La parola possessione
La parola possesso indica nella sua prima accezione l’atto di possedere, occupare o avere la proprietà di qualcosa, materiale o immateriale. La cerimonia dello scorso 7 agosto mi ha fatto pensare a questa parola e a tutto ciò che contiene. Nella cerimonia di insediamento presidenziale, Abelardo de la Espriella ha preso possesso della sua carica. Questo non significa che sia il “proprietario” del potere. In una democrazia, si suppone che il potere sia una facoltà, non un possesso.
Il potere non è un bene personale, bensì un’attribuzione legale che la Costituzione conferisce a un presidente. Dovremmo ricordarcelo tutti. Speriamo che lo faccia anche il nuovo presidente, anche se è difficile fidarsi quando il suo idolo dichiarato è Trump, che ha utilizzato il potere a proprio beneficio e a quello della sua famiglia, aumentando esponenzialmente la propria fortuna da quando ha iniziato il suo secondo mandato. Diverse inchieste hanno portato alla luce la manipolazione dei mercati finanziari, che impazziscono dopo ogni sua pubblicazione sui social network. Conflitto di interessi dovuto al possesso e all’utilizzo di informazioni privilegiate per l’acquisto e la vendita di azioni? Niente affatto. Pura intelligenza e buon fiuto finanziario, direbbe Trump.
Qualcosa di simile è accaduto con Javier Milei, il cui patrimonio è aumentato del 64,8 per cento durante il suo primo anno di governo, secondo la dichiarazione patrimoniale che lui stesso ha presentato all’Ufficio anticorruzione. Sarà per questo che l’Università Santiago de Cali gli ha conferito un dottorato honoris causa in Amministrazione proprio prima dell’insediamento di De la Espriella? Essere coinvolto nello scandalo di una mega-truffa cripto che ha colpito milioni di persone in tutto il mondo è un motivo per ricevere un premio? E soprattutto: essere responsabile del calo dell’occupazione, della chiusura di massa delle imprese regolari, dell’aumento delle insolvenze, della diminuzione dei consumi, della contrazione dell’industria e dell’aumento dei prezzi dei servizi senza che aumentino i salari nel proprio Paese è degno di un riconoscimento accademico? Pare di sì.
Si comincia a sospettare che, quando si è presidente, anche il potere sia un possesso. E non solo: diventa uno strumento per esaltare i possedimenti altrui. Ora Milei possiede un dottorato. Che cosa darà in cambio a De la Espriella? Come contribuirà ad accrescere i possedimenti, già considerevoli, del nostro nuovo presidente? Sarà un gioco del tipo: “io premio te, tu premi me, noi vinciamo, i Paesi perdono”? Per ora, chi ha perso più di tutti è l’Università Santiago de Cali. Ha perso ogni prestigio e credibilità.
Un’altra accezione. Si parla di possesso anche quando si descrive l’appropriazione dello spirito di una persona da parte di un altro spirito che agisce in lei come agente interno. Poco prima della cerimonia d’insediamento, De la Espriella ha convocato i membri del suo governo a un ritiro spirituale, al termine del quale ha affermato di essere stato “toccato dallo Spirito Santo”. Non è una frase qualunque: qui si percepisce un marketing religioso ben delineato, con i propri KPI, quegli indicatori chiave di performance tanto cari al mondo imprenditoriale.
Dire che il primo mandatario è stato “toccato” dallo Spirito Santo suggerisce che De la Espriella sia stato “scelto” da un potere superiore; vale a dire, che vi sia stato una sorta di possesso divino. Se ne deduce quindi che non sia stato soltanto il popolo colombiano a sceglierlo: è stato Dio stesso a farlo, affinché agisse attraverso di lui. In questo modo, il nuovo presidente costruisce una visione manichea del potere: lui rappresenta il bene e tutto ciò che gli si oppone sarà il male.
La Colombia è un Paese laico, ma alla cerimonia d’insediamento presidenziale hanno partecipato diverse figure religiose, tra cui un vescovo e un rabbino. Il vescovo José Roberto Ospina ha pronunciato un’“invocazione a Dio”, cosa che ha suscitato indignazione in molti settori, poiché nel 2007 è stato denunciato per abuso sessuale. Alcuni sostengono, tra questi il giornalista Juan Pablo Barrientos, autore di diversi libri sugli abusi sessuali commessi da sacerdoti ai danni di minori, che i suoi crimini siano stati coperti nientemeno che dal Vaticano.
