoria di Lula indica che non solo fermare l’avanzata dell’estrema destra è possibile ma che persino l’influenza della Rete governata dai suoi padroni, pur in tempi di ingerenza totale della IA nelle nostre vite, è possibile limitarla, contenerla attraverso la mobilitazione popolare. Un successo che evidenzia quindi come per quanto forte possa essere l’influenza e l’ingerenza dell’impero mediatico e tecnologico, il governo che riporta la politica al centro dello scenario e propone una vita migliore per la quota maggiore della sua popolazione, torna a disporre di una forza propria difficile da sconfiggere. La fuga di Bolsonaro negli USA racconta bene testo e contesto.
C’è poi un aspetto da non trascurare. Quanto accaduto in Brasile assume una rilevanza particolare perché riconduce bruscamente il peso degli evangelici, pentecostali o neo-pentecostali che siano, e lo fa nel Paese in cui la loro presenza è maggiormente incisiva. L’influenza pesantissima che le sette evangeliche esercitano sulla popolazione, soprattutto sui ceti più impoveriti, è stata tra le leve principali della vittoria di Trump e di Bolsonaro padre come di Paz in Bolivia, di Noboa in Ecuador, di Keiko Fujimori in Perù, di De la Asprilla in Colombia e di Kast in Cile e in Brasile aveva prodotto il vantaggio di Bolsonaro figlio al primo turno. Sostanzialmente si tratta della composizione di quel blocco auto-denominatosi “Scudo delle Americhe”, un’altra invenzione priva di pudore come gli OSA. Una specie di caravanserraglio dei peggiori arnesi dell’ultradestra del subcontinente, alimentato dalle ingerenze statunitensi sui rispettivi paesi e dalle incertezze del campo progressista.
Gli evangelici sono un fenomeno pericoloso del quale ci si dovrà occupare con attenzione. La loro crescita d’influenza, sotto la spinta del trumpismo, rappresenta il superamento della destra conservatrice e l’affermazione piena di un blocco reazionario a destinazione elettorale. La fusione tra evangelici ed estrema destra è infatti una caratteristica precisa della svolta reazionaria globale: tiene insieme l’odio verso i poveri, la rivendicazione del darwinismo sociale e la cessione di sovranità in favore degli USA con l’odio misogino e illiberale verso le donne in particolare ed i diritti civili in generale. Una miscela di ideologia padronale e fascista condita da integralismo religioso.
La loro diffusione cresce ovunque e oggi, essendo circa il 30% in un continente segnato da una partecipazione religiosa tra le più alte del mondo, hanno un peso determinante. Lungi dal rappresentare un genuino modello di affiliazione alla fede, rappresentano un potere materiale e ideologico schierato e compatto. Si presentano con una interpretazione integralista dei precetti religiosi e con il ricorso ai modelli conservatrici e misogini propri della estrema destra, promettono un modello di società con la presenza minima dello Stato nell’economia e cooptano con facilità enormi masse di fedeli che diventano elettori.
Certo, come ampiamente denunciato e dimostrato, le vittorie della destra sono state aiutate dalla manipolazione dei dati elettorali operate da Israele e dalle pesanti ingerenze statunitensi, possibili grazie alla profonda penetrazione di Washington negli apparati del Paese, dalla giustizia all’economia, ai media, dalle Forze Armate ai Servizi Segreti, alla polizia. Ma hanno avuto proprio nel voto evangelico una spinta decisiva. Essi operano in una società disgregata e frantumata al suo interno, vendendo schemi artificiosi a logica binaria per costruire identità esistenziali, il veicolo narrativo con cui manipolano le credenze religiose. L’obiettivo è trasformare la fede religiosa in militanza integralista di destra.
Ovviamente vi sono anche fattori oggettivi nella crescita esponenziale delle destre neofasciste. Attraverso il completo controllo del sistema mediatico e grazie all’insipienza sostanziale della sinistra, si dimostrano capaci di intercettare la rabbia contro le élite senza mettere in discussione il potere economico che riproduce le disuguaglianze. Ma la criminalità, l’insicurezza economica, il lavoro precario e l’inflazione non sono invenzioni propagandistiche. Sono problemi concreti che colpiscono soprattutto chi dispone di minori risorse per difendersi. Quando la sinistra non riesce a offrire risposte convincenti ai danni strutturali del capitalismo finanziario, la destra si presenta come forza antisistema, pur difendendo gli interessi economici dell’ordine esistente.
