Londra scopre i coloni, salva Israele
La decisione di imporre sanzioni presumibilmente senza precedenti ai coloni e agli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania sta senza dubbio favorendo un certo riscatto dell’immagine pubblica del governo laburista britannico. I media ufficiali hanno dato infatti una copertura positiva sia all’intervento di martedì alla Camera dei Comuni del ministro degli Esteri Ed Miliband, con cui ha annunciato la “svolta” nell’approccio di Downing Street alla crisi palestinese, sia alla simultanea presa di posizione di una dozzina di altri paesi sulla stessa questione, quasi a ratificare una ritrovata leadership internazionale del Regno Unito. Le ragioni reali dell’iniziativa di Londra sono tuttavia meno nobili di quanto mostrino le apparenze. Inoltre, nel concreto le misure che verranno introdotte nei prossimi mesi faranno poco o nulla per fermare quello che lo stesso capo della diplomazia del governo del primo ministro Burnham ha definito “terrorismo dei coloni” ai danni del popolo palestinese.
È da qualche settimana che si parla di una possibile mossa del governo britannico in questa direzione. A risultare decisiva sarebbe stata l’autorizzazione concessa ad agosto dal regime di Netanyahu a costruire altre 1.200 abitazioni di coloni nel cosiddetto insediamento “E1” che taglierebbe di fatto in due la Cisgiordania. Il progetto punta a collegare Gerusalemme agli insediamenti a est della città, rendendo a tutti gli effetti impossibile la creazione di un futuro stato palestinese. Proprio questa eventualità ha spinto alcuni governi a intervenire, dal momento che, se andasse in porto, verrebbe meno anche la finzione della soluzione a due Stati, a cui l’Occidente si aggrappa per giustificare il sostegno garantito sempre e comunque allo stato ebraico.
Le misure che Miliband ha prospettato martedì includono il divieto di importare nel Regno Unito qualsiasi prodotto che provenga dai territori occupati. Misure punitive sono previste poi per imprese, organizzazioni e individui coinvolti nell’espansione degli insediamenti illegali, attraverso opere di edilizia, intermediazione immobiliare o servizi finanziari. Sottoposti a sanzioni dirette sono anche i coloni “estremisti” che favoriscono o incitano alla violenza contro i palestinesi. Miliband ha infine annunciato lo stop alla concessione di licenze di vendita di armi o qualsiasi altro materiale che “contribuisce materialmente all’occupazione” delle terre palestinesi. Quest’ultima misura si aggiunge alla sospensione già stabilita per una trentina di licenze di vendita di armi che potrebbero essere utilizzate dalle forze armate israeliane nel genocidio in corso a Gaza.
Il ministro degli Esteri britannico ha evidentemente spinto sulla retorica nel corso del suo intervento in parlamento, così da massimizzare il ritorno d’immagine per un governo che si trova a fare i conti con un’opinione pubblica, e in particolare gli elettori laburisti, sempre più ostile al regime genocida israeliano. L’ambizione dichiarata di Miliband sarebbe di trasformare completamente “le relazioni economiche con i territori occupati” in conseguenza della natura “illegale dell’occupazione”. Quelle appena presentate sarebbero inoltre solo le prime di una serie di iniziative, condivise da svariati altri paesi. Come già anticipato, lo stop al commercio coi territori occupati è stato al centro sempre martedì di una dichiarazione congiunta che ha visto coinvolti, oltre al Regno Unito, anche Francia, Canada, Danimarca, Spagna, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo e Svezia.
L’effettiva implementazione delle sanzioni annunciate è in ogni caso problematica, come si spiegherà in seguito, e anche per questo sembra essere il risvolto politico dell’iniziativa britannica ad avere maggiore peso. Il governo, attraverso Miliband, ha definito finalmente “terrorismo” il comportamento dei coloni, mentre ha riconosciuto che quanto sta accadendo in Cisgiordania – ma non esplicitamente a Gaza – sono atti di “pulizia etnica” ai danni dei palestinesi. Non solo, il ministro degli Esteri ha accusato correttamente il governo israeliano di “chiudere gli occhi” davanti alla violenza dei coloni e, anzi, “ancora peggio, di avere appoggiato a parole e nelle azioni l’espulsione forzata dei palestinesi”.
Dopo i fatti del 7 ottobre 2023 e l’inizio del genocidio nella striscia di Gaza, il governo israeliano e i coloni hanno agito sotto traccia per cacciare la popolazione palestinese dalla Cisgiordania e ampliare gli insediamenti illegali. Questa offensiva si è intensificata a partire dal 2025 con demolizioni di abitazioni, distruzione di raccolti e stragi di animali da allevamento, il tutto seguito dall’annessione di fatto di ampie porzioni di terre palestinesi. Una campagna fatta inevitabilmente di violenze e assassini, tanto che alcune stime parlano di oltre 1.100 palestinesi uccisi in Cisgiordania negli ultimi tre anni.