Inevitabilmente penso alla parola possesso come a quel crimine imperdonabile perpetrato sui corpi di bambini e bambine. Sacerdoti perversi credono di essere proprietari di quei corpi piccoli e vulnerabili. E la Chiesa ha il potere di mettere a tacere le loro denunce, nascondere l’orrore sotto il tappeto e continuare a camminare a testa alta, pretendendo di impartire lezioni di morale al mondo. Che cosa ne dirà il loro Dio?
Poi è intervenuto il rabbino David Michaan, che ha innalzato una preghiera per la pace in Colombia. Ha concluso dicendo: “Viva la Colombia e viva Israele!”. Ai miei occhi, questo è stato il possesso del possesso. Il rabbino si è appropriato di un atto protocollare di un Paese sovrano per trasformarlo in uno slogan politico dello Stato di Israele.
È noto che sono in corso affari con gli israeliani: acquisto di armamenti, addestramento delle truppe, acquedotti e fracking “responsabile”, che non è altro che l’appropriazione delle viscere della terra e la sottrazione alle comunità dell’acqua. Molti di questi affari sembrano procedere senza gara pubblica. Dov’è finito lo slogan anticorruzione che De la Espriella ha usato tanto durante la campagna elettorale?
Ho provato orgoglio quando il presidente Petro ha interrotto le relazioni con Israele, uno Stato genocida il cui primo ministro è un presunto criminale di guerra e autore di crimini contro l’umanità. Oggi provo devastazione nel vedere che le relazioni vengono ristabilite con quello stesso Stato che ritiene di avere il diritto di impossessarsi della Striscia di Gaza, tra gli altri territori, e di cancellare dalla carta geografica il popolo palestinese. Un rappresentante di quello Stato genocida ha usato la piattaforma del 7 agosto per mettere il proprio Paese e il nostro nella stessa frase. Oggi sono padrona della più grande indignazione, e so di non essere l’unica. Almeno 13 milioni di colombiani credono che la Palestina abbia il diritto di essere riconosciuta come Stato libero e sovrano e che la vita di ogni persona palestinese valga esattamente quanto quella di qualsiasi altro essere umano. Nessuno, rabbino o meno, riuscirà a far credere al mondo che l’intera Colombia sostenga le mostruosità che vengono commesse.
Ciò che più preoccupa del possesso della carica da parte di Abelardo de la Espriella è la spoliazione che potrebbe venire dopo. Per il modo in cui ha assunto il potere, non è assurdo temere la perdita dei diritti: ha posto il potere militare al di sopra del proprio rango civile, la propria religione al di sopra delle altre e molto al di sopra di chi, come me, non professa alcuna fede, il suo ideale di famiglia tradizionale al di sopra di quella che prevale in Colombia, che è quella monoparentale, e le sue alleanze con Stati criminali al di sopra del Diritto internazionale umanitario. Non mi stupirebbe se De la Espriella si unisse presto a Trump e Netanyahu nella loro crociata per porre fine alla Corte penale internazionale, perché a chi interessa l’esistenza di un organismo capace di giudicare i crimini di guerra, come avvenne nei processi di Norimberga contro i nazisti? A loro no, certamente.
Il possesso è tornato a definire la posizione del primo mandatario. Possesso e posizione: suonano in modo simile, ma possono essere opposti. Perché il possesso di un presidente dovrebbe essere quello di un Paese unito che si sente rappresentato. E questa rappresentanza è in pericolo quando la posizione del mandatario fa eco al potere fascista che oggi si impone nel mondo, quando pretende di trasformare le proprie convinzioni religiose in leggi e quando non solo il suo discorso, ma anche la posa della sua voce, le espressioni del volto e i gesti – come i ricorrenti colpi della mano sul leggio – mostrano un uomo autoritario e prepotente.
Ottant’anni fa, Charles Chaplin concluse Il grande dittatore con un discorso devastante contro lo stesso tipo di potere per il quale oggi tante persone votano in tutto il mondo. Guardarlo oggi sembra più un avvertimento a cui dobbiamo prestare attenzione che un semplice resoconto della storia che alcuni vorrebbero dimenticare.

