Musk, Intel e la fine della globalizzazione
La parabola della globalizzazione classica, intesa come l’illusione di un libero mercato globale capace di democratizzare il mondo e appiattire i confini geopolitici, fragile bugia usata come facciata e marketing del neocolonialismo, è giunta al suo capolinea. Quella a cui assistiamo è una frammentazione geoeconomica guidata da blocchi storici pronti a tutto pur di blindare la propria sovranità cognitiva e materiale.
Mentre il dibattito pubblico occidentale insiste a dipingere il modello cinese come un monolite centralizzato privo di libertà, la realtà mostra come Pechino persegue un’efficienza selettiva e meritocratica, orientando lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale verso una pianificazione statale di lungo periodo ed aperta allo sviluppo dei paesi in via di sviluppo in questo processo. Al contrario, in un Occidente orfano di guide industriali pubbliche, il disperato tentativo di non perdere i privilegi storici col resto del mondo sta traducendosi in una micidiale svolta autoritaria.
Governi europei come quelli di Germania e Inghilterra mostrano livelli inediti di repressione dei reati d’opinione, muovendosi in zone grigie della legalità per giustificare sorveglianze invasive e compressioni del diritto al dissenso. Senza arrivare ai rastrellamenti e campi di concentramento degli USA della stagione ICE, questa perdita di controllo degli stati democratici non fa che accelerare un disegno sistemico globale: la transizione verso il tecno-feudalesimo, dove le imprese-Stato scavalcano le istituzioni pubbliche per imporre nuove forme di servitù privata.
L’emblema di questa metamorfosi industriale è il nuovo progetto Terafab, l’imponente complesso che SpaceX sta formalizzando nella Contea di Grimes, in Texas, in partnership con Intel e Tesla. Non una fabbrica tradizionale, ma la materializzazione della perfetta autarchia industriale.
Con una superficie record che supererà i 9 milioni di metri quadrati (100 milioni di piedi quadrati), l’edificio si appresta a diventare la struttura industriale più grande del pianeta. L’investimento iniziale stanziato per la prima fase è di 16,8 miliardi di dollari, ma i documenti stimano un costo complessivo fino a 119 miliardi di dollari per il completamento di tutte le fasi. All’interno di Terafab si realizzerà un’integrazione verticale assoluta: dalla progettazione dei circuiti alla stampa dei microchip, sfruttando i processi avanzati di litografia di Intel basati sulla tecnologia 14A, fino alla produzione di memorie e al packaging avanzato. L’obiettivo è produrre oltre 1 terawatt di capacità di calcolo AI all’anno.
Il messaggio è chiaro: sottrarsi al rischio della catena di fornitura taiwanese ma soprattutto slegarsi dall’olandese ASML, uccidendo la forza contrattuale del concorrente europeo nella leadership globale, e, contemporaneamente, slegarsi da qualsiasi ricatto normativo o energetico degli Stati-Nazione territoriali. Nel momento in cui la produzione e il controllo delle risorse fisiche cessano di essere una prerogativa statale, l’oligarchia tecnologica cessa di essere un attore economico per diventare un potere sovrano indipendente. Ma come sta reagendo il resto del mondo?
Il blocco eurasiatico e la via sovrana all’hardware
Dall’altro lato dello scacchiere geopolitico, il blocco dei BRICS (o quel che ne rimane politicamente dopo la guerra con Russia e Iran e il disgelo dei rapporti sunniti-sciiti che i BRICS avevano portato grazie alla diplomazia cinese) ha compreso che la dipendenza dall’infrastruttura della Silicon Valley equivale a una sottomissione coloniale. Per questo la Cina – affiancata da Russia, India e Iran – sta coordinando una mossa simmetrica per erigere un’infrastruttura tecnologica del tutto parallela ed economicamente sganciata dall’Occidente.
L’obiettivo non è competere all’interno del mercato globale, ma creare un ecosistema autarchico alternativo, fondato sulla convergenza di diverse direttrici: attraverso colossi come Huawei e SMIC, e massicci sussidi statali (il cosiddetto “Big Fund”), la Cina sta forzando lo sviluppo di una filiera di semiconduttori indipendente. Nonostante i blocchi all’esportazione di macchinari ASML occidentali, Pechino ha raggiunto l’autosufficienza nei chip ad architettura avanzata, accelerando sulla litografia proprietaria.
Con il progetto del “Web Sovrano” in Russia e l’espansione dei data center di Alibaba Cloud e Tencent in Asia e Africa, i BRICS stanno blindando i propri dati, sottraendoli ai cavi sottomarini controllati dall’intelligence statunitense. Inoltre, per disinnescare il monopolio di Windows, Android e iOS, la Cina ha imposto la transizione della pubblica amministrazione e dell’esercito verso sistemi operativi nazionali (come HarmonyOS e varianti di Linux sovrano), garantendo che nessuna backdoor occidentale possa paralizzare le strutture di comando.
Alla corsa al riarmo si associa un accaparramento distruttivo del sapere umano, che ricalca da vicino le dinamiche medievali in cui l’accesso alla parola scritta era ad appannaggio esclusivo degli alti prelati. Un esempio emblematico e brutale è emerso con il “Project Panama” di Anthropic, finito al centro delle aule di giustizia americane nel caso Bartz v. Anthropic.
Per addestrare i propri modelli algoritmici (come Claude) su testi non contaminati, l’azienda ha acquistato milioni di dollari di libri fisici, spesso rari e fuori catalogo. Successivamente, le copertine e i dorsi sono stati sistematicamente tagliati con ghigliottine industriali per accelerare la scansione automatica, gettando via i resti.
Dietro questo scempio culturale si cela un preciso escamotage legale: distruggere la copia fisica serviva a sostenere in tribunale che la versione digitale stesse semplicemente “sostituendo” l’originale legalmente acquistato sotto il principio del fair use, evitando così di pagare i diritti di riproduzione continuativa agli autori.
I libri vengono distrutti, il patrimonio collettivo viene digerito dai server privati e la conoscenza viene filtrata: l’utente comune non vi accede più liberamente, ma deve pagare una rendita algoritmica al padrone del feudo. Nel frattempo, l’automazione dei lavori qualificati destruttura la classe intellettuale dei laureati (medici, ingegneri, programmatori), atrofizzando le competenze umane e riducendo le future generazioni a semplici operatori di interfaccia.
Questa ristrutturazione sociale delinea una vera e propria piramide neo-feudale suddivisa in tre classi rigide, con Pochissimi scienziati, ingegneri di altissimo livello e azionisti che controllano l’architettura dei supercomputer e dei modelli di base, unici depositari del codice profondo dell’IA, ed a seguito Una ristretta classe di tecnici addetti alla manutenzione hardware dei data center, alla supervisione delle linee elettriche o alla moderazione dei dati, che ricevono istruzioni direttamente dall’algoritmo.
E noi comuni mortali? Da cittadini diverremo utenti comuni, con lavori de-qualificati che interagiscono con le piattaforme, regalando i nostri dati personali e lavorativi per arricchire ulteriormente il “feudo” digitale senza possedere nulla.

