La UE impotente tra Kiev e Teheran
Senza apparenti segni di imbarazzo, l’Unione Europea approvato all’unanimità il 27esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, evidentemente pensando di raggiungere il risultato che non ha raggiunto con i precedenti 26. L’uscita di scena di Orban e il peso limitato di Fico in Slovacchia hanno permesso lo sblocco del prestito da 90 miliardi di Euro a Kiev. Miliardi che sarebbero stati necessari alla UE per compensare i maggiori costi energetici derivanti dal blocco di Hormuz e che stanno mettendo in serissime difficoltà i suoi membri, ma che la si è preferito destinare a Kiev per proseguire la guerra.
Che sia un prestito è vero solo sulla carta, giacché l’Ucraina non è, e meno ancora sarà, in grado di rimborsarlo, stante una economia che presenta numeri da Paese fallito. Il prestito non arriverà mai agli ucraini e si fermerà nelle tasche della cricca di Zelensky. Un gruppo di potere illegittimo perché scaduto ma che Bruxelles tiene in vita con il respiratore artificiale degli aiuti diretti economici e militari, sperando che possa continuare ad esercitare una pressione militare e politica su Mosca.
Violando ogni procedura consuetudinaria, la Ue non ha chiesto indagini sulla corruzione. Eppure avrebbe dovuto, visto che la stessa istituzione, da prima che il conflitto con Mosca esplodesse, aveva ricordato che l’Ucraina, sin dall’era Timoshenko ma a maggior ragione dopo il colpo di stato del 2014, era considerata universalmente uno dei paesi più corrotti del mondo. Lo dicevano le Ong statunitensi come Transparency International e la stessa Unione Europea, che a Kiev aveva anche rivolto sanzioni e avvertimenti circa l’adesione alla UE se non avesse messo in ordine la casa, piena di corruzione, leggi discriminatorie, violazioni costituzionali e ruberie diffuse, soprattutto tra i membri dell’establishment.
Nonostante lo scandalo dei water d’oro e le numerose denunce di traffici di armi con organizzazioni criminali caucasiche e africane, utilizzando una parte degli aiuti militari ricevuti, la UE sembra però non voler prendere in considerazione l’idea di ripensare una politica di aggressione russo fobica attraverso il proxy ucraino. Continua quindi a riempire le tasche della cricca Zelensky con iniezioni di miliardi di Euro, fomentando così uno scambio virtuoso per cui Bruxelles guadagna tempo e Kiev guadagna soldi. Obiettivo? Far durare una guerra che è già persa militarmente e politicamente.
A dimostrazione di quanto la stessa UE creda quasi nulla al ruolo ucraino che vada oltre quello di proxy militare, sull’entrata di Kiev ci va piano; non intende assumere su di sé quel debito spaventoso e gli ancor più pesanti costi previsti per la ricostruzione dell’Ucraina, che impatterebbero in maniera pesantissima sulla già difficile situazione economica della UE. Insomma l’Ucraina è Europa solo contro la Russia, non sempre. A Kiev infatti propone nel concreto solo di associarsi allo schema difensivo che Bruxelles ha in mente di perseguire; verso gli ucraini c’è un insopprimibile istinto a considerarli carne da cannone, buona per contrastare la Russia, quali che siano le decisioni e la dimensione stessa prossima della NATO.
Questo prestito viene erogato proprio mentre la UE si spacca sulle misure da prendere per attenuare l’emergenza cui si va incontro in seguito al blocco dello stretto di Hormuz. Non solo resta indifferente al costo sociale di questo quadro che vedrà ulteriori 32 milioni di poveri a livello globale per via della rottura della filiera degli idrocarburi, ma si posiziona in un rischio sistemico altissimo. Perché pur di non tornare ai rapporti commerciali con la Russia, Bruxelles prosegue nell’operazione suicida e accetta le difficoltà che potrebbero drammaticamente aggravarsi se, a fronte di un fallimento dei negoziati in Pakistan, si aggiungesse anche quello di Bab el Mandeb.
