Gli Emirati alla conquista dell’ONU
La corsa alla successione di Antonio Guterres per la carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite sta per entrare nella fase finale, con una candidatura dell’ultimo minuto che sembra concepita apposta per difendere gli interessi (criminali) di Israele e, allo stesso tempo, esibire al mondo un (finto) impegno a difesa della causa palestinese. La candidata in questione è la diplomatica emiratina Lana Nusseibeh, entrata ufficialmente nella competizione solo la settimana scorsa in conseguenza della situazione di stallo al Consiglio di Sicurezza, che ha registrato il mancato accordo sul nome da scegliere tra i favoriti. La 48enne ex ambasciatrice di Abu Dhabi all’ONU è di origine palestinese e ha presieduto a lungo alle operazioni che hanno fatto pervenire aiuti umanitari durante il genocidio a Gaza. Dietro questa facciata, tuttavia, il suo lavoro diplomatico ha favorito di fatto la barbarie sionista, così come ha alimentato un altro focolaio di violenza estrema contro i civili, ovvero la sanguinosa guerra civile in Sudan.
Lana Nusseibeh è nata appunto in una famiglia palestinese a Gerusalemme nel 1978. Il padre, Zaki, è stato per decenni consigliere di vari leader emiratini. In Inghilterra ha studiato storia e conseguito un Master in studi sulla “Diaspora ebraica”. Nel 2013 è diventata la prima rappresentante donna del suo paese presso le Nazioni Unite, dove è rimasta fino al 2024. Prima e dopo questo periodo ha ricoperto vari incarichi al ministero degli Esteri degli EAU. Un suo docente inglese degli anni universitari ha definito “determinante” il ruolo della Nusseibeh nel processo di normalizzazione tra gli Emirati e Israele, suggellato nel 2020 dalla firma dei cosiddetti “Accordi di Abramo”.
Nelle dichiarazioni ufficiali riguardo alla questione israelo-palestinese, la diplomatica emiratina è sempre stata coerente con il ruolo subdolo e ambiguo del suo paese. A suo dire, la giustificazione per l’instaurazione di normali rapporti diplomatici con Tel Aviv era stata ad esempio la necessità di superare le politiche di opposizione totale allo stato ebraico, poiché queste ultime non avevano portato alla pace. La situazione catastrofica della popolazione palestinese è sempre stata però sullo sfondo, come un tema da agitare davanti all’opinione pubblica araba per coprire le tracce del tradimento con l’entità sionista.
Ricorda a questo proposito il quotidiano iraniano in lingua inglese Tehran Times che l’avvertimento lanciato pubblicamente da Lana Nusseibeh nel settembre 2025, contro la possibile annessione della Cisgiordania da parte di Israele, non fu una dimostrazione di indipendenza, bensì un modo per salvaguardare gli Accordi di Abramo, che un’azione di questo genere su ordine di Netanyahu avrebbe letteralmente distrutto. Anche dopo l’inizio dell’offensiva genocida a Gaza nell’ottobre 2023, gli Emirati hanno d’altra parte continuato e addirittura rafforzato i legami con lo stato ebraico. In particolare nell’ambito militare, con – tra l’altro – il lancio di programmi ed esercitazioni congiunte, la stipula di contratti miliardari e la fornitura di equipaggiamenti chiave per la difesa emiratina, incluse batterie del sistema anti-aereo Iron Dome per cercare di intercettare i missili iraniani dopo l’aggressione israelo-americana contro la Repubblica Islamica.
La candidatura di Lana Nusseibeh è stata notificata ufficialmente dal presidente degli EAU, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (MBZ), con una lettera inviata settimana scorsa all’Assemblea Generale dell’ONU e al Consiglio di Sicurezza. Il regime aveva intravisto un’opportunità nell’incertezza evidenziata dal modesto consenso ottenuto dai candidati già in corsa per succedere a Guterres, il cui mandato scade a fine anno. Al Consiglio di Sicurezza si tengono preliminarmente voti segreti e non vincolanti (“straw poll”) per verificare la possibile convergenza su un nome favorito. Ognuno dei quindici membri può esprimere una delle tre seguenti preferenze: “Incoraggiare”, “Scoraggiare”, “Nessuna opinione”. Quando un candidato riceve uno o più voti “Scoraggiare” dai membri permanenti del Consiglio, significa che vi è un rischio di veto e le sue possibilità di successo diventano praticamente nulle.