Come spiegato accuratamente da Miliband, questa operazione di terrore e appropriazione delle terre palestinesi avviene con la piena collaborazione del regime di Netanyahu, ovvero non si tratta di una manciata di coloni ultra-radicali che agisce di spontanea volontà, ma rientra in un preciso piano di pulizia etnica che mira all’occupazione totale della Cisgiordania. Questo fatto rende di conseguenza inefficaci, se non del tutto inutili, sanzioni e provvedimenti che risparmiano lo stesso governo genocida di Tel Aviv. E quanto deciso martedì da Londra fa precisamente questo, lascia cioè intatti i rapporti economici, finanziari, politici e militari con Israele.
Le sanzioni imposte da Londra interessano oltretutto una minima parte degli scambi commerciali tra Regno Unito e Israele, vale a dire poco più dello 0,6% di traffici bilaterali che nel 2025 hanno totalizzato circa sei miliardi di sterline. Il valore ufficiale delle merci scambiate tra il Regno Unito e i territori occupati in Cisgiordania è pari a 38 milioni di sterline, ma non tutti questi beni provengono realmente da qui, visto che le imprese situate nelle aree sottratte illegalmente ai palestinesi operano all’interno di un’unione doganale con Israele. Le sole sanzioni britanniche avranno quindi effetti tutt’al più trascurabili.
Qualche problema in più potrebbe nascere per i coloni se un numero consistente di paesi dovesse tagliare i rapporti commerciali con i territori occupati. Secondo i dati ONU, gli insediamenti nell’Area C della Cisgiordania e a Gerusalemme Est hanno generato nel 2024 per l’economia israeliana 53 miliardi di dollari. Una cifra che si avvicina complessivamente ai mille miliardi di dollari a partire dall’anno 2000. È comunque improbabile che tutto ciò finirà per limitare abusi, violenze e furto di terre. Se non altro, le merci prodotte nei territori occupati potrebbero essere sempre “ripulite” ed esportate come originarie di Israele.
Non si va in definitiva molto lontani dalla verità se si afferma che quella andata in scena martedì a Londra è un’operazione in larga misura di propaganda con scopi puramente politici. Dopo le elezioni del 2024, che avevano consegnato una maggioranza schiacciante in parlamento al “Labour”, il governo di Keir Starmer era rapidamente precipitato nel gradimento, in buona parte proprio per via dell’atteggiamento tenuto nei confronti del genocidio a Gaza, oltre che per la dura repressione delle manifestazioni pro-Palestina e anti-sioniste. Il recente cambio al vertice del partito e del governo con l’installazione di Andy Burnham non ha risolto il problema per i laburisti, essendo rimasti virtualmente indistinguibili gli orientamenti di politica interna ed estera.
La stessa scelta di destinare Ed Miliband agli Esteri, distintosi per le moderate critiche rivolte a Netanyahu nel recente passato, ha preparato il campo a quello che è stato definito come un cambio di rotta nell’approccio alla questione palestinese e alla violenza fuori controllo del regime israeliano. L’apparente opposizione contro il sistema di terrore che prolifera in Cisgiordania dovrebbe in questo disegno far recuperare qualche consenso ai laburisti, soprattutto tra gli elettori di fede musulmana, e allentare le pressioni derivanti da una situazione economica complicata e dalle spinte militariste collegate al conflitto in Ucraina.
Che le misure annunciate dal governo britannico siano per lo più inoffensive è confermato anche dalla consultazione tra Burnham e Donald Trump nella giornata di lunedì. Il primo ministro aveva anticipato l’intervento in parlamento di Miliband e il presidente americano non ha sollevato obiezioni, così come in seguito il segretario di Stato Rubio ha avuto una reazione tutto sommato moderata alla notizia delle sanzioni introdotte contro i coloni israeliani. Avvertimenti e denunce sono state lasciate alle frange più estreme dell’amministrazione, come l’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee.
Il regime di Netanyahu è a sua volta apparso infuriato con Londra. Il consolato britannico a Gerusalemme è stato subito chiuso, mentre sono stati espulsi i rappresentanti del Regno Unito che siedono nell’organo incaricato di supervisionare l’inesistente tregua a Gaza promossa dal ridicolo “piano di pace” di Trump. Israele non accetta evidentemente nemmeno provvedimenti poco più che simbolici, anche se questi ultimi servono a togliere pressioni ai suoi alleati e salvaguardare la sostanza dei loro rapporti. Per un’entità terrorista e genocida che viola quotidianamente il diritto internazionale la questione dell’immagine è d’altronde cruciale e ogni sforzo deve essere impiegato per impedire l’allargamento del fronte anti-sionista internazionale.
Dietro alle reazioni isteriche provenienti da Israele ci potrebbe essere in ogni caso una certa soddisfazione, soprattutto da parte di Netanyahu e il suo partito. Le sanzioni britanniche rischiano infatti di tornare utili politicamente al premier-criminale di guerra in vista delle elezioni del prossimo 27 ottobre. Il Likud è dato in affanno e difficilmente in grado di ottenere la maggioranza assoluta in parlamento (“Knesset”). Misure punitive imposte dall’estero alimentano il clima di assedio, compattando l’elettorato di riferimento di un Netanyahu che potrebbe finire così per beneficiarne e ribaltare clamorosamente tutti i sondaggi.

