“Midterm” e le purghe di Trump
Sulle elezioni di metà mandato del prossimo novembre negli Stati Uniti continuano a gettare una lunga ombra i tentativi dell’amministrazione Trump di interferire con le operazioni di voto e di manipolare o revocare i risultati a urne chiuse. Svariate iniziative adottate dalla Casa Bianca a questo scopo sono state bocciate dai tribunali, altre invece hanno avuto il via libera. Quest’ultimo è il caso di una recente sentenza della Corte Suprema che potrebbe favorire vere e proprie pulizie delle liste elettorali, impedendo il voto a un numero potenzialmente altissimo di elettori che ne avrebbero invece pieno diritto. Le manovre del presidente per preparare un intervento senza precedenti nelle operazioni di voto si stanno intensificando in parallelo al peggioramento delle prospettive del Partito Repubblicano sotto il peso – in primo luogo – delle conseguenze economiche della guerra criminale scatenata contro l’Iran.
La delibera della Corte Suprema è arrivata con un provvedimento in apparenza di secondaria importanza, ovvero con un ordine che ha sospeso un’ingiunzione di un tribunale inferiore che proibiva al governo federale di usare una banca dati allargata del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS), in base alla quale si sarebbero dovute condurre indagini allo scopo di escludere dalle elezioni eventuali individui presumibilmente senza diritto di voto. A favore dell’istanza del governo di Washington hanno votato come previsto i sei giudici della maggioranza ultra-conservatrice, di cui tre sono di nomina trumpiana. La Corte non è entrata quindi nel merito della vicenda legale, che verrà invece dibattuta in futuro.
La banca dati oggetto della contesa è nota con l’acronimo di SAVE (“Systematic Alien Verification for Entitlements”), utilizzata da decenni dalle amministrazioni statali per accertare il diritto all’ottenimento di determinati servizi di welfare di alcune categorie di cittadini, in particolare quelli di origine straniera. Nel marzo del 2025, Trump aveva emesso un decreto per allargare il database, così da includere anche coloro che hanno la cittadinanza americana per diritto di nascita e informazioni correlate riguardanti dati anagrafici, codici di riconoscimento finanziari, previdenziali e altro ancora. Il piano della Casa Bianca prevede che le amministrazioni locali possano accedere al database SAVE per eseguire scansioni di massa, invece di ricerche e controlli individuali, com’è sempre accaduto finora.
Lo scopo, come già accennato, è appunto di verificare la situazione migratoria e relativa alla cittadinanza degli elettori registrati, depennando dall’elenco degli aventi diritto quelli ritenuti non in regola. La questione va collegata a uno strumento di propaganda sfruttato da anni da Trump e dai suoi sostenitori, cioè l’esistenza di un numero consistente di irregolari che sono riusciti a registrarsi come elettori senza averne i requisiti e che votano quindi illegalmente, orientando in maniera decisiva i risultati. Ovviamente, secondo il presidente, a favore del Partito Democratico. Questa pratica, se pure esista negli Stati Uniti, è estremamente rara, tanto che a fatica si trova qualche esempio tra precedenti legali e indagini giornalistiche. Di certo, sostenere che il fenomeno possa alterare un’elezione – a qualsiasi livello – è pura fantasia.
L’iniziativa della Casa Bianca non ha solo l’obiettivo di privare potenzialmente milioni di americani del diritto di voto, ma viola anche almeno due leggi federali non esattamente di recente approvazione. Contro il decreto trumpiano del 2025 era stata intentata una causa da svariate organizzazioni della società civile. Lo scorso giugno, un giudice distrettuale della capitale aveva vietato all’amministrazione Trump di procedere con il piano che avrebbe consentito agli stati di utilizzare il database SAVE per eseguire controlli sui loro elenchi di elettori. Nell’ordinanza veniva rilevata la natura tradizionalmente inesatta delle informazioni contenute nella banca dati, assieme all’illegalità di un provvedimento che contravviene al diritto alla privacy stabilito dal Social Security Act del 1935 e dal Privacy Act del 1974. Qualche settimana fa, questo parere era stato confermato anche da una Corte d’Appello. La Casa Bianca si era allora rivolta alla Corte Suprema, che ha alla fine deciso di ribaltare, sia pure con un ordine temporaneo, i pareri dei tribunali inferiori.
