USA e Cina, il vecchio e il nuovo ordine mondiale
L’incontro fra Xi e Trump è stato un tentativo di stabilizzare la competizione sino-americana senza la pretesa o l’intenzione reciproca di risolverne le divergenze strutturali ed appianare gli indirizzi di politica internazionali. C’è una dimensione simbolica importante che Xi ha sottolineato: i due presidenti hanno effettuato visite reciproche in meno di sei mesi, definendolo un fatto senza precedenti nella storia delle relazioni sino-americane.
Tuttavia i due presidenti sono arrivati al vertice in condizioni decisamente diverse: Xi, sebbene la Cina non viva il miglior momento per la sua economia, porta con sé la pesante riduzione dell’influenza statunitense sul mondo e la sconfitta militare patita in Iran insieme alla crescita esponenziale dei BRICS sulla scena globale. Trump si trova invece in una situazione decisamente diversa. Con i consensi a picco a quaranta giorni dalle elezioni Midterm, un indice di gradimento sceso al 26% e con il prezzo del petrolio salito vertiginosamente per la guerra nel Golfo in cui si è infilato, un dato ancora peggiore si profilava con nettezza.
Mai prima nella Storia lo spread fra i loro titoli di Stato era arrivato a 351 punti base a favore di Pechino. Sulla base di una differenza del genere, il costo dell’indebitamento pubblico americano a lungo termine sarebbe di circa del 30% più alto di quello di Pechino.
Il tycoon aveva un disperato bisogno che il collega asiatico gli concedesse qualcosa, per poter sbandierare davanti all’opinione pubblica americana almeno un piccolo successo. Ma non è andata così. Trump ha chiesto a Xi di fermare, o almeno limitare, gli aiuti all’Iran, dal momento che Pechino fornisce armamenti e strumenti a Teheran per resistere all’aggressione USA, oltre a essere il principale acquirente del greggio iraniano. Stesso dicasi per la guerra in Ucraina, dove Xi ha ribadito come la Cina sia disposta ad adoperarsi per una mediazione costruttiva e realistica, ma non volterà mai le spalle a Mosca, con la quale mantiene un fecondo accordo di partenariato strategico e politico. Insomma per Trump niente da fare: nessuna trattativa su nessuno scenario del mondo è possibile senza prima la cessazione di ogni sostegno politico e militare a Taiwan.
Definitivamente archiviata l’idea occidentale di una trattativa tra un’America dominante e una Cina che deve cedere: quello a cui Xi e Trump hanno dato vita è un passaggio del dialogo tra due grandi potenze che devono imparare a convivere. Xi vorrebbe un nuovo approccio per far sì che vi sia una migliore comprensione.
Pechino non interpreta l’incontro come la fine della rivalità sino-americana. Lo presenta piuttosto come un tentativo di darle una forma più prevedibile e gestibile. Anche analisi precedenti al vertice sottolineavano che, dal punto di vista cinese, il valore poteva essere soprattutto la costruzione di una cornice concettuale – stabilità strategica – da riempire successivamente con accordi concreti. Da parte cinese emerge una differenza di prospettiva: cosa si è ottenuto concretamente, quale nuova cornice si è stabilita per gestire la ineliminabile rivalità?”. La lettura prevede prima la stabilità, poi la soluzione dei problemi. Il linguaggio utilizzato è quello della “stabilità strategica”: cooperazione dove possibile, competizione contenuta e gestione delle divergenze.
Una stabilità strategica piuttosto che una vera e propria partnership. Xi ha insistito sul fatto che i due Paesi devono mantenere la cooperazione come elemento principale; contenere la competizione entro limiti gestibili; amministrare le differenze; aumentare la fiducia reciproca. Dal punto di vista cinese, quindi, l’obiettivo realistico non sembra essere eliminare la rivalità con Washington, ma impedire che la rivalità degeneri in conflitto o in una spirale economica e tecnologica incontrollabile.
Il commercio
La Cina vuole contribuire alla stabilità delle relazioni commerciali. Xi ha detto che la lista delle aree di cooperazione deve essere ampliata e quella delle controversie ridotta. D’altra parte questo è coerente con una lettura più pragmatica: Pechino vorrebbe evitare una nuova escalation tariffaria con gli Stati Uniti, soprattutto mentre può sfruttare una fase di relativa stabilità per consolidare commercio, tecnologia e capacità produttiva.
