Canada-Israele, embargo a geometria variabile
Il governo canadese continua a presentarsi come uno dei paesi occidentali più critici nei confronti del regime genocida di Netanyahu. A parole condanna gli insediamenti illegali, promette restrizioni all’export militare e rivendica il riconoscimento dello stato palestinese. Nei fatti, però, chi prova anche solo a chiudere le scappatoie che permettono alle armi canadesi di arrivare comunque a Israele viene immediatamente punito.
È quanto accaduto nei giorni scorso al deputato liberale Sean Casey, rimosso dall’incarico di segretario parlamentare del ministro degli Affari dei Veterani dopo avere votato a favore di una proposta di legge che avrebbe impedito il trasferimento indiretto di equipaggiamenti militari canadesi destinati all’esercito israeliano. La vicenda è l’ennesima dimostrazione di come l’opposizione occidentale al regime Netanyahu sia, nella migliore delle ipotesi, largamente retorica, mentre il sostegno materiale al genocidio dei palestinesi continua attraverso canali accuratamente preservati.
Casey, deputato di Charlottetown e membro del Partito Liberale del primo ministro Mark Carney, era stato avvertito già nel marzo scorso che, se avesse sostenuto il disegno di legge “No More Loopholes Act”, presentato dalla deputata del Nuovo Partito Democratico Jenny Kwan, avrebbe perso il proprio incarico. Casey avrebbe votato comunque a favore e, sei mesi dopo, è arrivata la telefonata dell’ufficio del primo ministro che gli ha comunicato la sostituzione con la deputata del Québec, Sophie Chatel.
Il provvedimento in questione aveva un obiettivo ben preciso, ovvero eliminare le falle normative che consentono alle aziende canadesi di esportare componenti militari verso paesi terzi, soprattutto gli Stati Uniti, da dove vengono poi incorporati in sistemi d’arma destinati a Israele. “Lo scopo della legge era impedire che equipaggiamenti militari canadesi finissero per essere usati per uccidere palestinesi”, ha spiegato Casey alla CBC, aggiungendo di avere semplicemente rispettato il mandato ricevuto dai propri elettori. Quindici deputati liberali hanno votato contro la linea del governo, ma Casey era l’unico a ricoprire il ruolo di segretario parlamentare, figura che rappresenta il ministro nelle attività istituzionali e fa parte dell’apparato di governo. Ed è stato anche l’unico a pagare un prezzo politico immediato.
Il Partito Liberale ha cercato di caratterizzare l’intera vicenda come una semplice questione procedurale. Casey stesso ha ricordato che, secondo le regole introdotte nel 2015 dall’allora primo ministro Justin Trudeau, i deputati liberali non appartenenti al governo avrebbero diritto di votare liberamente sui disegni di legge d’iniziativa parlamentare, salvo eccezioni limitate come il bilancio o i provvedimenti che attuano direttamente il programma di governo. Per il deputato, questa regola è stata invece modificata senza alcuna comunicazione ai parlamentari. Il voto, peraltro, non risultava formalmente sottoposto a disciplina di partito, tanto che altri quattordici liberali hanno sostenuto la proposta senza conseguenze immediate.
Ma ridurre tutto a un problema di disciplina parlamentare significa occultare la questione sostanziale. Casey è stato punito non per avere infranto una procedura, bensì per avere tentato di bloccare un meccanismo attraverso il quale il Canada continua ad appoggiare militarmente Israele mentre dichiara pubblicamente di fare l’opposto. La conferma arriva dagli stessi dati ufficiali. Secondo un rapporto del ministero degli Esteri canadese, nel solo 2025 Ottawa ha esportato direttamente verso Israele beni militari per 14,6 milioni di dollari, nonostante il governo sostenesse di avere sospeso le licenze di esportazione utilizzabili nel genocidio a Gaza.
Già alla fine del 2025 un’inchiesta aveva smontato la versione ufficiale del governo canadese. Il rapporto “Exposing the U.S. Loophole” documentava centinaia di spedizioni di componenti prodotti in Canada verso fabbriche militari statunitensi coinvolte nella produzione dei caccia F-35, di bombe e di munizioni successivamente consegnate a Israele. Gli autori descrivevano il Canada come un vero e proprio “corridoio di transito” per le armi dirette allo stato ebraico, sostenendo oltretutto che le spedizioni individuate rappresentassero soltanto una piccola parte della complicità reale di Ottawa. Anche se la legge è stata alla fine bocciata, il voto di Casey andava a colpire precisamente questa scappatoia. Da qui la reazione del governo.
Significativa è stata comunque la posizione presa dallo stesso deputato dopo la rimozione dal suo incarico governativo. Casey ha dichiarato di nutrire ancora un “tremendo rispetto” per il primo ministro e di conservare immutato il proprio affetto per il Partito Liberale. Una dichiarazione quasi surreale, che fotografa perfettamente il comportamento di una parte consistente della classe politica occidentale: denunciare singoli aspetti della politica israeliana, votare occasionalmente misure simboliche, ma restare pienamente allineati a leadership e partiti che continuano a garantire copertura politica e militare a Israele.
L’episodio arriva proprio mentre Canada, Regno Unito e Francia hanno annunciato nuove misure contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, presentate come un deciso cambio di passo nei confronti del regime di Netanyahu. Dietro la retorica, però, restano enormi buchi. Le misure riguardano principalmente il commercio con gli insediamenti e alcune società o individui coinvolti nella colonizzazione, ma lasciano sostanzialmente intatti i rapporti economici e soprattutto la cooperazione militare con Israele. Nel caso britannico, ad esempio, continua l’esenzione per la filiera dei caccia F-35, elemento centrale dell’apparato militare israeliano, mentre diplomatici britannici hanno ammesso agli Stati Uniti che le nuove sanzioni avrebbero un impatto “largamente simbolico” sulle relazioni con Tel Aviv.
Il quadro canadese non è molto diverso. Ottawa annuncia restrizioni, ma mantiene aperti i canali che consentono ai componenti militari di raggiungere Israele attraverso gli Stati Uniti. Le dichiarazioni politiche servono soprattutto a contenere una crescente opposizione interna all’appoggio occidentale alla guerra di sterminio contro i palestinesi, senza mettere realmente in discussione il sostegno strategico allo stato ebraico.
La rimozione di Sean Casey rende evidente anche un altro aspetto della crisi occidentale. Di fronte a una popolazione sempre più ostile alla prosecuzione del genocidio e alle complicità dei propri governi, le classi dirigenti ricorrono a strumenti autoritari per imporre la linea ufficiale. Non basta reprimere manifestazioni, criminalizzare attivisti o limitare la libertà di espressione: diventa necessario disciplinare anche il dissenso all’interno delle stesse istituzioni parlamentari.