I tre membri moderati della Corte Suprema hanno scritto un parere contrario a quello della maggioranza, firmato dalla giudice Ketanji Brown Jackson, la quale ha spiegato che “il danno causato… dal privare del diritto di voto anche solo un numero esiguo di elettori legittimi supera il danno inesistente subito dal governo quando gli viene impedita un’azione che, molto probabilmente, non ha l’autorità di intraprendere”. La stessa giudice Brown Jackson ha messo poi l’accento su un elemento che fa credere a molti come il successo derivante dal verdetto favorevole all’amministrazione Trump sia tutt’al più trascurabile. Secondo la legge federale, non possono essere apportate modifiche all’elenco degli aventi diritto nei 90 giorni precedenti un’elezione. Visto che le urne per il rinnovo dell’intera Camera dei Rappresentanti e di un terzo dei seggi del Senato si apriranno a inizio novembre, il verdetto della Corte Suprema, secondo questa interpretazione, avrà al massimo un impatto minimo.
Si tratta in realtà di una pericolosa sottovalutazione del pericolo, in primo luogo perché sia gli organi del governo del presidente Trump sia le amministrazioni repubblicane hanno mostrato a sufficienza il totale disinteresse per la legge e le stesse sentenze dei tribunali, così che potrebbero facilmente sostenere che la direttiva presidenziale del 2025 prevale sulla legge che vieta purghe delle liste elettorali nei tre mesi prima del voto. Inoltre, quest’ultima norma non avrebbe nessun impatto su contestazioni a urne chiuse. In altre parole, accuse di irregolarità dovute al voto di elettori che non ne hanno diritto potrebbero creare il caos, delegittimare le elezioni e, nel caso più estremo, impedire l’insediamento del nuovo Congresso che, secondo i sondaggi, dovrebbe avere una nuova maggioranza democratica.
Proprio le settimane successive al voto saranno le più delicate e molti osservatori si aspettano di vedere attuate in questa fase le macchinazioni che Trump e il suo entourage stanno studiando per evitare una sconfitta che si annuncia pesante. Il Guardian ha citato vari attivisti ed esperti di questioni elettorali per dare notizia delle preoccupazioni che circolano negli Stati Uniti. In sostanza, il presidente potrebbe usare i ritardi nei conteggi, in larga misura dovuti ai diversi tempi di recapito dei voti per posta, per alimentare accuse di brogli e irregolarità, seguendo insomma lo stesso copione delle presidenziali del 2020. Anche la tesi delle interferenze straniere – verosimilmente cinesi o iraniane – è tra quelle ipotizzabili e, secondo alcuni, potrebbe fornire la giustificazione per sequestrare schede elettorali o annullare del tutto il voto in determinate circoscrizioni.
Non tutte le vicende legali collegate al tentativo di manipolare le elezioni di “midterm” si stanno in ogni caso risolvendo a favore della Casa Bianca. La stessa Corte Suprema a metà settembre aveva sbarrato la strada al tentativo dell’amministrazione Trump di imporre nuove restrizioni al voto per posta, lasciando in vigore i blocchi disposti dai tribunali inferiori. Il provvedimento avrebbe attribuito al servizio postale federale un ruolo inedito nel controllo delle schede elettorali, sulla base di nuove procedure di verifica e banche dati federali. La decisione aveva rappresentato in questo caso una battuta d’arresto per le trame del presidente, che sta comunque cercando da tempo di estendere il controllo federale sul sistema elettorale, nonostante esso sia costituzionalmente attribuito ai singoli stati.
Tornando alla sentenza più recente, un altro argomento che tende a minimizzare l’impatto dell’allargamento della banca dati SAVE è che la consultazione di essa da parte degli stati avverrebbe su base volontaria. Ciò renderebbe quindi quasi certa la privazione del diritto di voto per un certo numero di elettori in stati amministrati dai repubblicani e improbabile al contrario in quelli dove governano i democratici. Va però considerato che l’implementazione dell’iniziativa trumpiana non avverrà quasi sicuramente in forma passiva, poiché Trump e i suoi uomini hanno già lanciato minacce esplicite contro le amministrazioni locali più refrattarie. Il segretario alla Sicurezza Nazionale, Markwayne Mullin, nei mesi scorsi si era assicurato ad esempio di recapitare un messaggio piuttosto chiaro a quegli stati che non sembrano avere intenzione di partecipare al “programma SAVE”, lasciando intendere che i rispettivi funzionari responsabili della gestione delle operazioni di voto potrebbero essere addirittura sottoposti a procedimenti penali se non dovessero adeguarsi ai piani del governo federale.