La maggiore abilità delle destre sta qui: nel convincere le fasce popolari più deboli ed esposte alle crisi che la loro condizione di povertà è colpa di chi è più povero di loro. Mentre sono le élite che nell’ulteriore impoverimento dei ceti popolari e delle classi medie nutrono il maggior arricchimento. Si dispiega la sindrome del “povero di destra”, ovvero quel fenomeno sociologico che vede gli ultimi votare contro i loro stessi interessi.
Sul piano politico però la questione è più complessa. In America Latina, le elezioni non sono mai soltanto elezioni. Sono il momento in cui emergono e spesso si scontrano le contraddizioni di società segnate da profonde disuguaglianze, fatte da dipendenza economica, concentrazione della proprietà e una lunga storia di subordinazione agli interessi oligarchici nazionali e del capitale internazionale.
Si guarda spesso ai processi elettorali latinoamericani considerando la democrazia rappresentativa un sistema neutrale nel quale la volontà popolare si esprimerebbe liberamente attraverso il voto, o ritenendo ogni tornata elettorale una possibile alternanza fra destra e di sinistra, senza interrogarsi sui rapporti sociali che determinano le possibilità concrete di trasformazione. La questione fondamentale non è soltanto chi vince. Piuttosto quali interessi sociali vengono rappresentati, quali rapporti di forza cambiano e quale autonomia politica conquistano i popoli.
Il Brasile ben governato ma costretto ad una battaglia all’ultimo voto dimostra che per affrontare il tema della profonda lacerazione sociale di un Paese che pure ha importantissime risorse economiche, non sia sufficiente una politica riformatrice se non incide direttamente sui meccanismi profondi che vedono il dominio delle élite finanziarie sulla politica. Le politiche redistributive e l’ampliamento della protezione sociale possono migliorare le condizioni di vita di milioni di persone, ma in un contesto polarizzato di diseguaglianze, non è sufficiente affidarsi solo alla mediazione istituzionale ed alle alleanze parlamentari, erge un limite oggettivo. La nuova destra, il fascismo 2.0 ha come obiettivo lo smantellamento in forma distruttiva di ogni spazio di democrazia sociale e di egualitarismo ancora vigente, per limitato che sia. È il programma dei governi che hanno ceduto il loro Paese allo “Scudo delle Americhe” trumpiano.
Con l’alito degli USA sul collo
Sebbene abbia ricevuto un brusco stop in Brasile, e pur essendo possibile una retromarcia secca alle elezioni di middle-term, l’offensiva trumpiana sull’America Latina procederà. La necessità USA di saccheggiare ogni tipo di risorsa naturale – dall’energia alle terre rare, dagli alimenti alla biosfera – e di mantenere il controllo sulle principali rotte di comunicazione, sulla giustizia e sulle forze armate dei rispettivi paesi dirigendoli da remoto è chiara. Le vene dell’America Latina restano aperte e non sono solo un forzoso flusso di ricchezza dal Sud verso il Nord. La competizione globale degli USA con la Cina ha nell’America Latina, ancor più che nell’Africa, il terreno dove Trump tenta di limitare l’influenza cinese e assicurarsi un vantaggio strategico. Nella regione si trovano oltre il 50% delle riserve conosciute di litio, il 36-40% del rame globale e notevoli quantità di nichel, terre rare e niobio. Ma la Cina possiede dal 40 al 98% di tutte le terre rare e questo gli consegna il monopolio di fatto delle esportazioni.
Per gli analisti di J.P. Morgan “la ricchezza mineraria dell’America Latina è fondamentale per diversificare le catene di approvvigionamento globali, poiché i suoi minerali sono essenziali per l’intelligenza artificiale e i processi di elettrificazione”. Qui sta il senso della dottrina Donroe. Gli USA non sono in grado di competere con Pechino se non rompono il monopolio cinese. Per questo il Brasile, secondo al mondo per possesso di riserve con i suoi 21 milioni di tonnellate di terre rare, era un obiettivo strategico anche oltre l’America latina. Ma è un boccone che gli è andato di traverso. Magari quando toccherà al Messico si strozzeranno definitivamente.