Lo stretto è largo 32 km e si trova tra la punta sud-occidentale della penisola arabica (Yemen) e il Corno d’Africa (Gibuti ed Eritrea). Collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano, rappresentando un nodo strategico cruciale per il commercio internazionale. È indispensabile per accedere al Mar Rosso, da dove, tramite il Canale di Suez, arrivano nel Mediterraneo merci e idrocarburi destinati all’Europa, circa il 20 e il 10% del totale globale rispettivamente (che si aggiungerebbe al 20% degli idrocarburi che transita da Hormuz). Ove divenisse impossibile il transito, le navi sarebbero costrette a scendere per l’intero continente Africano ad Est, doppiare il Capo di Buona Speranza e risalire ad Ovest. Il tutto aumenterebbe enormemente i tempi di navigazione, dunque i costi assicurativi e di carburante. Ciò si ripercuoterebbe sul valore al barile e i maggiori costi verrebbero scaricati sui contribuenti europei: s’impennerebbe ulteriormente l’inflazione che già sta corrodendo in profondità l’economia mondiale e quella europea in particolare, che segna ormai solo decimali di crescita a fronte di numeri interi d’inflazione.
Le convulsioni dell’Occidente
Il Cremlino, proprio in quanto certo dell’inizio di una nuova era per gli equilibri planetari, non sottovaluta la presenza forte di tendenze russo fobiche nel deep state statunitense ed europeo, ancor meno il piano Draghi per la UE che vede la riconversione in chiave bellica della produzione industriale europea che la metta in grado entro il 2050 di attaccare la Russia. A Mosca si ha consapevolezza di come questo mutamento generale del sistema del Vecchio Continente diretto dai grandi fondi statunitensi, ormai gestori delle politiche europee, preveda la riconversione dell’indirizzo strategico in funzione anti russa. Non solo per un mai sopito sentimento revanscista, ma anche perché l’esistenza di un nemico, di una minaccia militare ancorché inventata, di fronte ai cittadini europei che non vedono la Russia come minaccia, serve a sorreggere politicamente la riconversione industriale, la nuova leva sistemica, i nuovi indirizzi strategici e il cambiamento degli assetti e di governance interni, con un nuovo ruolo preminente per Baltici e Nord europei.
Del resto il problema di una relazione tra Russia ed Europa c’è e non è di poco conto. Berlino intende auto-assegnarsi il comando politico europeo e, nel contempo, con un occhio al bilancio e l’altro agli affari, prova a costruire una operazione destinata a resuscitare la metallurgia e la siderurgia tedesca e a stabilire la supremazia nei confronti di Francia e Gb. La narrativa tedesca secondo la quale l’Europa dovrebbe essere in grado entro il 2050 di poter attaccare la Russia per salvaguardare l’integrità del Vecchio Continente rappresenta certamente un segnale d’allarme che le reiterate provocazioni di Pistorius in ordine alla collaborazione con Kiev per la produzione di missili Taurus confermano.
Il Cremlino è orientato a dare importanza alle farneticazioni militariste del vertice tedesco perché, inevitabilmente, crea una nuova dimensione del ruolo tedesco nella guerra e nel conflitto tra l’Occidente e la Russia. Inevitabilmente la ripresa di un dialogo negoziale tra Russia e USA alla ricerca di una soluzione politico-diplomatica che metta fine alla guerra in Ucraina risente dello stallo nelle relazioni tra Washington e Mosca dovute alla guerra nel Golfo. Mosca ha perfettamente chiaro – per dirla con Lavrov – che “Washington vuole difendere il suo modello di benessere a qualunque costo e con qualunque mezzo, inclusi colpi di Stato, sequestri di leader o di risorse naturali e che questa politica debilita il Diritto Internazionale imponendo l’idea che la forza è quella che prevale”. Tutto questo ha ovvie ripercussioni nella politica estera e di sicurezza russa, sia sul piano regionale che su quello globale, come testimonia la prossima visita di Putin da Xi prima che questi incontri Trump.
L’Ucraina, per Mosca, resta il tema prioritario. Assume ulteriore centralità nell’indiscutibile ruolo paradigmatico che continua ad avere a seguito della guerra nel Golfo e del riarmo europeo, e ciò si ripercuote nella disponibilità a cercare una soluzione diplomatica al conflitto. Sempre che gli USA si ricordino di aver innescato una guerra nell’Eurasia nella quale, come in quella del Golfo, sono entrati ma non sanno come uscirne.