L’AI
Xi ha sottolineato che Cina e USA possiedono entrambi forti capacità nell’intelligenza artificiale e che possono competere ma anche cooperare. Sulla gestione della tecnologia, che vede la Cina e gli USA scontrarsi a causa delle politiche aggressive statunitensi che cercano di isolare Pechino, il tentativo di Xi è di gestire in forma parallela i rischi e le minacce oggettive che uno sviluppo dell’IA privo di freni e regole comporta per l’intera umanità. Ha proposto un dialogo sui rischi dell’AI e una gestione che la mantenga sotto controllo umano perché la tecnologia è diventata uno dei principali terreni della competizione strategica. Dal punto di vista cinese, il messaggio è chiaro: non trasformate l’innovazione in competizione tecnologica e in un sistema permanente di esclusione reciproca, riferendosi alle proposte statunitensi di limitazione dell’AI come strumento di contenimento della Cina. Soprattutto, non indirizzate la IA sul terreno della supremazia militare perché questo aprirebbe scenari catastrofici per tutti.
Taiwan è la linea rossa
Qui il linguaggio cinese cambia sensibilmente. Se sull’economia e il commercio Pechino intravvede lo spazio per il compromesso, su Taiwan e sull’integrità territoriale cinese lo spazio è molto più ristretto, per non dire inesistente. Xi ha ribadito che la posizione di Pechino sulla riunificazione nazionale e integrità territoriale è chiara ed ha chiesto agli Stati Uniti di opporsi all’indipendenza di Taiwan.
In sintesi
Se traducessimo il vertice in termini strategici, emergerebbe una competizione inevitabile sul modello di governance internazionale, sintetizzabile nello scontro tra il multipolarismo del Sud globale e l’unipolarismo occidentale. Pechino tende a gestire la competizione inevitabile ma cerca di evitare il completo decoupling nel quadro di una stabilità nella relazione bilaterale. Dunque ridurre l’escalation e le politiche di dazi e sanzioni per ampliare invece gli accordi esistenti.
Sul piano generale la reciproca dimensione e il peso politico che entrambi esercitano sulla scena globale hanno un riferimento diretto a due modelli economici, uno in pieno declino ed un altro stabile. La differenza strutturale è questa: gli USA si concentrano su finanza, servizi, tecnologia ed esportazioni, ma concentrano in poche mani la ricchezza e ampliano l’area della povertà. Al contrario la Cina, che ha sottratto in poco più di venti anni oltre 900 milioni di persone alla povertà, ha raggiunto il primato della produzione industriale e dello sviluppo tecnologico e costruisce il suo valore strategico sull’industria di beni, sugli investimenti, sulle infrastrutture e sulle esportazioni. E mentre gli USA trasformano innovazione e capitale in imprese e consumi e contrastano con ogni mezzo la crescita delle economie emergenti, Pechino eccelle soprattutto nel trasformare capitale, infrastrutture e capacità industriale in scala produttiva, ha come primo obiettivo la crescita del benessere della sua popolazione e concepisce lo sviluppo di tutti i paesi come parte fondamentale del suo stesso sviluppo e viceversa.
Lungi dall’essere solo differenze di modello, esse rappresentano un’idea opposta dell’economia e del suo scopo. Gli USA ritengono il profitto privato motore e scopo della crescita, Pechino ritiene che l’impresa privata vada indirizzata in subordine e in funzione al bene pubblico. Mentre nell’economia USA la politica è guidata dall’economia, a sua volta diretta dalle banche e dalle grandi corporation, in Cina è la politica a dirigere l’economia e a stabilire le linee d’indirizzo del suo sviluppo interno ed internazionale. È lo Stato – e quindi il partito comunista – a dirigere credito, infrastrutture e settori strategici. Ad oggi, oltre a disporre di una liquidità superiore a qualunque altro Paese, detiene un grande vantaggio nel commercio internazionale, visto che ben 138 paesi hanno la Cina come principale partner commerciale.
Trump e Xi possono discutere su molti terreni, tranne che su Taiwan. Su Taiwan, questione strategica, identitaria e politica allo stesso tempo, non vi sono possibili mediazioni. L’isola è territorio cinese al 100% e la disponibilità cinese si limita alle modalità di gestione del passaggio di Taiwan sotto la totale sovranità cinese. Pechino è conscio di come la questione rivesta un’importanza strategica, ma è altrettanto consapevole di come questa sia figlia dell’intenzione sfacciata da parte di Washington di creare una cintura intorno alla Cina contenendone il ruolo internazionale e garantirsi l’approvvigionamento di terre rare utili proprio alla competizione globale.
In definitiva, l’idea di Xi è di avere un ambiente più disteso con Washington ma non a qualunque costo. Si può trattare ma senza rinunciare agli interessi fondamentali cinesi. Tra questi l’ulteriore espansione dell’influenza cinese sul mondo, tanto nel commercio internazionale come nella gestione del credito e nello sviluppo dei BRICS, considerati da XI la difesa da un impero unipolare che, messo all’angolo, tenta di iniettare il suo veleno nelle vene del Sud globale. Il socialismo confuciano pare avere un buon antidoto.