Nello “straw poll” del 16 ottobre, l’economista costaricana Rebeca Grynspan, segretaria generale in carica dell’UNCTAD, aveva ottenuto nove voti favorevoli, ma due “Scoraggiare” da altrettanti membri permanenti. Altri due possibili favoriti – il direttore generale dell’AIEA Rafael Grossi e la diplomatica della Guyana Carolyn Rodrigues-Birkett – avevano invece incassato otto voti “Incoraggiare” e sei “Scoraggiare” ciascuno. Dopo queste operazioni preliminari, le votazioni sono state sospese e, a quel punto, Abu Dhabi ha promosso la candidatura di Lana Nusseibeh. I media ufficiali in Occidente e svariati esponenti di governo hanno subito appoggiato la proposta, in larga misura per assicurarsi l’elezione di un Segretario Generale che sia meno esplicito nella condanna dei crimini di Israele; cosa che ha fatto frequentemente Guterres in questi tre anni.
Tra le voci che più hanno esaltato le qualità della Nusseibeh ci sono quelle dei diplomatici americani, vicini al Partito Democratico, Dennis Ross e Brett McGurk. Entrambi sono sionisti irriducibili e possono essere considerati a tutti gli effetti negazionisti riguardo al genocidio palestinese in corso per mano di Israele. Citare il sostegno di McGurk, già membro dell’amministrazione Biden, risulta utile anche per affrontare la questione delle responsabilità degli Emirati Arabi – e di Lana Nusseibeh – nella catastrofe del Sudan. Vari studi di organizzazioni umanitarie, indagini giornalistiche e, più recentemente, anche un rapporto delle Nazioni Unite hanno mostrato come Abu Dhabi operi in maniera più o meno clandestina per finanziare e armare le milizie “ribelli” (RSF) che da quasi quattro anni combattono una guerra feroce contro le forze governative sudanesi.
Gli Emirati addestrano mercenari di varia provenienza, soprattutto colombiani, per poi spedirli al fronte a fianco delle RSF, mentre da anni riforniscono queste ultime di armi che vengono utilizzate anche per compiere veri e propri massacri di civili, come quello della città di el-Fasher, nel Darfur, avvenuto nell’ottobre dello scorso anno. In un’intervista alla Associated Press, il direttore del centro studi Conflict Insights Group, Justin Lynch, ha spiegato che la Nusseibeh è stata il funzionario “di riferimento” degli EAU per gli affari legati al Sudan. In particolare, la 48enne diplomatica si è adoperata per ripulire l’immagine del suo paese, ovvero svolgendo attività di “lobbying” negli USA e in Europa allo scopo di allentare le pressioni internazionali a causa appunto della complicità nelle violenze della guerra civile sudanese. Il collegamento con Brett McGurk va fatto risalire a un suo intervento al Congresso di Washington durante l’amministrazione Biden, quando anch’egli mentì deliberatamente sul ruolo degli Emirati nella fornitura di armi alle RSF.
La testata on-line Middle East Eye ha scritto lunedì di un altro fattore che potrebbe favorire il coagularsi di un consenso decisivo attorno alla candidatura di Lana Nusseibeh. Ci potrebbe essere cioè un accordo tra il regime di Abu Dhabi e il governo britannico, in base al quale il primo ministro Burnham sosterrà la candidata emiratina alla carica di Segretario Generale ONU in cambio di una de-escalation della crisi recentemente esplosa tra i due paesi in seguito agli scandali finanziari che coinvolgono gli EAU nel Regno Unito. Soprattutto le vicende giudiziarie che hanno coinvolto la proprietà emiratina del Manchester City sono al centro di una polemica che ha visto la casa regnante minacciare la cancellazione degli enormi “investimenti” fatti oltremanica in questi anni.
Le reali possibilità di Lana Nusseibeh di guidare l’ONU restano in ogni caso da verificare, viste le controversie internazionali che riguardano gli Emirati. Molto dipenderà dalla decisione di utilizzare o meno il potere di veto di Russia e Cina, anche se entrambi questi paesi intrattengono buoni rapporti con Abu Dhabi. Intanto, la stampa ufficiale sembra prediligere il fatto presumibilmente straordinario che Lana Nusseibeh potrebbe diventare la prima donna Segretario Generale delle Nazioni Unite, nonché il secondo arabo dopo Boutros Boutros-Ghali.
Al di là di questo simbolismo “storico”, la sua eventuale investitura rischia di scontrarsi con un paradosso insostenibile: affidare i più alti uffici della diplomazia globale e la protezione dei civili a chi si porta dietro ombre pesanti su questi stessi fronti, minando così alla radice l’autorevolezza morale che il Palazzo di Vetro esige – quanto meno formalmente – per mediare i conflitti più sanguinosi del nostro tempo.

